I soldi degli altri e come i banchieri li usano – Recensione di Cinzia Picchioni

Layout 1Louis D. Brandeis, I soldi degli altri e come i banchieri li usano, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2014, pp. 288, € 18,00

Avvocato del popolo
Questo è il soprannome con cui era noto l’autore del libro presentato questa settimana. Louis D. Brandeis1 (Louisville, 1856-Washington d.c., 1941) – uno dei maggiori giuristi del suo tempo – scrisse una serie di articoli per «Harper’s Weekly», tra novembre 1913 e gennaio 1914, che sono qui riportati.

Attualità centenaria
Perché la casa Edizioni di Storia e Letteratura ha deciso, 100 anni dopo, di tradurre per la prima volta in italiano e ristampare (peraltro modernamente, su carta fsc, vivi ringraziamenti!) questi articoli? Ce lo spiega l’interessante Introduzione di Lapo Berti, economista, già dirigente all’agenzia Antitrust (Autorità garante della concorrenza e del mercato), già insegnante di Politica economica e finanziaria alle università di Reggio Calabria e di Napoli:
«Perché ci dice, senza possibilità di dubbio, che alcuni dei problemi cruciali […] alla base della crisi attuale […] furono visti con chiarezza, in tutte le loro conseguenze e implicazioni, già un secolo fa. […]»
E chi li aveva visti, questi problemi, era nato nel Kentucky da una famiglia ebrea di origini praghesi immigrata negli Stati Uniti nel 1851. Louis Dembitz Brandeis nacque il 13 novembre 1856 a Louisville, lì studiò e lì sono sepolte le sue ceneri. Dopo la laurea, nel 1878 cominciò il suo lavoro di avvocato, e poiché aveva “uno spiccatissimo e solidissimo senso di giustizia, forse ereditato dalla cultura e dall’esperienza familiare” ben presto si impegnò “nelle cause con una forte valenza sociale e politica”.
L’autore-avvocato lottò per gli orari di lavoro, per i salari, per i diritti dei lavoratori, senza tralasciare il suo interesse per il mondo degli affari e della finanza. Brandeis visse nello stesso periodo in cui avevano successo e si arricchivano i «costruttori d’impero»: Andrew Carnegie, John Rockefeller, Jim Fisk avevano anche loro tra i 20 e i 30 anni allo scoppio della guerra civile, e presero un’altra strada, rispetto a Brandeis «nei cui occhi rimasero impresse per sempre le immagini della povertà, delle disuguaglianze, delle sofferenze di vari strati della popolazione generate e imposte da uno sviluppo impetuoso e non regolato del potere economico» (p. 20). Gli altri presero la strada di cogliere le opportunità di arricchimento che la guerra civile offriva: «La guerra civile fu la vera genitrice della rivoluzione industriale americana e lo stato ne fu la levatrice» (p. 21), «L’economia di guerra […] costituì il grande crogiolo dentro cui fu forgiata la potenza industriale americana» (p. 22).

Tutto è relativo
Già. Per qualcuno (per molti) una guerra, un terremoto, sono tragedie, per altri (pochi) sono occasioni di ricchezza. Lo sappiamo. Lo sappiamo? Il libro ci fa pensare poi che c’è anche un altro tipo di «guerra», ricercata e agita da pochi su molti, per accrescere il potere dei primi. Si tratta di una guerra «combattuta principalmente nel mondo delle idee e nella sfera della comunicazione. Protagonista di questa guerra è stata l’oligarchia finanziaria globale che ha preso forma a partire dalla fine degli anni Trenta […] per uscire allo scoperto negli anni Settanta sotto l’etichetta del neoliberismo», p. 37.

«Non con i miei soldi»
«Già dal titolo, il pamphlet di Brandeis centra il problema che è al cuore del moderno sistema creditizio e finanziario: il fatto che vi sia, e sia accettata, una categoria di operatori economici, i banchieri e i finanzieri, che è autorizzata a utilizzare più o meno liberamente e, spesso, senza neanche un esplicito accordo, i “soldi degli altri”, per accrescere la ricchezza della propria impresa e generalmente anche quella personale. […] i cittadini mettono i loro risparmi a disposizione di istituzioni, le banche, le quali li utilizzano per fini che non sono chiamate a dichiarare […] e li mettono a disposizione di istituzioni finanziarie che li utilizzano in maniera ancora più opaca. Questo è lo scandalo su cui poggia l’economia capitalistica e di cui finora nessun regime democratico è riuscita a venire a capo» (pp. 6-7).

Perché?
Perché nessun regime ne è venuto a capo? E noi dove eravamo, che cosa facevamo, che cosa facciamo? Se lo chiede Lapo Berti nell’Introduzione, insieme ad altre domande che riguardano l’attualità del libro presentato questa settimana, ma centenario. E dopo essersi domandato come mai «abbiamo lasciato che il potere economico si sviluppasse […] senza limiti […]? Come si è potuta costituire […] un’oligarchia finanziaria che opera nelle opache realtà dei paradisi fiscali all’ombra dei quali manovra gran parte della ricchezza globale per fini che nessuno conosce?» (pp. 5-6), si chiede:

«Perché, a un secolo di distanza, ci troviamo ancora a fare i conti con gli stessi problemi, i quali, semmai, si sono aggravati, avendo ormai raggiunto una dimensione globale? […] Cosa si è fatto per riportare l’attività bancaria e finanziaria sotto un regime di regole e di controlli tale da impedirgli di svilupparsi con modalità e a livelli tali da minacciare gli equilibri economici, ma anche sociali e politici del mondo intero? La risposta, per quanto possa apparire sconvolgente è: poco o nulla» (pp. 35-36).

Risposte e proposte
Abbiamo già riportato alcune delle «risposte» che il Berti fornisce alla riflessione: la teoria di una «guerra culturale», sotterranea e strisciante (che prosegue ancora oggi, sottolineerei); altre risposte ci vengono offerte dal libro stesso, nelle parole profetiche di Brandeis che
«Si era reso conto che, all’interno del sistema capitalistico, si era installata, per il tramite del sistema bancario e creditizio, una possibilità foriera di abusi e distorsioni. […] aveva ben chiaro il potere smisurato che derivava da questa possibilità […] le possibili, inevitabili, conseguenze non solo nell’ambito del sistema economico, ma, più in generale, nell’ambito sociale e politico, per l’insuperabile e pericolosissimo disparità di potere che si veniva a creare […]» (p. 42).

Nelle pagine degli articoli riportati nel libro presentato troviamo occasioni di riflessione (e forse ogni tanto dovremo ripeterci di star leggendo un libro che ha cent’anni!), e perfino due rimedi «per porre un limite di sistema allo strapotere dei banchieri, uno negativo e uno positivo, che stupiscono ancora oggi per la novità e l’arditezza» (p. 42). I due rimedi sono in equilibrio, poiché uno è «in negativo» (impedire) e uno è «in positivo» (promuovere). Che cosa impedire? Impedire il formarsi «di aggregazioni economiche dotate di un potere incontrollato e per di più inefficienti» (p. 42). Come impedire? Con un «sistema di “concorrenza regolata”» (ivi). E come promuovere? La risposta è nel secondo rimedio: «la cooperazione come forma principale di strutturazione del settore bancario» (pp. 42-43). Brandeis cita esempi – attivi ancora oggi – di cooperazione (in Europa) per creare sistemi bancari democratici, affinché le banche siano «del popolo, […] gestite dal popolo e […] per il popolo che vi ha accesso per il finanziamento dei propri progetti» (pp. 43-44). Così, scrive Brandeis, «coltivatori, operai e impiegati stanno imparando a usare il loro piccolo capitale e i loro risparmi per aiutarsi l’un l’altro» (p. 277).
Le cooperative attuali possono essere considerate le banche etiche (e questa sembra essere una delle possibili proposte) che «attraverso la scelta consapevole di metodi e fini da perseguire, introducono all’interno dell’attività bancaria quella consapevolezza del limite che dovrebbe essere propria di ogni attività economica, se vogliamo che sia compatibile con l’ordine sociale» (p. 45). Aderire a un’impresa bancaria che ha come obiettivi della propria azione economica princìpi come la salvaguardia dell’ambiente fisico e sociale può in effetti diventare un’azione concreta.

Speranza con l’azione
L’azione – quella vera, non quella virtuale delle «Società per Azioni» – sembra essere la strada di una possibile trasformazione. Noi stessi possiamo (dovremmo?) diventare «cittadini attivi e consapevoli che, votando con il loro portafoglio, cercano di condizionare gli orientamenti e le scelte non solo delle imprese, ma anche delle banche. La destinazione del risparmio può diventare un’arma decisiva nella lotta per un’economia a misura d’uomo. La partita, come avrebbe detto Brandeis, si gioca sull’uso che le banche fanno del denaro altrui» (p. 46).
E non perdetevi l’orribile «lombrosiano» aspetto del banchiere scelto per la copertina: una litografia di Honoré Daumier, dove un grasso – ovviamente – signore con le ghette infila nel portafogli banconote da 500 (sterline?), che a un primo sguardo potrebbero sembrare anche i polsini della sua camicia… (gli euro sono fatti di cotone).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *