Maledetto negazionismo atomico – Dario Faccini

Oggi si parla di Hiroshima. E si dimentica la follia più grande di tutte: l’idea che fosse ragionevolmente sicura una “guerra nucleare limitata”.

Quando la Scienza ne scoprì l’inganno e lo rese pubblico, si mise in moto una macchina del fango non dissimile da quella usata per il tabacco e i cambiamenti climatici.

Ma la Scienza è un osso duro. Molto duro.

La verità è lenta ma inesorabile

E’ del 1952, il primo studio USA che valuta l’impatto climatico delle polveri sollevate da un ordigno atomico: nessun effetto apprezzabile.[1]

Nel frattempo però la corsa agli armamenti nucleari si riflette nella costruzione di ordigni sempre più potenti. Nel 1954, presso l’atollo Bikini nelle isole Marshall del Pacifico, viene fatto detonare Castle Bravo, la prima bomba H e la più potente mai testata sul campo dagli USA: ben 15Mton, circa 1000 volte più potente di quella usata su Hiroshima. La potenza dell’esplosione sorprende i vertici militari. E’ 3 volte più potente rispetto alle previsioni. In meno di 10 minuti il fungo atomico arriva a 40km di altezza e si espande con una velocità di 100m/s, in pratica ha attraversato tutta la stratosfera (dove c’è lo strato di ozono che protegge la biosfera dai danni dello raggi UV). L’area del fallout radioattivo è senza precedenti e supera ampiamente le deboli fasce di sicurezza previste: 20000 persone dagli atolli vicini vengono evacuate con colpevole ritardo dopo essere state esposte ad alti livelli di radiazioni, le loro isole contaminate, e vent’anni più tardi 7 bambini su 10 svilupperanno tumori alla tiroide. Persino un peschereccio Giapponese viene coinvolto nell’incidente e un marinaio muore. La nube radioattiva fa il giro del pianeta e arriva anche in Europa. L’opinione pubblica insorge e chiede di mettere al bando ai test nucleari.

Una indignazione che avrà poco successo. E’ la guerra fredda e l’opinione pubblica ha ben poca voce in capitolo. Poco dopo in Russia verranno testati ordigni nucleari sino tre volte più potenti di Castle Bravo.

In tutta questa vicenda è sfuggito un punto fondamentale: fin dove è arrivato il fungo atomico.

Figura 1. L’altezza minima e massima raggiunta dal fungo atomico di una testata nucleare in funzione della sua potenza. Sono evidenziate con (1) Little Boy (bomba sganciata su Hiroshima) e con (2) castle Bravo, la prima bomba H USA. Da wikipedia.

Qualche anno più tardi qualcuno si pone la domanda fondamentale: quale effetto sul clima possono avere polveri aspirate a una tale altezza e che possono rimanere bloccate nella stratosfera? La risposta è ancora rassicurante: in confronto all’esplosione del vulcano Krakatoa(1883) non si sono mai registrati fenomeni climatici apprezzabili dopo l’esplosione di un ordigno atomico.

Per oltre 10 anni la questione delle polveri sollevate da esplosioni atomiche viene accantonata.

Poi qualcuno scopre che gli ossidi di azoto si “mangiano” lo strato di ozono (qualcuno che prenderà il Nobel) e allora si riaccende l’interesse e si scopre che per ogni Mton di potenza di un ordigno nucleare, si originano 5000 tonnellate di ossidi di azoto che vengono “aspirati” nella stratosfera assieme alle polveri. All’epoca però le misurazioni sull’ozono stratosferico sono ancora limitate e svolte lontano dalle zone dei test nucleari.

Si deve aspettare sino gli anni ’80, quando la Guerra Fredda giunge a termine, perché timidamente emerga la verità sui rischi maggiori  di una guerra nucleare. Nel 1982, il solito premio Nobel per la Chimica (sempre Paul Crutzen) firma con un collega un articolo che è tutto un programma: “Tramonto a mezzogiorno”. Finalmente vengono considerati insieme vari fattori tenuti sino a quel momento separati: l’uso contemporaneo di molti ordigni (guerra nucleare); gli effetti dovuti ai materiali infiammabili presenti nelle città e le foreste della terraferma; le ultime conoscenze di fisica dell’atmosfera.

Con una guerra nucleare, aree forestali grandi come la Danimarca, la Svezia e la Norvegia sarebbero trasformate in fumo. In aggiunta alle tremende fiamme che brucerebbero per settimane le città e i centri industriali, gli incendi imperverserebbero anche sulle coltivazioni ed è probabile che almeno 1,5 miliardi di tonnellate di combustibili fossili immagazzinati verrebbero distrutti.

Gli incendi produrrebbero un fitto strato di fumo che ridurrebbe drasticamente la quantità di luce solare in grado di raggiugere il suolo. L’oscurità persisterebbe per molte settimane, rendendo ogni attività agricola nell’Emisfero Nord virtualmente impossibile se la guerra avesse luogo durante la stagione vegetativa.

L’inverno nucleare è finalmente all’attenzione dell’opinione pubblica.

L’intera dottrina del “first strike”, cioé  del colpire per primi con un attacco nucleare per avere l’unico vantaggio possibile che è quello di distruggere la capacità di rappresaglia atomica, viene ufficialmente sconfessata dalla Scienza.

Ascesa e sconfitta del negazionismo atomico

Quarant’anni di Guerra Fredda si mostrano per quello che sono: enormi spese militari che hanno messo inutilmente a repentaglio la civiltà umana. Gli interessi economici legati alla lobby atomica, soprattutto negli USA, finiscono sotto attacco mediatico e gli ingenti finanziamenti pubblici che li mantengono in vita sono a rischio.

Allora reagiscono.

Sulla stampa le pubblicazioni scientifiche che si susseguono nel modellizzare l’inverno nucleare iniziano a venire descritte come “scienza spazzatura” e gli autori come “irresponsabili” (e tanti saluti al Premio Nobel). Articoli sul Time Magazine e il Wall Street Journal iniziano a parlare di “autunno nucleare”, dando così l’impressione che sarebbe un fenomeno poi non così grave. Le accuse e le critiche si concentrano su incertezze modellistiche ‘a senso unico’.

Nel 2000 il Discovery Magazine inserisce l’inverno nucleare nelle 20 bufale scientifiche degli ultimi 20 anni.

Ma la Scienza è un osso duro. Più duro del denaro e degli interessi di parte.

Lenta e inesorabile la verità scientifica torna a galla. Sempre. A volte, come in questa vicenda, con risvolti piacevolmente paradossali.

Così succede che durante lo sviluppo di modelli climatici sempre più accurati per studiare il riscaldamento globale, a qualcuno viene l’idea di applicarli anche per modellizzare un inverno nucleare. La Scienza “Spazzatura” del Clima che aiuta quella dell’Inverno Nucleare. Il contrappasso perfetto per i negazionisti di tutto il mondo.

Dopo 20 anni di negazionismo atomico, dal 2007 escono allora  vari studi  che riaprono la discussione  ed espongono finalmente il re nudo [3][4][5][6]. Si concentra l’attenzione anche su guerre regionali a piccola scala, come quella possibile tra India e Pakistan:

  • le analisi di una guerra con 100 testate a “bassa resa” come quelle di Hiroshima (meno di un millesimo della potenza totale dell’arsenale mondiale) mostrano ora un numero probabile di morti (al kton) maggiore di 100 volte e una quantità di polveri rilasciate in atmosfera (sempre al kton) moltiplicata anch’essa per 100 [3];

  • inoltre provocherebbero un aumento di temperatura nella stratosfera e una riduzione dello strato d’ozono del 40%, tale da aumentare il danno al DNA del 213% (neoplasie) e una inibizione della fotosintesi del 132% [5];

  • ma è sulle conseguenze climatiche che gli effetti sarebbero globali, con un calo delle temperature di oltre un grado che durerebbe per parecchi anni, con danni all’agricoltura paragonabili alle carestie prodotte dall’eruzione nel 1815 del Tambora, grandi variazioni nelle precipitazioni globali e senza peraltro risolvere neppure il problema del riscaldamento globale (vedi figura 2) [6];

Figura 2: andamento delle temperature medie globali nell’ipotesi di una guerra nucleare regionale con 100 testate di potenza pari a quelle di Hiroshima. Si noti la durata di vari anni del calo delle temperature e il successivo rapido aumento. Da Robock et al. 2007[6].

Non male per una guerra nucleare tutto sommato contenuta.

Simulazioni su guerra più estee danno naturalmente risultati  più drammatici[4]:

  • in molte zone la luce solare si ridurrebbe a tal punto che a mezzogiorno il sole apparirebbe come la luna di notte;

  • la temperatura media ritornerebbe come all’ultima era glaciale, 18.000 anni fa;

  • la stagione vegetativa nei “granai mondiali” si annullerebbe del tutto;

Semplice buonsenso

Questi sono dati che fanno riflettere.

Innanzitutto sui rischi inutili e sconosciuti che l’umanità ha corso in passato. Un “principio di precauzione” anche in ambito militare sembra più urgente che mai. Ma nessuno ne parla. Anzi, la corsa agli armamenti nucleari viene portata spesso ad esempio come il mezzo grazie al quale si è raggiunto un equilibrio che ha sventato la terza guerra mondiale. Come se questo unico “esperimento storico” non fosse in realtà un fortunato accidente del caso, come se non fossero state in azione forze che rendevano questo equilibrio di tipo instabile tra cui la dottrina del first-strike e come se, lo ha dimostrato la Scienza, non fossero in realtà sconosciute le reali conseguenze dell’iniziare una guerra nucleare.

In secondo luogo il futuro non sembra poi così rassicurante. Se è vero che l’arsenale nucleare mondiale si è ridotto di tre volte rispetto ai massimi del secolo scorso, è anche vero che sono aumentati gli stati che posseggono le atomiche, che raggiungono quota 33. E abbiamo visto che ne bastano poche e di poca potenza per creare una catastrofe climatica.

Per quanto tempo ancora dovremo basare le nostre speranze di sopravvivenza sulla Terra sul fatto che nessuna nazione con ordigni nucleari decida di attaccarne un’altra?

Questa dovrebbe essere la domanda più importante in questa giornata del ricordo.

Note e riferimenti

[1] DTRIAC, Castel Bravo: fifty years di legend and lore, Jan 2013, pag 27

[2] Samuel Glasstone, The Effects of Nuclear Weapons,  1956, pag 69

[3]  O. B. Toon et al., Atmospheric effects and societal consequences of regional scale nuclear conflicts and acts of individual nuclear terrorism, 2007

[4] Robock et al., Nuclear winter revisited with a modern climate model and current nuclear arsenals: Still catastrophic consequences, 2007

[5] Mills et al, Massive global ozone loss predicted following regional nuclear conflict, 2008

[6] Robock et al.,Climatic consequences of regional nuclear conflicts, 2007

 

In: https://aspoitalia.wordpress.com/2015/08/06/maledetto-negazionismo-atomico/

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