Democrazia senza cittadini – Pietro Polito


/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/08/Democrazia senza cittadiniLa divaricazione, se non la contraddizione, tra la “democrazia pensata” e la “democrazia praticata” è un problema che tocca alla radice la democrazia contemporanea. Allo stesso tempo la democrazia è sofferente per una mancanza di coerenza e per una carenza di idealità, nella pratica si allontana dalla definizione teorica, prigioniera della paura di ricadere nelle utopie totalitarie si rivela priva di mete e incapace di progetti ambiziosi e di grande respiro.

1. Democrazia e educazione

Tra le ragioni che spiegano il divario tra la democrazia ideale e la democrazia reale sono evidenti e gravi quelle che riguardano la classe politica. Forse la più grave è la corruzione perché mina alla radice il rapporto di fiducia con i cittadini. In Italia vige “una democrazia acerba, che la politica non riesce a riempire di significati concreti e vitali, anzi può addirittura imbarbarirla, come abbiamo vieppiù visto negli ultimi anni, riducendosi troppo spesso a spettacolo, demagogia, ambizione o tornaconto personale che svilisce le stesse istituzioni rappresentative” (Bianca Guidetti Serra, Bianca la rossa, Einaudi, Torino 2009, p. 256). Lo spettacolo che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi non induce a un minore pessimismo.

Qui mi preme richiamare l’attenzione su una delle promesse non mantenute della democrazia segnalate da Norberto Bobbio: il cittadino non educato o mal educato. Si può dire che l’educazione dei cittadini è una delle condizioni, direi la conditio sine qua non, per attenuare se non per eliminare la distanza tra “gli ideali e la rozza materia”.

Non vi è alcun dubbio che il passaggio da suddito a cittadino avvenga attraverso l’educazione alla democrazia, che si svolge nell’esercizio stesso della pratica democratica. Come ha ben dimostrato Nadia Urbinati, il rapporto tra democrazia e educazione è centrale sia nella tradizione democratica europea sia in quella americana: “la fonte della dignità morale, non meno che politica” non è la condizione sociale di partenza né quella di arrivo, ma l’interiore capacità di “giudicare da se stessi”. Da tale premessa nasce nei fautori della democrazia “l’impegno a promuovere l’educazione e a considerare la stessa pratica pubblica una permanente scuola di cittadinanza, una «ginnastica» di dignità” (Id., Individualismo democratico, Donzelli, Roma, 1997, p. 195)

Forse l’autore che ha posto in modo esemplare il rapporto tra democrazia e educazione è John Dewey (inopinatamente e per troppo tempo bistrattato dalla sinistra in Italia): “La devozione della democrazia all’educazione è un fatto famigliare. Un governo che riposa sul suffragio universale non può funzionare bene se coloro che eleggono e obbediscono ai loro governanti non sono educati. Poiché rifiuta il principio dell’autorità esterna la democrazia deve trovare una soluzione alternativa con il favorire disposizioni interne e volontarie; e solo l’educazione può fare questo […] tanto più in una società mobile in cui occorrono grandi capacità di adattamento al nuovo” (Cito da N. Urbinati, Op. cit., p. 196).

Per fare un altro esempio, richiamo Il valore di educare di Fernando Savater in cui, tra l’altro, si sostiene che, se “il sistema stesso della convivenza democratica … deve essere qualcosa di più di un insieme di strategie elettorali”, allora “la convivenza democratica deve essere educativa, deliberatamente educativa, altrimenti non è più democratica” (Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. IX e VII).

Un autore che in Italia ha insistito molto su questi temi è Aldo Capitini, che con una singolare e originale teoria dell’“educazione aperta” sviluppa il rapporto tra democrazia e educazione in una direzione nonviolenta e religiosa, che forse non piace a molti democratici, ma che preserva la democrazia dal rischio di un appiattimento sul presente e la proietta in una dimensione che lega il presente al passato e al futuro.

2. Democrazia e astensione

Il tarlo che sta erodendo alla base la nostra democrazia è la crisi di fiducia da parte dei cittadini e dei non (ancora) cittadini nella capacità che la democrazia stessa attraverso le sue procedure e i suoi riti sia in grado di migliorare se non di trasformare le condizioni di vita dei cittadini.

Sta qui la ragione ultima della tendenza dell’astensione a trasformarsi da contingente in strutturale. Per astensione contingente s’intende quella praticata episodicamente in base alle circostanze politiche del momento. Questo potrebbe essere il caso di un elettore attivo che diventa passivo e potrebbe essere la scelta di tanti giovani al primo voto che non si riconoscono in nessuna offerta politica (che brutto modo di definire e presentare la politica alla stregua di uno spettacolo televisivo di prima serata o come una delle innumerevoli marche di un prodotto esposto ai grandi magazzini).

Invece, per astensione strutturale s’intende quella di lunga durata, praticata sistematicamente, per anni, da anni, elezione dopo elezione, senza dubbi né rimorsi. Il più noto astensionista strutturale attivo dichiarato è stato il grande Giorgio Gaber, anarchico, individualista, certo non qualunquista. Ma io stesso conosco personalmente molti astensionisti attivi, vecchi e nuovi. I più antichi – attenzione alle date – non votano dal 1989 (la fine del comunismo), i più giovani non lo fanno dal 1994 (l’avvento di Berlusconi).

La sfiducia verso i partiti rischia di diventare (o è già diventata?) sfiducia nella democrazia. Certo la democrazia dei partiti non gode di grande considerazione. La nostra pare sempre più una “democrazia mutilata”, mutilata della fiducia dei cittadini. La metà di essi disertano le urne nell’appuntamento elettorale più importante per la vita del Paese o della regione perché non credono più nella democrazia dei partiti, nella sua capacità di emendarsi, correggersi, autoriformarsi.

Ricordo un articolo di Bobbio, intitolato La democrazia ha bisogno di fiducia, del 31 ottobre 1993. Scriveva il filosofo: “La democrazia ha bisogno di fiducia. Della fiducia reciproca fra cittadini, e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La fiducia a sua volta ha bisogno di trasparenza: esige che tutto quello che li riguarda come cittadini avvenga alla luce del sole”. Il significato di una astensione così elevata è che il patto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni si è incrinato.

3. Democrazia e partecipazione

La democrazia fallisce in uno dei suoi principali scopi. Accanto alla soluzione pacifica dei conflitti politici e sociali, infatti, l’altro obiettivo che la democrazia si prefigge attraverso le regole del gioco è la partecipazione dei cittadini alla formazione delle decisioni collettive.

Sono due facce della democrazia efficacemente poste in rilievo in un aureo libretto che viene poco o non viene ricordato nella trattatistica e nella pubblicistica corrente sulla democrazia, L’obbedienza non è più una virtù di Lorenzo Milani. L’autore da un lato rivendica il diritto dei poveri a “combattere” i ricchi con “le uniche armi” che egli approva, “nobili e incruente” che sono “lo sciopero e il voto”, dall’altro afferma che la democrazia “rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri” (Cito da Massimo Lancisi, No alla guerra!, Piemme, Casale Monferrato, 2005, pp. 87 e 92).

Una società democratica è tanto più bene ordinata quanto più l’individuo partecipa, direttamente col proprio voto o indirettamente attraverso la scelta dei suoi rappresentanti, al governo del proprio paese. Come ha scritto ancora Bobbio, “la democrazia ha bisogno, più di qualunque altra forma di governo, di cittadini attivi. Non sa che farsene di cittadini passivi, apatici, indifferenti, che si occupano soltanto dei propri affari comuni. La democrazia vive e prospera se i suoi cittadini hanno a cuore le sorti della propria città come quelle della propria casa, che della città è soltanto una parte” (Elementi di politica, Einaudi, Torino 2010, p. VII).

Bobbio considerava il giorno delle elezioni “l’evento costitutivo della forma di governo rappresentativo”. Naturalmente una affermazione come questa si inscrive in una concezione etica del voto che fa a pugni con quelle teorie che intendono il voto né più né meno come una merce, per cui la compravendita dei voti (e analogamente degli organi) non è altro che una normale manifestazione della logica del mercato.

La concezione etica del voto è accolta dalla nostra Costituzione che con l’art. 48 definisce il voto “personale ed eguale, libero e segreto” e considera il suo esercizio “un dovere civico”. Un diritto e un “dovere” che oggi sono disattesi dalla metà degli italiani. Povero Piero Gobetti che riteneva il voto “l’atto di nascita della persona politica”!

4. L’era del materialismo onesto

Se si getta uno sguardo non indulgente alla pratica diffusa delle nostre democrazie si viene afferrati da un generale sconforto. Nel nostro angolo di mondo protetto (fino a quando?) viviamo sostanzialmente soddisfatti da quanto abbiamo ottenuto sul piano dei diritti civili e sociali, appagati, ripiegati sul presente, costantemente attenti e intenti a difendere, a non dividere con nessuno la nostra piccola o grande quota di benessere sociale raggiunta.

Si è inverata la profezia di Tocqueville, l’avvento dell’“era del materialismo onesto”. Alla tendenza uguagliatrice delle democrazie Tocqueville non rimprovera di “trascinare gli uomini a inseguire godimenti proibiti” ma di “assorbirli nella ricerca di godimenti permessi”, perché, “così, si potrebbe benissimo stabilirsi nel mondo una specie di materialismo onesto, che non corromperebbe le anime, ma che le renderebbe molli e finirebbe per fiaccare, senza chiasso, tutte le loro energie” (La democrazia in America, in Scritti politici, a cura di N. Matteucci, 2, Utet, Torino, rist. 1991, p. 624).

Non è questa la nostra attuale condizione? Il materialismo onesto, di cui parla il grande scrittore, prende oggi la forma di un egoismo senza freni che nega ogni forma di altruismo spingendo ad erigere nuovi muri in noi prim’ancora che alle frontiere. La democrazia entra in contraddizione con se stessa quando è contaminata dalla paura di condividere con gli altri che genera una tendenza all’odio per il diverso.

Che cosa si può fare? C’è qualcosa su cui si può costruire?

Se la nostra è una democrazia senza cittadini, il primo compito della politica è formare cittadini attivi, con un forte spirito critico, inappagati, insoddisfatti del modello di modernità prevalente nei paesi sviluppati, che pretendiamo di esportare e imporre al resto del mondo.

5. Il cittadino sovrano

Personalmente l’idea di cittadino che prediligo è quella del “cittadino sovrano”, aperto ai valori, solidale con gli altri esseri umani, consapevole che gli uomini e le donne nascono per essere liberi. In questi giorni dalla più alta autorità spirituale è arrivato l’invito in particolare ai giovani a “fare contro corrente” perché solo per questa via si possono “fare cose costruttive”.

Concludo, richiamando un’altra volta L’obbedienza non è più una virtù: rivolgendosi ai suoi giudici come cittadino e maestro, Milani afferma che il cittadino sovrano non si fa scudo del falso mito dell’obbedienza (“la più subdola delle tentazioni”), “né di fronte agli uomini né di fronte a Dio”, perché cosciente che “ognuno” è “l’unico responsabile di tutto”.

L’articolo è uscito in “Rocca”. Rivista della Pro Civitate Christiana – Assisi, a. 74°, n. 15, 1 agosto 2015, pp. 32-34.

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