Disturbo post-traumatico da stress permanente a Gaza – Belen Fernandez

In un articolo di Haaretz di luglio che ricordava il primo anniversario dell’operazione israeliana “Protective Edge”, durata 51 giorni e che ha ucciso più di 2.250 palestinesi nella Striscia di Gaza, il giornalista Khaled Diab cita lo psicologo Hasan Zeyada, del programma di Salute Mentale della Municipalità di Gaza: “Gaza ha subito molteplici perdite – quelle che definiamo perdite poli-traumatiche. La gente in altri luoghi subisce una singola perdita: di una casa, o di un membro della famiglia, o di un lavoro. Molti gazawi li hanno persi tutti.”

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E mentre il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è frequentemente al centro delle discussioni sulle ripercussioni psicologiche del conflitto, Diab sintetizza le osservazioni da parte di vari esperti secondo cui “parlare di post o pre-trauma è inutile, dal momento che il trauma è costante e continuo.”

Oltre a prestare la sua assistenza professionale alle vittime di questo marchio traumatico costante causato da Israele, il dottor Zeyada conosce molto bene il fenomeno di persona. Lo scorso agosto il New York Times ha pubblicato un articolo sul suo “nuovo difficile paziente: lui stesso.” Sei stretti familiari dello psicologo, compresa sua madre, erano appena stati sterminati da un attacco aereo israeliano.

L’operazione “Margine Protettivo” è terminata il 26 agosto 2014. Ma la diagnosi di sofferenza psicologica collettiva nell’enclave costiera palestinese è continua e porta a peggiorare le sofferenze più tangibili che accompagnano il continuo lancio di grandi quantità di colpi sparati contro esseri umani da parte di Israele.

Nel contempo le aggressioni mentali e fisiche concentrate inflitte alla popolazione della Striscia di Gaza possono di per sé essere viste come una forma di guerra psicologica, progettata per erodere con la forza l’identità palestinese e la volontà dei palestinesi di esistere in quanto tali.

Israele ed i suoi sostenitori internazionali amano blaterare in merito agli evidenti sforzi israeliani di evitare vittime civili durante gli attacchi militari, facendo molte chiacchiere sulle telefonate ai palestinesi e sui volantini lanciati per mettere in guardia i residenti in modo che lascino le zone prese di mira. Ma i problemi di questa linea di difesa sono parecchi.

Per un verso questi avvertimenti spesso non vengono dati nell’imminenza dell’attacco, come nel caso della famiglia del dottor Zeyada. Per un altro verso, Israele non ha mai dimostrato molti scrupoli nel bombardare mortalmente i civili – compresi i bambini – a cui Israele stesso ha ordinato di andarsene dalle loro case.

Un’altra questione riguarda il fatto che non è affatto chiaro dove la gente dovrebbe andare in un territorio talmente ridotto e densamente popolato, la maggior parte dei cui residenti non può uscire in nessuna direzione. La consuetudine israeliana di bombardare scuole ed ospedali porta a garantire che non c’è nessun posto sicuro a Gaza – una realtà che non si presta di per sé né all’equilibrio fisico né a quello mentale.

In effetti il fatto che Israele prenda di mira le basi stesse della società palestinese è fondamentalmente in contrasto con l’ obiettivo asserito di evitare vittime civili. E quei civili che cercano di evitare l’annientamento fisico trovano ancora più difficile evitare di finire nella lista delle vittime psicologiche.

Una comunicazione dell’UNICEF del 15 febbraio, intitolata “Sei mesi dopo il cessate il fuoco i bambini di Gaza sono intrappolati nel trauma”, racconta la storia di due giovani ragazze palestinesi il cui padre è stato ucciso quando un proiettile di artiglieria israeliano ha colpito la scuola gestita dalle Nazioni Unite in cui la famiglia aveva cercato rifugio. Le ragazze erano state ferite dalle schegge e la loro casa era stata distrutta.

Dopo la fine di “Margine Protettivo”, una delle ragazze ha rifiutato per mesi di tornare a scuola. Sua madre spiega:”I miei figli sono stati colpiti in una scuola. Hanno visto gente ferita perdere mani o gambe, con ferite al volto e agli occhi. Hanno visto morire il padre. Non vedono più la scuola come un luogo sicuro.”

L’articolo dell’ UNICEF rileva che molti bambini di Gaza “hanno bisogno di sostegno sia psico-sociale che educativo per riprendersi”, ma che almeno 281 scuole sono state danneggiate nell’operazione dello scorso anno. “A rendere ancora più difficile la situazione,” sostiene l’articolo, “anche gli insegnanti soffrono di problemi psicologici.”

Lasciamo perdere la vecchia questione su chi sorveglierà i sorveglianti. Chi si prenderà cura delle persone che si occupano dei malati di Gaza, come il dottor Zeyada o gli educatori o le altre persone che in situazioni totalmente diverse devono essere viste come quelle che si prendono cura del benessere della società? In fin dei conti nessuno in quel territorio è immune dalle avvilenti vessazioni da parte di Israele.

Nell’articolo del New York Times sulla trasformazione del dottor Zeyada da psicologo a vittima di un trauma, egli ha confessato che “a volte… è stato scosso da dubbi etici riguardo al fatto di curare gente che probabilmente verrà di nuovo traumatizzata.” Riguardo a questa inquietante posizione, lo psicologo afferma quanto segue: “Sei come un dottore della prigione che cura una vittima di tortura, che rimette in sesto il prigioniero perché sia di nuovo interrogato e torturato”.

Non è solo perché la Striscia di Gaza è stata definita come “la più grande prigione a cielo aperto” che la metafora del dottor Zeyada coglie nel segno. E’ anche perché essere palestinese a Gaza- vivere, più o meno, in uno stato di stress post-traumatico permanente – spesso rappresenta una tortura psicologica.

– Belen Fernandez è autrice di “Il messaggero imperiale: Thomas Friedman al lavoro”, pubblicato da Verso. E’ collaboratrice editoriale del “Jacobin magazine [“Rivista Giacobina”, periodico statunitense della sinistra socialista. N.d.tr.]”

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell’autrice e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Martedì 25 agosto 2015

 Middle East Eye

(traduzione di Amedeo Rossi)

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