I carnefici – Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

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Daniele Biacchessi, I carnefici, Sperling & Kupfer, Segrate (MI) 2015, pp. VII-190, € 16,90

“Sono un sopravvissuto. Uno che ha visto l’orrore. Uno che non vuole dimenticare”: così esordisce il libro “I carnefici”, edito da Sperling & Kupfer. È l’ultima delle molte opere d’impegno civile del noto giornalista d’inchiesta Daniele Biacchessi, voce libera, fuori dal coro, per la verità e la giustizia nel nostro dilaniato Paese. Daniele Biacchessi, con il suo impegno culturale e civile, da anni tiene testa al revisionismo, al rovescismo, al negazionismo più subdoli che spopolano, purtroppo, soprattutto nei mercati editoriali contemporanei. Il racconto del libro si dipana nella narrazione di storie nella Storia da parte di nonno Giuseppe, superstite della strage sull’acrocoro di Monte Sole, il 29 settembre 1944. Il nonno racconta il susseguirsi impietoso degli eventi al nipote Carlo – figura di riferimento autobiografica – e mostra un tesoro fatto di fotografie ingiallite, mappe militari consunte, cartine geografiche e carte processuali. I partigiani sono in Italia una esigua minoranza: la maggior parte degli italiani osserva gli avvenimenti dalla finestra, riempiendo le piazze per applaudire Benito Mussolini ai suoi comizi. In Italia i nazisti attuano lo stato di eccezione in connivenza con i fascisti, ossia il terrorismo contro i civili inermi. E tutto questo avviene perché le istituzioni e gli equilibri degli organi democratici non possono più funzionare, quando lo stato di eccezione si confonde con la regola e il confine fra democrazia e totalitarismo è completamente cancellato. Il teologo Giuseppe Dossetti, che nel 1943 si unì alla Resistenza, denuncia che le stragi nazifasciste contro i civili inermi e non belligeranti sono l’eccidio totale. “Non è una furia di vendetta, un raptus di follia omicida; è la negazione radicale dell’umanità”. Le stragi compiute dalle divisioni militari nazifasciste non sono casi isolati, e nemmeno l’aspetto terribile di un certo periodo della storia moderna, ma un punto di arresto, un’era oscura, in cui il progresso tecnologico della guerra, la pianificazione politica, i sistemi burocratici e l’assoluta scomparsa di principi etici e morali si sono combinati per rendere le stragi di massa una possibilità, un orrore sempre presente e attuale nella storia umana. I personaggi chiave di questa feroce mattanza di innocenti furono Albert Kesserling, Max Simon, Walter Reder. “Ma non sono i soli e gli unici responsabili”. Oggi dobbiamo superare la tragica contabilità dei morti e far emergere, nella comunità civile, il significato di ferite fisiche e psichiche che hanno condizionato la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone, quasi mai entrate nella memoria ufficiale.  Sono elementi difficili da cogliere che emergono da spezzoni di testimonianze di sopravvissuti. Le vittime non sono soltanto i morti, i feriti, i torturati, ma anche i loro congiunti e le intere comunità colpite. Perché dopo una strage, nulla è più come prima. Ma ricordare e commemorare sono il primo passo dell’impegno per una lucida coscienza storica. Ricordare deve essere l’atto, non occasionale, ma costante, di esprimere la memoria tramite l’impegno individuale e collettivo. È necessario formare una memoria comunitaria e collettiva. Per gran parte delle stragi nazifasciste dal 1943 al 1945 esiste oggi una verità storica. Ma verità e giustizia sono due concetti che nel nostro Paese, purtroppo, non sono mai andati d’accordo. La risposta della giustizia è stata condizionata dalla volontà politica di insabbiare le inchieste e dalla ragion di stato. Il nemico di ieri diventa ora amico degli americani nella lotta al comunismo. La Germania, sconfitta e lacerata, è divisa in due dal muro di Berlino. Il nemico dell’Occidente non è più il nazismo, ma l’Unione Sovietica. Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer ha ricostruito l’olocausto nazifascista nel nostro Paese, giungendo alla conclusione che la ragion di stato è usata come pretesto in modo da nascondere i fascicoli di indagine nel famigerato “armadio della vergogna”, come definito da Franco Giustolisi nel suo celebre libro a cui, in sua memoria, è dedicato “I carnefici”. Dunque gli studiosi e gli intellettuali hanno il dovere morale di condividere il materiale di documentazione, perché solo così gli eccidi compiuti dai nazifascisti, durante la Seconda Guerra Mondiale, potranno diventare tema di educazione alla pace per le nuove generazioni. Dal racconto del nonno delle storie nella Storia, il nipote comprenderà, negli anni, che democrazia e pace sono frutto di pratiche quotidiane e di relazioni tra persone e comunità, in un costante impegno civile di cittadinanza attiva dal basso, in collaborazione con le istituzioni democratiche. A Sant’Anna di Stazzema e a Monte Sole sorgono istituti per la pace, dove giungono ragazzi da ogni parte del mondo, anche palestinesi e israeliani, che studiano forme e sistemi di prevenzione dei conflitti e di convivenza pacifica tra i popoli, affinché la guerra sia espulsa per sempre dall’immaginario collettivo e dalla Storia. Perché mai nulla vada disperso e dimenticato. Perché la memoria possa diventare finalmente un fattore vivo e propulsivo di democrazia e pace. Per non dimenticare.

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