Mangiare è un atto agricolo – Recensione di Cinzia Picchioni

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/06/cop Wendell Berry Mangiare è un atto agricolo

Wendell Berry, Mangiare è un atto agricolo, Lindau, Torino 2015, pp. 252, € 19,50

Quando vorranno farti comprare qualcosa, ti chiameranno.

Quando vorranno sacrificarti al profitto, te lo faranno sapere.

Perciò, amici miei, fate tutti i giorni qualcosa d’irragionevole. […]

Prendete ciò che avete e fatevi poveri. […]

Approvate ciò che vi sfugge […]

perché quello che l’uomo non ha ancora scoperto non ha ancora distrutto.

[…] Interrogatevi sulle domande senza risposta, p. 151

Gli ultimi saranno i primi

Lasciatemi cominciare con alcune parole (quelle qui sopra) che sono alla fine del libro, e lasciatemi condividere la gioia di averle trovate in questo libro, che non avrebbe alcun bisogno di essere recensito (e di certo non per convincere qualcuno a leggerlo, averlo e acquistarlo. Il nome dell’autore parla da solo). Sto parlando del Manifesto del contadino impazzito. Da anni, da quando l’ho letto per la prima volta concludo quasi sempre gli interventi, le presentazioni, le serate a cui mi invitano per parlare della semplicità volontaria con quel brano di Wendell Berry. Immeritatamente a volte dichiaro che quelle parole riassumono un po’ il “cinziapensiero” in modo più efficace di quanto potrei fare io in ore di “spiegazioni”. Resto sempre un po’ delusa, però, quando chiedo “Qualcuno conosce Wendell Berry?” e la risposta è praticamente sempre negativa.

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Così plaudo all’iniziativa della casa editrice, per aver deciso di pubblicare Wendell Berry (so che intende editare anche altri suoi lavori), e per aver sistemato alla fine del libro (proprio come una “summa”) il Manifesto. Il fronte di liberazione del contadino impazzito (1973). Dall’altra parte di questa azzeccatissima “fine” c’è un altrettanto azzeccato “inizio”: il titolo. Evocativo e commovente, è un altro esempio di sintesi perfetta di un più articolato e lungo pensiero (e nel caso di Berry anche di stile di vita): Mangiare è un atto agricolo. Ho già parlato di questo libro con qualcuno che mi ha detto: “Ah sì! L’ho visto, mi ha attirato il titolo…”. Mangiare (l’ultima azione) è un atto agricolo (la prima azione). Questo è il significato che abbiamo scordato: mangiamo senza considerare l’origine del nostro atto di mangiare. E così non ci preoccupiamo (né ci occupiamo) dell’unico bene che meriterebbe la nostra totale attenzione: la terra (e la Terra) e chi la coltiva.

Wendell Berry profeta

Da 40 anni – e anche in questo libro – l’autore ci indica dove condurranno i nostri errori:

“Per 50 o 60 anni ci siamo cullati nell’illusione che finché avremo denaro avremo cibo. Ci siamo sbagliati. Se continueremo a offendere la terra e il lavoro che ci consentono di nutrirci, le scorte alimentari diminuiranno e ci ritroveremo con un problema molto più grave del crollo di quest’economia di carta. Il Governo non sarà in grado di produrre cibo semplicemente regalando centinaia di miliardi di dollari alle società di agribusiness” (dall’Introduzione di Michael Pollan, p.14).

Per scrittori e agricoltori

Pollan racconta di tenere i libri di Wendell Berry su uno scaffale “a portata di mano” e di attingervi quando ha bisogno di chiarirsi le idee, ed è proprio così, anche nel caso di questo libro. Ci sono elenchi di pratiche subito adottabili (pp. 35 ss.), magari non tutte e subito…, rivolti soprattutto a chi non fa il contadino. Ma ci sono “piani d’azione” anche per un agricoltore (pp. 49 ss.) e per la gestione di una fattoria.

Per allevatori

In un capitolo opportunamente intitolato Assurdità concentrata (un saggio del 2002), Berry ci parla degli allevamenti industriali, della regola che “Piccolo è meglio” e anche dell’economia (per chi debba vivere anche allevando animali) dimostrando che:

A fronte di un allevamento industriale che vende 1,2 milioni di polli per ricavare un profitto di 20-30.000 dollari, conosco una famiglia di agricoltori che l’anno scorso, nella sua piccola azienda ben diversificata, ha allevato 2.000 polli ruspanti con un ricavo netto di 6.000 dollari (p. 98)

Per animali

Due saggi (uno del 1996 e uno del 1980) raccontano il rapporto con gli animali, l’uso della trazione con i cavalli e l’allevamento delle pecore. Tutto “dal vivo”, cioè non “teoria” (pur bella). Wendell Berry conosce uno per uno gli agricoltori e gli allevatori di cui narra in questo libro; è andato a trovarli, ha trascorso del tempo con loro, ha visitato le loro fattorie, ha visto da vicino il lavoro dei cavalli o le stalle e gli ovili. Li chiama per nome (e diventano i titoli di capitolo: Charlie Fisher, Elmer Lapp e la sua fattoria),  ce ne svela l’età e il carattere. A proposito di carattere, non perdetevi la foto di copertina: Wendell Berry e il suo sorriso (insieme con un cane in bianco e nero, come tutta la foto. Ottima scelta).

Per famiglie

Naturalmente non può mancare un capitolo sulla fattoria a conduzione familiare (saggio del 1986), che inizia con queste parole: “Difendere la fattoria a conduzione familiare è un po’ come difendere la Costituzione, il Discorso della montagna o le tragedie di Shakespeare. Stupisce doverlo fare, eppure ci si presta di buon grado sapendo che […] definisce la nostra umanità”, p. 55. Secondo me questo è uno dei capitoli più belli, da cui – non a caso – sono state tratte alcune parole per uno dei risguardi di copertina: differenza tra “fabbricare” e “fare”; vivere nell’attesa dei week end, delle ferie e della pensione; l’individuo lavora non perché il lavoro sia degno, ma per poterlo lasciare; “Grazie a Dio è venerdì”; “lo svilimento della mente del lavoratore” che invece sarebbe chiamato a mettere amore nel proprio lavoro, a essere artista.

La piccola fattoria, sostiene Berry, è uno degli ultimi luoghi in cui tutti i componenti della famiglia che la difende e sostiene possono “farsi artisti, imparare a porre amore nell’opera delle proprie mani […] in cui colui che fa – alcuni agricoltori dicono ancora così, “fare il raccolto” – è responsabile per intero del proprio lavoro, dall’inizio alla fine”, pp. 60-61.

Per poeti

La Terza parte – Storie di cibo quotidiano – è composta da racconti, tutti che riguardano, come recita il titolo, il cibo. Sempre per ricordarci, anche con la letteratura e la narrativa, quanto è vero che “mangiare è un atto agricolo”. E la Quarta parte, da sola, è interamente dedicata al “Manifesto del fronte per la liberazione del contadino impazzito”. Mica tanto impazzito. Siamo noi “mangiatori” ad essere impazziti, poiché dimentichiamo troppo spesso che all’origine di tutti i nostri pasti (e quindi della nostra sopravvivenza) c’è qualcuno che al posto nostro ha coltivato tutto ciò che mangiamo. Pensiamoci. Niente cibo, niente vita. Perfino leggere dipende dalla terra: possiamo stare senza leggere? Sì. E senza mangiare?

Una replica a “Mangiare è un atto agricolo – Recensione di Cinzia Picchioni”

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