11. Dalla parte dei semplici – Pietro Polito


Rileggendo l’autobiografia di Bianca Guidetti Serra (Bianca la rossa, con Santina Mobiglia, Einaudi, Torino 2009, mi sono fatto l’idea che per Bianca essere partigiana ha significato stare da una parte. Se è vero, come è vero, che la Resistenza è stata una scelta, ebbene in primo luogo essa è stata la scelta di una parte. Quale parte?

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Dalla parte dei più deboli.

Il suo primo incontro con la storia del socialismo avviene attraverso la lettura, fatta giovanissima, di La mia vita di Trockij. La successiva adesione al comunismo nel luglio 1943 non trova la sua spiegazione in una progressiva maturazione teorica, nonostante il suo compito di giovane apprendista comunista fosse quello di trascrivere a macchina lunghe pagine di Marx ed Engels, Stalin e Togliatti destinate alla propaganda. Diventa comunista con la scoperta della fabbrica e dei problemi sociali, attraverso la conoscenza diretta della condizione operaia, per una insofferenza verso lo sfruttamento da parte dei ricchi, sulla base di “un’idea piuttosto elementare di giustizia”. Quando, superato l’esame, riceve la notizia di essere un membro del Partito comunista, “l’elemento determinante” della sua scelta è “un bisogno di reagire in vista di una società diversa”.

La sua militanza comunista si sviluppa nella Resistenza e si prolunga dopo la Liberazione fino al 1956. Nel ’48 partecipa alla campagna elettorale per il Fronte popolare. Incontra personalmente il segretario Togliatti e con lui ha un confronto nel 1955 sulla linea del partito dal quale traspaiono due mentalità destinate a non capirsi. A una osservazione volta a rilevare un contrasto tra i principi generali e le scelte concrete del Partito in merito all’assegnazione delle competenze ai giudici militari, Togliatti scrive alla “cara compagna”, l’8 novembre 1955, che “la nostra azione politica non si può condurre soltanto in difesa di posizioni di principio”. Per il Segretario il Partito viene prima di tutto, per la semplice militante di base il Partito non è “un fine in sé”, ma “uno strumento del cambiamento e della democratizzazione dal basso”. La rottura nel 1956, quando il Partito comunista giustifica l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, è una naturale conseguenza. In una pagina di diario scritta dopo un’assemblea di sezione su quegli avvenimenti Bianca annota: “Ciascuno di noi deve proprio sempre dire quanto pensa”. Fu “quasi un fallimento sentimentale” che portò con sé “un isolamento improvviso” e la rottura di legami importanti ma non la cessazione di amicizie autentiche come quella con Ada Gobetti che proprio nel 1956 aderì al Partito comunista.

Dalla parte delle donne.

Bianca è stata testimone e partecipe delle vicende del Novecento come militante, avvocato, donna. La sua prima percezione dell’ingiustizia è legata a una legge che limitava l’assunzione delle donne varata nel 1938. La Resistenza di Bianca è stata una resistenza delle donne, con le donne e per le donne. A lei il partito affida il ruolo di responsabile femminile del rione Centro con il compito di contribuire alla formazione di un unico movimento femminile, i “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà”. I “Gruppi” non si limitarono all’assistenza, anzi sono stati l’espressione di “una consapevole volontà di partecipare alla rinascita del paese e di affermare una nuova dignità femminile, rivendicando una condizione non più mortificata e subalterna”.

Nelle pagine del giornale dei “Gruppi”, “La difesa della lavoratrice”, s’incontra spesso l’affermazione chiara del “nesso tra la lotta di liberazione e l’emancipazione femminile, in nome del principio di eguaglianza”. Mi fa piacere ricordare che l’“Edizione straordinaria per la liberazione” del giornale, 3 maggio 1945, riporta come sede del movimento via Fabro 6, cioè l’abitazione di Piero e Ada Gobetti, prima della partenza di Piero per l’esilio nel 1926, di Ada Gobetti durante gli anni del fascismo e della Resistenza (ora è la sede del Centro studi Piero Gobetti, dove ogni mattina mi reco al lavoro). Bianca diffida dell’iconografia classica della donna partigiana in armi e pone l’accento sul diffuso “protagonismo femminile che, senza nemmeno mai impugnare un’arma, creò le premesse di un nuovo modo di interpretare la presenza sociale delle donne”.

Dalla parte del nemico.

Porsi dalla parte del nemico significa “riconoscere anche nei nemici delle persone”. A un certo punto della sua vita, intorno alla metà degli anni Novanta, Bianca ha cercato “le persone dietro il nemico che stava dall’altra parte, quella che avevo combattuto e che con immutata convinzione considero sbagliata”. Nessuna tentazione revisionistica, la riconciliazione delle memorie non è possibile, né si può giungere a una sorta di “pareggiamento nel giudizio storico e politico delle opposte scelte di campo”. Ciò che è auspicabile è “una memoria al plurale che integri la conoscenza dell’altro”. La sua passione di conoscenza la spinge ad avviare una ricerca sulle “altre”, le donne collaborazioniste, per cercare di capire “le ragioni di una scelta. Le ragioni di chi, per me stava dalla parte del torto”. Perché?. “Forse perché ho vissuto quelle esperienze – risponde – ho sentito una specie di dovere morale di ritrovare la dimensione umana, nel bene e nel male, che ci accomuna al nemico. Tessere il filo della democrazia vuol anche dire prevenire i contesti che ce la fanno dimenticare”.

Dalla parte dei semplici.

In conclusione, se dovessi dire in forma riassuntiva qual è la parte che Bianca

ha scelto nella Resistenza e nella vita, direi che stata la parte delle persone semplici che perlopiù non assurgono a grande notorietà, ma spesso, quasi sempre, hanno grandi meriti e qualità umane, di cui è bene conservare una traccia. La democrazia è il regime delle persone semplici che non hanno nessuna velleità eroica, che con il loro impegno quotidiano, giorno dopo giorno, portano il loro contributo all’affermazione di nuovi diritti.

Tra le persone semplici che in quegli anni feroci hanno dato la vita Bianca ricorda due sorelle, Vera e Libera Arduino, Vera diciannove anni, Libera 16, operaie, staffette partigiane, attive nei “Gruppi di difesa della donna”, uccise dai fascisti nella notte tra il 12 e il 13 marzo 1945. I funerali delle dure ragazze si trasformarono in una manifestazione di protesta a cui Bianca non partecipò perché il Partito aveva dato l’indicazione di non mettere a repentaglio la vita dei militanti. Parteciparono numerose donne tra le quali la sorella di Bianca, Carla, ciascuna “con qualcosa di rosso”. Oggi Torino ricorda Vera e Libera con una scuola intitolata al loro nome.

Perché non ricordarle, portando nel nostro impegno, ciascuno, ciascuna di noi “qualcosa di rosso”?

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