L’ascesa dello stato islamico – Recensione di Nanni Salio

cop_ Patrick Cockburn, L’ascesa dello stato islamicoPatrick Cockburn, L’ascesa dello stato islamico, Stampa Alternativa, Viterbo 2015, pp. 143, € 14,00

Quello di Patrick Cockburn è probabilmente il miglior libro finora pubblicato per capire cosa sia l’ Isis, come sia sorto e come continui a operare in una situazione mediorientale convulsa, contraddittoria e paradossale. Sin dal 1979, l’autore opera direttamente sul campo e ha una vasta conoscenza e la capacità di attingere a fonti documentarie varie, dalle indagini e interviste dirette alle confidenze di persone dei servizi segreti dei vari attori in conflitto.

Il libro è una raccolta di articoli apparsi su “The Independent” e sulla “London Review of Books”, nel periodo 2012-2013, con una Postfazione che aggiorna la situazione sino all’ottobre 2014. Molti dei suoi articoli sono normalmente reperibili on-line (http://www.unz.com/pcockburn/) in inglese e parecchi vengono tradotti su www.comedonchisciotte.org. È un peccato che nel libro non siano indicate le fonti degli articoli originali.

Nei nove capitoli in cui è strutturato il libro, Cockburn offre molti elementi per cercare di districarsi nel grande mare di propaganda che crea volutamente la “nebbia della guerra” (The fog of war) analizzata e denunciata da Robert McNamara nel bel film omonimo, di Errol Morris, nel quale elenca 11 lezioni che si dovrebbero apprendere sulla guerra, ma, aggiungiamo noi, sinora non sono state affatto apprese. Perché? Le ragioni sono molte. Ad esempio, come riporta anche Cockburn, c’è l’arroganza intellettuale e fondamentalista degli analisti, dei consiglieri e dell’apparato dei servizi segreti Usa e in generale di quelli di tutti i paesi coinvolti. Come ha raccontato il giornalista Ron Suskinf, nel 2002 prima della guerra di invasione Usa dell’Iraq voluta da George Bush figlio, un suo consigliere, Karl Rove, gli disse in modo sprezzante: “Il mondo funziona ormai in modo completamente diverso da come immaginano illuministi e empiristi. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservate e studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora (“New York Times”, 17 ottobre 2004, ripreso anche da Barbara Spinelli su “La Stampa”: Se Obama parlasse con il nemico, 18 gennaio 2009, http://www.lastampa.it/2009/01/18/cultura/opinioni/editoriali/se-obama-parlasse-con-il-nemico-3QQmu4G3rNKFcUoehoA5uI/pagina.html)

Questa arroganza è tale da impedire di vedere gli errori commessi e di rendersi conto che “L’impero è in declino” e nulla dura per sempre.

Non stupisce allora che quanto avviene nel ginepraio del Medio Oriente sia difficile da interpretare. Un quadro della situazione è fornito nel capitolo sulla Siria I jihaidisti dirottano la rivoluzione siriana. Ma anche negli altri capitoli, l’autore offre molte informazioni per capire la complessa mappa di attori coinvolti, con il ruolo fondamentale dell’Arabia Saudita nell’alimentare la guerra con grosse forniture di armi alle fazioni jihaidiste e con la diffusione del fondamentalismo wahabita e il ruolo ambiguo della Turchia anch’essa disposta a sostenere tali fazioni pur di tentare di abbattere il regime di Assad e di ostacolare i kurdi. Tutto ciò continua a fare la fortuna dell’industria bellica americana: finché c’è guerra c’è speranza, per gli azionisti di Wall Street e dintorni.

Nel capitolo Se c’è sangue, fa notizia, Cockburn analizza il ruolo di primo piano nelle “guerre di propaganda” svolto da stampa, radio e televisione, social network e internet in generale, soffermandosi anche su quanto è avvenuto durante le “primavere arabe”. È un capitolo di “giornalismo di guerra” che ha in comune con il “giornalismo di pace” solo alcuni punti: l’onestà intellettuale di chi scrive, il tentativo di dare una visione il più possibile completa degli attori coinvolti (locali, internazionali, violenti, nonviolenti) e quali sono le poste in gioco e le richieste dei singoli attori. Ma il giornalismo di pace richiederebbe anche di lavorare sulle proposte in positivo, per andare oltre la semplice denuncia, seguendo il modello Galtung di trasformazione nonviolenta dei conflitti. Questo è un passo ulteriore che autori come Cockburn dovrebbero compiere per rendere il loro già meritevole lavoro ancora più utile per superare la cultura militarista della guerra e rompere il muro impenetrabile della “nebbia della guerra”.

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