Gandhi e Mandela: due sudafricani – Johan Galtung

Mohandas Gandhi inventò l’approccio nonviolento al mutamento sociale essenziale, il Satyagraha, in SudAfrica all’inizio del 20° secolo; Nelson Mandela presiedette alla nascita di una democrazia di una persona–un voto alla fine del secolo. Erano entrambi avvocati, formati alla Common Law inglese; buona nel senso di un’acuta coscienza di quel che è giusto e sbagliato, cattiva nel senso di un processo giudiziario teso a identificare chi ha torto piuttosto che a risolvere i conflitti sottostanti, e sbagliata nel senso di punire il malfattore; violenza anziché cooperazione. Tutti e due approfittarono del lato positivo della legge – i diritti indelebili della gente per cui combattevano confrontando fatti empirici con i diritti normativi; indiani immigrati nel caso di Gandhi, gli abitanti originari del SudAfrica, i neri, nel caso di Mandela.

 

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Gandhi (1869-1948) non visse abbastanza per vedere l’uguaglianza fra indiani e bianchi in Sud-Africa, ma la vide in India, sua terra paterna/materna; Mandela (1918-2013) invece sì. Vinsero le proprie lotte – ma le società che ne emersero soffrono ancora di altre lotte maggiori.

Li univa una cultura profonda: la cultura della legge. Ne accettarono alcuni aspetti e rigettarono altri; andarono oltre, discutendo certe leggi ma non la Legge, sottoponendo le leggi allo stesso esame: giuste o sbagliate, ingiuste.

Gandhi trasgredì a leggi sbagliate, ingiuste con una non-cooperazione e la disobbedienza civile che in definitiva condussero allo Swaraj, l’autogoverno per l’India, nel 1947. Mandela fece lo stesso – essendo per 27 anni la vittima incarcerata del capo della CIA fino alla libertà nel 1994; Gandhi forse altrettante volte.

E poi Mandela andò oltre, insieme all’ultimo presidente sudafricano bianco Frederik de Klerk e all’arcivescovo Desmond Tutu – nero, bianco e bruno insieme – sospendendo, sostituendo l’ aspetto punitivo della legge a favore di Verità e Riconciliazione.

Gandhi spianò la strada alla sua gente – mentre i suoi pregiudizi ne bloccarono l’estensione ai neri – Mandela percorse quella via fino in fondo. Fin lì.

Ma c’era di più a unirli nonostante ampi divari di civiltà fra hinduismo e cultura africana. C’era una profonda somiglianza culturale nel senso di unità di tutti gli umani, una parte sia della cultura hindu sia dell’umanità, l’essere umani verso tutti, dell’ubuntu. Da cui il saluto zulu Sabona – ti vedo/assumo come parte di me (e io di te) – esisto perché tu esisti. Ben diverso dallo spigoloso individualismo dell’Occidente che separa e cataloga anche gli individui in buoni e cattivi, e le loro azioni in giuste e sbagliate.

L’Occidente celebrò la loro nonviolenza, molto timoroso che la reazione al colonialismo in tutto il mondo fosse di massiccia violenza contro i colonizzatori – cioè esso stesso. L’ipocrisia e il fallimento morale occidentale nel fare così sta non solo in come gli occidentali istituirono la schiavitù e il colonialismo ma in come cercarono di mantenerlo in qualche forma, sostenendo la violenza anglo-americana e israeliana – non esigendo da loro quel che celebrano nelle loro vittime. Tale fallimento-ipocrisia può diventare un giorno la propria disfatta. Quel giorno sembra essere prossimo.

A Obama fu conferito un premio Nobel per la Pace altamente immeritato da uno di quei paesi che celebrano la violenza post-coloniale, che fa la sua parte uccidendo per gli USA in Afghanistan e Libia. Ha fatto il discorso d’accettazione più bellicoso nella storia del premio della pace stesso; riconoscendo la nonviolenza di Parks-King-Selma! che ha condotto al potere il nero Obama, ma rigettandola per i conflitti interstatali, internazionali. La fine del dominio inglese in India – e con esso il colonialismo in crollo come domino? La fine del sistema successore alla schiavitù negli USA e in altri luoghi, Jim Crow? La fine della guerra fredda in modo prevalentemente pacifico nel 1989? Fin quando gli USA la ripresero, dichiarando di aver vinto, agendo per recuperare le ricompense del vincitore – decidendo sul futuro dell’ex-URSS – e adesso riaprendo il linciaggio da parte della propria polizia che uccide i neri.

Tre doni nonviolenti trascurati dall’intellettualismo deficitario che non ci aspetteremmo da qualcuno formatosi in luoghi come Columbia e Harvard.

Perché il SudAfrica fu il campo di battaglia nonviolento che i due condivisero?

Era una colonia molto speciale, colonizzata da due nazioni europee razziste, gli olandesi dal 1852 e poi gli inglesi, giustificati dal cristianesimo estremista del calvinismo dei primi e dal cristianesimo più pragmatico della chiesa anglicana dei secondi.

Ma a differenza di altri luoghi con schermaglie fra i colonizzatori, essi si scontrarono davvero: la guerra boera del 1899-1902 fra i coloni olandesi e gli inglesi intenti ad avverare il sogno del colonialista chiave inglese, Cecil Rhodes – un’icona per l’intellettualismo occidentale – dal Cairo al Capo di Buona Speranza.

L’aspetto più famoso della guerra furono i campi di concentramento inventati dagli inglesi per la detenzione delle donne e dei bambini olandesi, in condizioni atroci. Ne risultarono 20.000 morti, imitati poi dai nazisti tedeschi con 6 milioni uccisi a quanto risulta. Un’analogia fra l’Inghilterra di Churchill e la Germania di Hitler; si veda il primo editoriale di questa serie [http://serenoregis.org/2015/03/20/churchill-e-hitler-due-europei-johan-galtung/ 16 marzo 2015].

Nel 1910 due colonie inglesi e due repubbliche olandesi-boere formarono l’Unione del Sud- Africa sulla testa della schiacciante maggioranza nera, della minoranza indiana e d’altri ancora – con il notevole due volte presidente Jan Smuts, un filosofo di rango; e dal 1948 il sistema d’ Apartheid iniziato da Daniel Malan fu gradualmente completato da Pieter Botha e de Klerk. I movimenti per l’uguaglianza di tutti gli umani poterono giocare sui conflitti fra i due oppressori. Tale situazione ha qualche analogia con la Malaysia, dominata da malesi e cinesi sulla testa dei tamil e degli indigeni, pur se sono molto diverse le proporzioni fra le popolazioni.

Il SudAfrica offrì ai due avvocati un tirocinio per mutare la legge in uno strumento di libertà trasgredendola – implicito anche nel concetto di Legge – operando contro l’aspetto del castigo che diede a tutti e due l’aura di icone sofferenti per la propria causa – in particolare a Gandhi quando fu sbattuto fuori dal treno soggetto a segregazione in SudAfrica dove lavorò dal 1893 al 1915.

Questo offre un lieto fine ai confronti fra i due sia in quanto alle loro somiglianze sia alle differenze. Possa lo stesso arrivare un giorno al duro Occidente.

13 aprile 2015

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Gandhi and Mandela: Two South Africans

https://www.transcend.org/tms/2015/04/gandhi-and-mandela-two-south-africans/

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