Giovani e prima guerra mondiale – Stefania Macchiafava

Sono Stefania, una studentessa del corso di laurea in comunicazione interculturale e come volontaria del gruppo di educazione alla pace del Sereno Regis ho partecipato a un corso di formazione a Folgaria per diventare coordinatrice di un campo-studio per volontari incentrato sul tema della prima guerra mondiale e della nascita del movimento pacifista in Europa.

E’ stata una settimana intensa. Eravamo persone provenienti da diversi paesi: Italia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Serbia, Russia, Slovenia, Polonia, Austria, Belgio, Germania e Spagna. Situazione ideale per una ragazza che studia come possano comunicare persone di diversa origine e cultura. Non solo c’è stata comunicazione, ma scambio di idee, cooperazione, solidarietà, condivisione e comprensione.

Abbiamo partecipato a una serie di workshop per approfondire ciò che è accaduto durante la Grande Guerra all’interno del proprio paese e degli altri stati. Abbiamo discusso molto sul ruolo avuto dalla propaganda. Il fatto che questa incitasse al sacrificio, non solo del giovane soldato che andava a combattere sul campo per salvare i propri figli e la propria moglie dai nemici, dipinti come dei mostri che mangiavano bambini e stupravano donne, ma anche di coloro che restavano nelle proprie case. Questi dovevano evitare di nutrirsi di certi cibi più sostanziosi e dovevano consumare meno per dare il cibo prodotto all’esercito che stava combattendo e soffrendo per loro. Chi restava in patria doveva rinunciare ai propri guadagni per darli allo stato, il quale aveva bisogno di soldi per continuare la guerra. Venivano mostrate immagini di soldati soli, magri fino a vedere lo scheletro del corpo e senza armi o con dei piccoli pugnali. All’interno del museo dedicato alla prima guerra mondiale di Rovereto, è stato interessante osservare che la propaganda era creata anche contro le potenze alleate, per dire di non diventare schiavi della potenza alleata più forte e di mantenere una posizione egualitaria e non di sottomissione. Infine abbiamo riflettuto su come la propaganda sia cambiata (o forse non troppo) al giorno d’oggi e come sia la stessa anche in paesi con ideologie completamente diverse. Forse oggi è meno esplicita e diretta. Passando per vie traverse e attraverso i media e i social network, diffonde messaggi discriminatori e incita alla violenza anche sotto forma di gioco o scherzo influenzando la nostra società e soprattutto la fascia adolescenziale della popolazione, in fase di cambiamento e formazione personale. Abbiamo cercato di discutere su come decostruire l’immagine dell’eroe di guerra che combatte per la patria e ci siamo chiesti se davvero si possa definire tale colui che uccide esseri umani per salvare altri esseri umani. Se davvero come ci dicono i telegiornali l’unico modo per la salvezza sia la guerra e l’uccisione. In più ci siamo chiesti cosa sia rimasto ai soldati tornati a casa, mutilati, pieni di incubi e paure, delusi dal fatto di non avere quel ruolo e quei riconoscimenti che si aspettavano al ritorno in patria, magari senza un soldo e con uno shock che si porteranno per tutta la vita. Ci siamo domandati se valga di più il senso del dovere rispetto alla propria vita e come questo senso del dovere possa essere mutato in desiderio di cooperazione per la realizzazione del bene comune.

Abbiamo trattato anche del ruolo avuto dai movimenti pacifisti durante la grande guerra. Il pacifismo italiano era debole al momento dello scoppio del conflitto. Precedentemente alla prima guerra mondiale alcuni degli esponenti avevano partecipato alla guerra in Libia e ciò provocò una rottura con il movimento pacifista europeo. L’intervento era dovuto alla convinzione che per avere un paese giusto e pacifico bisognasse renderlo libero e forte attraverso l’intervento bellico. Non solo in Italia ma anche in altre paesi i pacifisti che avevano deciso di non entrare in guerra vennero condannati e obbligati a chiudere riviste, sedi, vennero perquisite le loro case e ritirati i loro passaporti.

Un ultimo tema discusso è stato su come si possano inserire nella Storia studiata tra i banchi di scuola oltre alle storie di guerre quelle di alleanze e solidarietà, storie di unioni. Anche solo parlare degli atti di umanità tra soldati di trincee nemiche, delle tregue come quella di Natale del 1914 avvenuta nella zona del fronte occidentale, in cui i soldati si scambiarono doni e auguri e organizzarono addirittura improvvisate partite di calcio.

Tutto il training era strutturato attraverso tecniche di educazione non formale. Ogni discussione era preceduta da un momento di gioco, proposto non solo dai coordinatori ma anche dai volontari, sempre nell’ottica che tutti debbano avere le stesse possibilità di esprimersi in qualunque contesto. Ogni attività e dibattito avveniva in cerchio e tutti dovevano ascoltare gli altri prima di dire la propria opinione. Si facevano lavori di gruppo e sia coordinatori che volontari lavoravano sui contenuti, il campo si faceva insieme giorno dopo giorno. I gruppi cambiavano continuamente in modo che tutti potessero relazionarsi ed avere uno scambio con ogni persona presente.

Sicuramente la cosa più bella di queste situazioni è la presenza del totale rispetto dell’altro. Anche se potrà sembrare banale a dirsi, questo è straordinario. Perché quando c’è una reale sensibilità e attenzione verso l’altra persona si crea un vero stato di pace, in cui emergono stabilità ed equilibrio e dove tutti hanno la libertà di essere se stessi senza invadere l’altro. Non si deve guardare al concetto di pace solo attraverso il binomio pace/guerra. La pace sta nelle piccole cose. E’ un modo di essere, di vivere le relazioni con gli altri. Solo quando ci sarà la consapevolezza che dal confronto/scontro con modi di vivere ed idee diversi possa nascere qualcosa di migliore da cui si possa crescere personalmente e collettivamente raggiungendo il benessere comune potrà esserci una situazione di pace.

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