8. La Resistenza di Ada – Pietro Polito

Se dovessi dire con una sola parola che cosa è stata la Resistenza per Ada Prospero Marchesini Gobetti, direi semplicemente che è stata un lavoro, un lavoro da fare, che andava fatto, che era stato fin troppo rimandato ma che era stato accuratamente preparato, un lavoro che era giunto il tempo di fare, che bisognava fare in quei venti mesi dal 10 settembre 1943 al 25 aprile 1945: “M’ero buttata – scrive nel Diario partigiano, pubblicato per la prima volta nel 1956 – a «lavorare» con gli amici, che m’ero trovati accanto, quelli con cui io ero rimasta o ero venuta a contatto negli anni precedenti e che si richiamavano in parte alle idee di Piero [Gobetti]: senza capirci molto; con pura adesione sentimentale, con entusiasmo pieno di fede”.

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Com’è noto, il Diario partigiano è organizzato in tredici capitoli che corrispondono a tredici scansioni temporali, intervallate tra loro dal racconto di Ada che in modo alterno si fonda a volte sulla ricostruzione di quegli anni sulla base del ricordo, a volte si avvale di un diario da lei minutamente redatto negli anni dell’impegno. Di seguito voglio soffermarmi sul capitolo quinto dedicato al periodo “24 marzo – 1 aprile 1944”.

All’inizio di queste pagine ripensando ai mesi immediatamente precedenti, Ada riconosce l’ansia di quei giorni nonostante il tentativo “di frenarla e contenerla” che traspare chiaramente dal diario.

La mattina del 25 marzo 1944 è uno dei momenti in cui l’ansia è più forte e stringente. Da alcuni giorni non si hanno notizie del figlio Paolo. Ada si descrive “infelice”, di malumore, tuttavia sembra non temere che sia accaduto “qualcosa di grave”. Il timore per Paolo si salda all’amore forse mai sopito per Piero: “mi costrinsi – ricorda – a correggere alcuni appunti per l’opuscolo su Piero che stavo in quei giorni scrivendo”.

L’angoscia che si fa sempre più intensa non le impedisce di “fare al tempo stesso qualcosa di utile” e si incontra con un’insegnante in una scuola di Pinerolo, che era in contatto con i “nostri”, interessandola ai Gruppi di difesa della donna. Accosta l’“attonita, disorientata tristezza”, seguita alla “parentesi di libertà” che “era stata troppo inebriante e troppo breve”, alla sua angoscia che “era giunta ormai a quel punto in cui, provvidenzialmente, si trasforma in solida, seppur dolorosa indifferenza”.

Bisognava fare qualcosa. Ada e il compagno, poi marito, Ettore si avviano verso Perrero alla ricerca di Paolo: “c’era nella valle, piena di sole, come un’aria di morte: nulla più del ritmo sereno, quasi festoso, che vi avevo notato le altre volte”. I due avanzano con circospezione, portano con loro nel sacco documenti compromettenti di cui sarebbe meglio liberarsi, ma che sarebbe un danno distruggere. Ettore ha con sé “una serie di libri di Piero”. A un certo punto del cammino giungono in un luogo dove “non c’erano più monti e prati intorno; ma solo un abisso gelido e vuoto”. Ada commenta: “così, pensai, doveva essere l’inferno”.

Da poco hanno saputo che “un po’ più in su c’è un morto” un partigiano ucciso. Aggrappata al braccio di Ettore Ada prova “la sensazione di impazzire”.

Guardando il corpo esanime del giovane, il volto reclino sul prato, anche se non ne può scorgere il viso, Ada capisce che il partigiano caduto non è Paolo.

A questo punto del diario si può leggere un brano in cui a mio avviso si trova espressa in modo quasi lirico la concezione della vita di Ada: “ma non provai nessuna reazione di sollievo. Una pena insostenibile mi scosse tutta alla vista di quella giovane carne denudata e straziata, come se fosse stata la mia stessa carne, quella di mio figlio. Mai come in quel momento sentii quanto sia forte l’istintiva profonda solidarietà materna per cui ognuna sente come suo figlio ogni figlio d’ogni altra donna”.

È la prima volta che viene a contatto fisico e visivo con il massacro in corso, era a conoscenza delle conseguenze tragiche dei bombardamenti sui luoghi e le cose, ma fino ad allora il caso le aveva risparmiato “la vista di vittime umane”. Una cosa è vedere, altra cosa è sentir raccontare. La distruzione di alberi, case, edifici, opere d’arte famose non è paragonabile alla soppressione di “un’unica, piccola, insignificante vita umana”.

Quando viene annientata con la violenza una vita umana, dice Ada, “l’ordine dell’universo è sconvolto, non si può più credere alla realtà del sole”, tanto che, aggiunge, “mi pareva che non avrei mai più potuto sorridere”.

Il giovane caduto, Davide, “aveva fatto il suo dovere. Sino all’ultimo. Ed era stato ucciso”. Come avrebbe potuto riprendere il suo ritmo, il ciclo naturale della vita? Turbata, scossa dal pianto, Ada vede, intravede una bimba di quattro o cinque anni, il ritratto della gioia, che sul prato accanto raccoglie le prime violette: “guardai la bimba – scrive – e compresi che avrei ancora potuto sorridere”.

Che fare ora? Viene scartata sia l’idea di continuare a perlustrare la valle, sia quella di tornare a Torino, dove “rimanere ad attendere dominata da un’ansia mortale”. Su suggerimento di Ettore, decidono di andare a Torre Pellice, la sede, “in un certo senso”, del comando centrale di tutte le valli. Forse Giorgio [Giorgio Agosti, membro del Comitato Militare Piemontese del Partito d’Azione, poi commissario politico regionale delle Formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte] ha delle notizie.

Giunti a Perosa, sostano per recuperare le forze nei pressi di un tempio valdese. Ada commenta la scritta sulla facciata del tempio: “Io sono la resurrezione e la vita” in questo modo: “un senso di pace pareva emanare da quelle parole: la stessa pace serena e ineluttabile, superiore a ogni angoscia e a ogni dolore che pareva spirare dall’austera linea dei monti dietro cui stava tramontando il sole.[…] c’era in quelle parole un conforto anche a non volerle prendere in senso letterale. Che cosa sosteneva gli uomini che in quell’ora combattevano e morivano in quella valle, nell’Italia, nel mondo, se non la fede in qualcosa di superiore alla loro vita individuale e contingente – qualcosa che alcuni chiamavano Dio e altri patria, e altri libertà e giustizia sociale e democrazia – ma che era pur sempre fondamentalmente qualcosa a cui si poteva sacrificare la propria vita mortale poiché c’era in essa una certezza d’eterna resurrezione?”.

Inavvertitamente quasi inconsapevolmente Ada cerca e trova nella sua borsetta i fogli degli appunti sulla vita di Piero: “quelle idee – scrive – per cui egli, con così spietata coscienza, con sacrificio solo apparentemente arido, aveva dato la vita, non rinascano oggi, dopo tanti anni di sotterraneo fermento, nell’ardore della nostra battaglia? E il giovane Davide non era, pur senza forse saperlo, morto per esse?”. Di seguito aggiunge: “aprii gli appunti e mi misi a lavorare”.

Il racconto si conclude con l’incontro con Paolo a Meana, la felicità, la gioia, il sollievo, l’ansia che si attenua, il ritorno a una pressoché “vita normale”, l’angoscia che non scompare.

Concludo con l’immagine della madre che veglia il sonno del figlio: “a lungo ascoltai il suo respiro, il battito calmo del suo cuore. E non sapevo neanche più essere felice. Pensavo agli altri di cui non si sapeva ancor nulla, alle loro madri. E quella miracolosa vicinanza al figlio mio mi pareva un privilegio che presto o tardi avrei dovuto scontare”.

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