12. Festa grande d’aprile – Pietro Polito

Saluto memore ai compagni di fede
cui sono sopravvissuto
col rimorso di aver avuto più vita
e non aver dato di più.
Franco Antonicelli

Franco Antonicelli alla scrivania
Franco Antonicelli alla scrivania

Ho scoperto Festa grande di aprile di Franco Antonicelli, uno dei testi di formazione dei giovani antifascisti della seconda metà degli anni Sessanta e della prima metà degli anni Settanta, nell’ottobre 1979. Rileggendolo in questi giorni, mi è parso che questo documento di vita interiore non abbia perso nulla della sua capacità di aiutarci a ritrovare e rinnovare il senso delle scelte morali e politiche di allora.

È uno dei libri della mia biblioteca personale a cui sono più affezionato e che ho nella prima edizione einaudiana del 1964 (numero 62 della “Collezione di teatro”, diretta da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri). Una piccola austera edizione tascabile con in copertina una fotografia da Kriegsfibel di Bertolt Brecht: un fiume in cui galleggiano in primo piano gli elmetti di alcuni soldati caduti, non ci sono i corpi. La guerra, mentre risparmia i segni della violenza, riduce le persone a cose.

Il libro è un’opera di teatro, di teatro didascalico, che non è stata creata da uno scrittore di teatro, in questo caso. L’impronta di Antonicelli conferisce al testo la natura di un discorso “soltanto da leggere o da recitare in forma di oratorio”. Un oratore viene chiamato in un congresso politico, che si svolge vent’anni dopo i fatti, a ripercorrere assieme ai “cittadini, amici, vecchi compagni” gli avvenimenti passati. A partire dall’assassinio di Giacomo Matteotti si svolge una “rappresentazione popolare” della storia degli italiani fino alla “festa grande d’aprile” del 1945.

L’oratore/Antonicelli non si rivolge ai congressisti come un capo: “non sono una guida, ma come ognuno di voi una persona che ha bisogno di guide”. Qual è il suo scopo ? Egli si propone “il riepilogo della storia che mi è stato dato di vivere e tutto ciò che ne traggo mi è utile per ritrovare uno slancio del cuore e ripulirmi la vista che, dopo tanti anni, è spesso coperta di nebbia”. Rievocare quella storia non è inutile perché “essa contiene tutto ciò che riguarda gli uomini e, come in uno specchio, pur offuscato che sia dal tempo, ognuno potrà riconoscere il proprio volto”.

Come quando ci si guarda in uno specchio, l’oratore ci ricorda che ci sono momenti in cui “bisogna alzarsi in piedi tutti quanti”. Non è impresa da poco. Anzi. Cercando una risposta alla domanda: “Che cosa può succedere quando un regime pretende che anche tu diventi un’opera sua?”, osserva: “Ora gli uomini imparano con dolore ciò che è facile e ciò che è difficile. Una lezione in cui i maestri sono pochi e gli stessi maestri tornano a impararla. Ci vuole più coraggio che scienza. E non bisogna essere severi contro chi non impara, perché, tanto per cominciare, proprio l’imparare è una cosa difficile”.

Nella scena finale che mi pare la più intensa, la n. XX, intitolata “Davanti a noi”, l’oratore ragiona con i congressisti sull’eredità della Resistenza: “E lo so bene – afferma –, le rime non fanno la poesia, ma la morale, in versi o in prosa, è egualmente questa: a che cosa serve conoscere la verità se non si apre la via alla speranza? Prima la verità non la vedevamo tutta intera e la speranza veniva rosicchiata giorno per giorno. Perché, lo sappiamo tutti, è facile ricadere nel buio dove l’uno si nasconde all’altro”.

Un congressista domanda: “Che cosa è cambiato?”. L’oratore risponde: “E’ cambiato che abbiamo la testa sulle spalle, gli occhi per vedere, la lingua per parlare. Abbiamo tutto ciò che avevamo perduto”. Certo è necessario “diventare più acuti”. La saggezza apparente nasconde la vera ipocrisia. Il nemico si può ripresentare e “i più infami non sono i violenti, ma quelli che attendono di farsi pagare il sangue che non hanno versato”.

Un altro congressista incalza: “La rivoluzione è fallita. Siamo stati troppo generosi. Tu come lo spieghi?”. L’oratore osserva che in realtà “la rivoluzione non è stata fatta”. Ma che cosa è la rivoluzione? Si trova in Festa grande di aprile in forma poetica una delle più belle definizioni della rivoluzione: “Non è una vendetta. E nemmeno una tempesta. Ma è il lavoro leale che il contadino fa nel suo campo, passo dietro passo”. L’opera del rivoluzionario contadino si giudica non dalla pazienza ma dalla lealtà: “E lealtà significa il lavoro giusto per quel che deve nascere giusto. Ma anche la tempesta potrebbe un giorno essere una cosa leale”.

Un terzo congressista è scoraggiato: “Ma che cosa è servito tutto quello … il prima, il dopo?”. L’oratore reagisce: “Davvero a nulla, se ancora me lo chiedi”. Ed è una spina che “è anche dentro il mio cuore”. Per questa ragione dobbiamo guardare a “quelli che ne hanno saputo più di noi. Tutta la purezza del mondo è nel calice della loro morte”.

La parola conclusiva spetta ai condannati a morte della Resistenza.

Il primo condannato si chiede “perché io debba morire” e trova la risposta nella sua coscienza: “non ci sei solo tu col tuo amore, né tua moglie col suo amore, in questo mondo. C’è la felicità e l’infelicità anche degli altri, nelle quali sono comprese anche le nostre. Ed è per questo, per la felicità e infelicità di tutti, pro e contro che mi sono battuto, e proprio per questo cado”.

Una condannata, rivolgendosi alla madre, si dice fiera, “io umile figlia del popolo, di essere stata scelta per un onore così alto … per un ideale che credevo destinato alle donne grandi, alle regine”. Questo grande ideale consiste nell’affermazione della libertà, della giustizia, del benessere che “si conquistano un giorno dopo l’altro e costano molto caro”.

Il terzo condannato si rivolge alla figlia: “Che sarà di me nell’al di là? Non lo so, non ci credo, ma non temo nulla. La mia vita era qui e continuerà a essere qui”. L’accento non è da mettere più sulla Patria ma sull’Umanità. E questa Umanità “non deve più ammettere che si possa morire perché si nasce diversi o si pensa diversamente. No, questo non potrà più essere”.

Il quarto condannato s’interroga: “Che significato ha avuto la mia vita?”. È la morte che da senso alla vita: “La mia morte, in questa vigilia purissima, mi dice che così dovevo agire come ho agito”.

Infine, il quinto condannato, 21 anni, il 6 aprile 1945, di lì a poco sarà fucilato, con animo sereno parla alla mamma, le dice di avere capito di appartenere non solo a se stesso, alla sua famiglia, alla terra dove è nato, alla sua ragazza, ai suoi amici, alla sua nave ai suoi studi. “Appartengo – dice – al mondo intero, questo so con sicurezza, e il mondo mi ha chiesto di fare qualcosa per lui. Ecco che cosa ho fatto”.

Appuntamento a settembre con altre riflessioni sulla R/esistenza! Buone vacanze…

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