Elogio della disobbedienza civile – Recensione di Nanni Salio

cop_elogio-della-disobbedienza-civile-d448Goffredo Fofi, Elogio della disobbedienza civile, Nottetempo, Roma 2015, pp. 91, € 7,00

«Per essere subito chiari, la disobbedienza civile può fare a meno della nonviolenza […] mentre la nonviolenza non può fare a meno della disobbedienza civile, salvo trasformarsi, come è perlopiù accaduto, in happening collettivi […]» (p. 6). È la stessa critica mossa da Günther Anders:

«Non appena si trovano in centomila, automaticamente ne scaturisce una divertente festa popolare. Allora ci sono salsicce, Chernobyl con salsicce. E poi vengono le chitarre. E là dove quelle cominciano, là comincia la scemenza emotiva» (p. 26)

Questo è il messaggio centrale, in sintesi, che Goffredo Fofi lancia nel suo «elogio della disobbedienza civile». È un tema che gli sta a cuore da tempo, e la critica che muove ai movimenti di base (nonviolenti, per la pace, di solidarietà sociale, ecologisti) è quanto mai pertinente e condivisibile.

Meno chiara e assai discutibile l’affermazione che la disobbedienza civile possa fare a meno della nonviolenza, contraddetta peraltro da molte delle citazioni che seguono nel testo (da Gandhi a Capitini). Il rischio è di cadere nel pessimismo di coloro che, come Anders e altri, giungono a giustificare la violenza per ottenere il cambiamento.

Fofi si discosta da questa conclusione, ma la sua analisi si ferma alla superficie del problema.

L’efficacia dell’azione e della lotta nonviolenta si basa non solo sull’insieme delle molteplici tecniche a disposizione, molte di più di quelle elencate da Capitini, richiamate nel testo, come si può vedere dal lavoro di Gene Sharp, La politica dell’azione nonviolenta, un classico in materia. Oggi non mancano, come in passato, esempi di disobbedienza civile praticati da singoli o da piccoli gruppi nel corso di specifiche lotte (dai NO TAV ai NO MUOS, in Italia, ai ploughsahare e molti altri su scala internazionale), ma non si traducono quasi mai in movimenti su larga scala, capaci di maggiore efficacia per raggiungere gli obiettivi che si prefiggono.

L’esempio più classico di disobbedienza civile sfociata in un movimento di massa è quello della marcia del sale lanciata da Gandhi nel 1930. Ma quello che in genere sfugge a molti nella ricostruzione storica di questo evento e nel sostenere l’importanza della disobbedienza civile è il grande lavoro di organizzazione e preparazione, durato più anni e proseguito anche dopo la conclusione della marcia. Gandhi aveva una visione strategica della nonviolenza, non solo meramente tattica, e una impressionante capacità organizzativa e logistica, intesa anche come raccolta fondi, presso grandi donatori come i Birla, per sostenere le iniziative che andava man mano proponendo. Queste sono tutte qualità che oggi mancano ai movimenti di base, i quali agiscono solo sull’onda della emozione momentanea, senza continuità, privi di organizzazione, frammentati, divisi e soventi subalterni alle forze politiche, partitiche, dominanti.

Eppure, anche nel caso di Gandhi, come per altri (Martin Luther King, Nelson Mandela, le rivoluzioni nonviolente del 1989 nei pasi dell’Est europeo) si possono trarre conclusioni molto diverse tra loro. Da un lato, Fofi esalta Gandhi e la sua capacità di disobbedire, dall’altra afferma che il suo esempio non ha fatto scuola e «la dimostrazione del suo fallimento è sembrata evidente» (p. 48). Non solo questa tesi è quanto mai semplicistica, visto che in tutto il Novecento e ancora ai giorni nostri le princiali lotte nonviolente si sono richiamate più o meno direttamente a Gandhi, ma il problema è più generale e verte sul significato di successo e fallimento. Nulla nella storia umana avviene come totale successo o totale fallimento, ma è in un continuo divenire, caratterizzato, come sostengono i buddhisti e il tao, dall’impermanenza, dal gioco sottile di forze contrapposte (yin e yang) e dall’ignoranza che ci sovrasta. Nel caso specifico di Gandhi, è illuminante l’analisi svolta da Mark Engler e Paul Engler, «Come fece Gandhi a vincere?», (http://serenoregis.org/2014/10/19/come-fece-gandhi-a-vincere-mark-engler-e-paul-engler/) i quali mettono in evidenza come «tutte le azioni, campagne e rivendicazioni di protesta hanno dimensioni sia strumentali sia simboliche. Nella politica tradizionale le rivendicazioni sono principalmente strumentali, mirate a conseguire un risultato specifico e concreto nell’ambito di un sistema. Nel caso di mobilitazioni di massa che trainano una lotta, compresa la Marcia del Sale, le campagne funzionano in modo diverso». E Gandhi fu abilissimo nell’individuare simboli potenti, capaci di mobilitare l’opinione pubblica su larga scala.

Tuttavia, la disobbedienza civile e la resistenza civile nonviolenta costituivano solo il dieci percento dell’attività che lui promuoveva incessantemente, mentre il novanta percento era costituito dal programma costruttivo, senza il quale riteneva che la disobbedienza civile da sola sarebbe stata inefficace e incompleta.

Questo è un punto trascurato da Fofi, che si limita a invocare la disobbedienza civile, ma dimentica di indicare per quali obiettivi specifici, concreti, circoscritti e non generici bisogna disobbedire.

Ma non tutto è negativo nel panorama complessivo dei movimenti. Occorre innanzitutto ricordare la stagione delle lotte per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e, in seguito, quelle per l’obiezione di coscienza alle spese militari. Oggi, ciò che maggiormente contraddistingue il programma costruttivo dei movimenti nonviolenti è l’impegno per l’intervento diretto in aree di conflitto armato, mediante i Corpi Civili di Pace e più in generale l’impegno teorico e pratico, costruttivo, concreto e creativo per la «trasformazione nonviolenta dei conflitti» dal micro al macro, secondo quanto suggerisce Johan Galtung.

Anche altri movimenti, come quello per «la transizione», per la «semplicità volontaria» e per un’economia nonviolenta, operano per un cambiamento sociale concreto, qui e ora, in decisa controtendenza rispetto a quegli stili di vita consumistici e futili, individuali e collettivi, che tu Goffredo giustamente denunci come uno dei grandi mali che affliggono le nostre società.

La tua sollecitazione è dunque un punto nodale nella riflessione autocritica che i movimenti debbono compiere per non restare totalmente subalterni alle grandi e potenti forze oligarchiche che in questo momento dominano il mondo. Ma è altrettanto importante lavorare creativamente per elaborare progetti concreti di cambiamento sociale, costruttivi e disobbedienti, che permettano ai movimenti di superare le attuali difficoltà.

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