1. Lo spirito della Resistenza – Pietro Polito

La nostra R/resistenza
Note di critica nonviolenta

resistenza

Quel giorno, il giorno della Liberazione, “un’esplosione di gioia si diffuse rapidamente in tutte le piazze, in tutte le vie, in tutte le case”:

Ci si guardava di nuovo negli occhi e si sorrideva. Tanto prima il volto di un ignoto passante ci pareva ostile, altrettanto ora ci pareva familiare. Se prima ogni estraneo era sospettato come un nemico da cui bisognava guardarsi, ora ci pareva un amico a cui avremmo volentieri confidato il nostro animo. Ci si abbracciava per via. Si sventolavano fazzoletti e bandiere. Le strade, nonostante che gli ultimi cecchini sparassero dai tetti, si rianimavano. Non avevamo più segreti da nascondere. E si poteva ricominciare a sperare. Eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Eravamo di nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà. Sono stati giorni felici; e nonostante i lutti, i pericoli corsi, i morti attorno a noi e dietro di noi, furono tra i giorni più felici della nostra vita.

Così si esprimeva Norberto Bobbio in un discorso rivolto ai cittadini torinesi, agli uomini e alle donne della Resistenza il 25 aprile 1957. Cito da N. Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999), a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino pp. 16-17.

Lo spirito della Resistenza è espresso in modo esemplare e commovente nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea che sono l’estremo saluto alla vita di operai e sacerdoti, intellettuali e contadini, comunisti, socialisti, cattolici, liberali, tutti animati da un comune sentire. ( Di seguito utilizzo la prima edizione nei “Saggi” Einaudi del 1954, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, con la prefazione del grande scrittore Thomas Mann).

Il comunista Julius Fucik Scrive:

Credetemi, nulla, proprio nulla di ciò che è successo ha potuto togliermi la gioia che è in me e che ogni giorno si annuncia con qualche motivo di Beethoven. L’uomo non diventa più piccolo anche se viene accorciato della testa (p. 170).

E un giovane sacerdote cattolico tedesco, Hermann Lange, decapitato per cospirazione antinazista soggiunge:

Se mi chiedete come mi sento, posso soltanto rispondervi: sono serenamente commosso e pieno di una grande attesa. Con oggi ha termine per me ogni sofferenza, ogni miseria terrena e «Dio detergerà ogni lacrima dai loro occhi». […] Ovunque ci si guardi attorno, ovunque troviamo giubilo per la grazia di essere figli di Dio. Cosa mai può capitare a un figlio di Dio? Cosa avrei da temere? Al contrario: rallegratevi. Ancora vi ripeto: rallegratevi! (p. 354).

Tra il laico e il religioso si viene a stabilire un’unità più profonda che antepone la vita alla speranza di un mondo migliore per tutti. Questo sentimento viene espresso splendidamente da un giovane partigiano francese, Félicien Joly, morto a 21 anni, nella sua ultima lettera dedicata “a tutti coloro che mi sono cari”:

Presto il duro inverno, presto anche la bella estate; io riderò della morte perché non morirò, non mi uccideranno, mi faranno vivere eternamente: il mio nome risuonerà dopo la morte non come un rintocco funebre, ma come un volo di speranza (p. 259).

Le Lettere sono un inno ai grandi ideali supremi che accompagnano la storia dell’umanità: la restaurazione delle principali libertà civili e l’affermazione del diritto dell’individuo a essere riconosciuto come persona; l’attuazione di una maggiore giustizia sociale; il ritorno a uno stato di pace dopo una lunga guerra devastatrice.

L’ideale della libertà.

Leggiamo le parole di un partigiano italiano, Giordano Cavestro (Mirko), scrive: “La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà” (p. 470). Come Bobbio scrive in un altro discorso tenuto il 25 aprile 1961, contenuto nel libro Eravamo ridiventati uomini:

Questo nascere alla libertà voleva dire instaurare un nuovo stato il cui fondamento fosse il riconoscimento del valore dell’individuo, di tutti gli individui, a qualunque classe o razza o partito o religione appartenessero, come persone, degni di eguale rispetto. Il problema della libertà in politica è il problema del riconoscimento in tutti gli uomini di qualche cosa che sta al di sopra dello stato, la propria coscienza (pp. 49-50).

L’ideale della giustizia.

Una partigiana montenegrina Anka Knezevic scrive: “Con le nostre ossa e i nostri cadaveri edifichiamo un nuovo mondo, nel quale gli uomini vivranno da eguali e avranno tutti i diritti” (p. 546). Un nuovo mondo fondato su una maggiore eguaglianza, sul superamento dei privilegi economici, sull’abolizione delle distinzioni di classi. Come si esprime Bobbio, una democrazia non soltanto di parola, ma reale, “uno stato che fosse casa di tutti, una casa più pulita per tutti” (Per il 25 Aprile, in Eravamo ridiventati uomini, cit. pp. 48)

L’ideale della pace.

Un partigiano ucraino, Oleks Bokaniuk scrive:

La guerra è la più grande sciagura dell’umanità. Speriamo che dopo questa guerra venga una pace che renda possibile per molto tempo, e forse per sempre, la felicità. Congedandomi da voi, mi auguro di vedere la pace e una vita felice” (p. 678-679).

L’ideale della pace si sposa con quello della fratellanza universale, di una maggiore fratellanza tra gli uomini indipendentemente dalla posizione sociale, fede politica o religiosa in uno spirito di solidarietà e di apertura a rapporti sociali ispirati all’altruismo e non all’egoismo:

Abbiamo creduto – scrive Bobbio ancora nel discorso del 25 aprile 1961 – che la rottura delle catene dell’oppressione, la fine di una guerra atroce e stupida liberasse nuove energie morali, suscitasse una fede più alta e più disinteressata nelle possibilità dell’uomo di sentirsi fratello con gli altri uomini (Eravamo ridiventati uomini, cit. p. 47 ).

I partigiani si distinguono dagli indifferenti perché hanno messo in gioco la propria vita e dagli avversari per la fede che essi hanno riposto nella interdipendenza e nella solidarietà tra i tre grandi ideali della libertà personale, della giustizia sociale e della pace tra le nazioni. Su questi principi si regge la nostra Costituzione. L’ideale della libertà personale è affermato nell’art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; l’ideale della giustizia nell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; l’ideale della pace nell’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Come insegna, anzi ammonisce, Bobbio “i principi non basta proclamarli, bisogna tradurli in pratica”, e “le promesse non valgono nulla, sono parole ingannatrici, se non vengono mantenute”. Se lo spirito della Resistenza negli anni che ci separano dalla Liberazione si è appannato è dipeso principalmente da noi, analogamente oggi dipende da noi fare in modo che il risultato politico più significativo della Resistenza, la Costituzione, non diventi un pezzo di carta da mettere in archivio, ma continui ad essere una realtà viva nel passato, nel presente e nel futuro di questo Paese.

Pietro Polito è il direttore del Centro studi Piero Gobetti

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