L’uomo vale perché lavora – Recensione di Cinzia Picchioni

cop_Primo Mazzolari, L’uomo vale perché lavoraPrimo Mazzolari, L’uomo vale perché lavora, Edizioni Lavoro 2014, pp. 126, € 15,00

“Il lavoro per me. No, lavoro per tutti. Come Dio lavora per tutti: il suo sole, la sua acqua… per i buoni e per i cattivi.

Cinque peccati contro il lavoro

  1. non lavorare;
  2. b) non far lavorare;
  3. c) lavorare solo per me;
  4. d) far lavorare gli altri per me (sfruttamento economico defraudando la paga, imponendo lavori pesanti, non assicurando);
  5. far diventare il lavoro un pretesto o un mezzo contro altri ecc. Servirsi del lavoro per dividere gli uomini; a scopi di divisione, non di solidarietà umana. Farne uno strumento d’odio”.

Queste parole si trovano a p. 102 del libro presentato non a caso questa settimana, vicino al 1° maggio; sono inedite, e don Primo Mazzolari le ha pronunciate nel 1950, proprio il 1° maggio. In effetti l’intera Parte quarta del libro è dedicata alla festa del Primo maggio. Scopriamo così che

“Al Primo maggio Mazzolari attribuiva un alto valore simbolico. Il mondo cattolico non poteva lasciare al socialismo l’esclusiva sulla festa del lavoro. Mazzolari voleva dare motivazioni spirituali e teologiche alla celebrazione del lavoro cristiano”, p. vii.

Tutta la Quarta parte del libro raccoglie scritti e discorsi per la ricorrenza del Primo maggio; nella Prima parte troviamo “[…] alcuni scritti di don Primo Mazzolari sulla formazione delle coscienze come esigenza del sindacato cristiano, cui segue (seconda parte) il tema della disoccupazione come denuncia di un male da affrontare senza tentennamenti. La terza parte è dedicata all’impegno cristiano nel sindacato, come occasione per vivere una fede partecipe e solidale”, p. vii. Dalla Quarta parte proviene anche il titolo stesso del libro, che è anche il titolo del primo capitolo a p. 97, appunto L’uomo vale perché lavora.

“Perciò l’uomo vale perché lavora. Il che non significa che l’uomo vale solo se lavora, ma che la dignità umana è legata alla possibilità o meno di lavorare, cioè di esprimersi, ingegnarsi, mettersi alla prova. Del resto, il tema dell’impegno con Cristo era uno dei cavalli di battaglia della spiritualità di Mazzolari. Nel celeberrimo Impegno con Cristo, del 1943, egli scriveva: “il mondo si muove se noi ci muoviamo”. In questo modo egli si inseriva idealmente nel solco delle lotte sindacali della prima metà del Novecento, che in terra cremonese avevano trovato terreno fertile. L’organizzazione delle leghe bianche e delle lotte sociali dei contadini si deve all’intraprendenza e al genio di Guido Miglioli. A partire dal 1904 egli si attivò in favore delle classi rurali, ainmato dal desiderio di riscattarle da una condizione di povertà e di sfruttamento che rasentava la schiavitù. L’anno successivo fondò il giornale “L’Azione”, rivolto al proletariato agricolo cremonese […]”, p. viii.

“Gli ultimi scritti raccolti in questo volume propongono il Mazzolari predicatore: sono i discorsi (o schemi per la predicazione) più importanti in occasione del Primo maggio, nel secondo dopoguerra. La Chiesa italiana iniziò dal Primo maggio 1956 a celebrare solennemente la sua festa cristiana del lavoro, ma don Primo, sulla scorta dell’insegnamento di Miglioli [di cui “respirò” il clima fin dalla sua giovinezza, benché non fosse d’accordo completamente con lui, pur stimandolo molto, NdR] la commemorava da anni in chiesa con i lavoratori prima a Cicognara (1922-1932) e poi a Bozzolo (1932-1959)”,

[e l’autore, all’inizio del libro, ringrazia proprio la Fondazione don Primo Mazzolari di Bozzolo, NdR].

Don Mazzolari aveva un’altra memoria per santificare la festa del primo maggio, come scopriamo alle pp. 116 e 117:

“E chiudo, o miei cari fratelli, con un ricordo. Quest’oggi, primo maggio 1957, a Bologna, […] viene commemorato il millenario della cancellazione o della liberazione, per dire la parola più esatta, dei servi della gleba. […] un papa, il vescovo di Bologna, l’università bolognese, in nome di Cristo, rompevano le catene di quello che anche voi avete sentito qualche volta ricordare con un senso di spavento: i servi della gleba, la povera gente che era considerata legata alla terra, come sono legati alla terra gli animali, che lavorava senza avere una retribuzione sufficiente […]”.

Sindacato Cisl

La sigla significa Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl) e indica una confederazione sindacale italiana nata il 15 settembre 1948 col nome di Libera Cgil (che significa Confederazione Generale Italiana del Lavoro).

Mazzolari “[…] coltivò profonde amicizie nel mondo della Cisl, fin dalla sua nascita”, p. x. E “in forme diverse, fu ugualmente punto di riferimento autorevole per la “seconda generazione” di militanti della Cisl”, ivi. “Il tema dell’impegno cristiano nel sociale è stato un leit-motiv del parroco di Bozzolo e la Cisl non ha mancato di fare memoria delle sue riflessioni sull’esigenza di animare cristianamente il servizio sindacale. Sono inseriti nella raccolta due articoli che “Lotte contadine”, il mensile della Fisba, ha pubblicato nel gennaio 1977”, p. xiv.

“L’interesse di Mazzolari per il mondo del lavoro partiva dall’esperienza quotidiana. In qualità di parroco di Cicognara, negli anni Venti, si era impegnato a formare la gente perché sapesse coniugare tempi del lavoro e tempo della festa. […] A cavallo degli anni Trenta, con la crisi economica, quelle che erano ditte familiari diventarono “piccole industrie” con nuovi problemi di giustizia sociale che Mazzolari non rinunciò a segnalare: la mancanza di igiene […], la presenza di polvere di saggina e di odore di zolfo, il mancaro rispetto degli orari”, p. xii.

“Senza dubbio, l’attività in favore dei lavoratori ha fondato la sua riflessione. Le pagine che seguono propongono una visione spirituale del lavoro che mantiene grande attualità. Mazzolari non dà per scontato che l’uomo desideri lavorare. […] Quando il lavoro non mette al centro l’uomo finisce per usare un linguaggio materialista e la persona diventa “materiale umano”. Con fine senso critico egli avverte il tentativo […] di servirsi del lavoratore come numero utile a fare massa per il profitto di pochi. Se si vogliono davvero fare gli interessi del lavoratore, occorre invece dargli la parola, ascoltarlo senza staccarlo dalla concretezza del vivere: la famiglia, la scuola, la società. […] L’idea di sindacato cristianamente ispirato ha connotazioni originali già nel secondo dopoguerra. Mazzolari lo pensa come spazio aperto di confronto […]”, p. xiii.

Per i sindacati – e i sindacalisti – di oggi (compresa l’arte)

Di ciò che in qualche modo può restituire nobiltà e gioia al lavoro

La rivoluzione cristiana […] si propone di restaurare negli animi di qualsiasi categoria:

  1. il dovere del lavoro […]
  2. ricostruire il rapporto umano tra bisogno e lavoro, cancellando il bisogno venale […]
  3. convogliare il lavoro a produrre ciò che risponde alle prime e più urgenti necessità della vita: lasciando per ultimi i prodotti voluttuari o di lusso (l’arte è un bisogno primordiale dello spirito e non va confusa tra le cose di lusso); cessando le produzioni pericolose che preparano e alimentano le guerre;
  4. stimare e compensare il lavoro non solo per la sua qualità, ma per la fatica materiale, il rischio, la disgustosità […]
  5. ridestare negli animi […] l’esperienza tutta cristiana che, più del guadagno, il lavoro va sorretto dalla soddisfazione di concorrere al bene di tutti […]”, pp. 10-11.

Desidero richiamare l’attenzione sul punto 3) in cui Mazzolari scrive che l’arte è un bisogno primordiale dello spirito e non è da considerarsi come un lusso. E a proposito di arte, Mazzolari aveva fatto dipingere dall’amico Andrea Fossombrone (188-1963) un Cristo lavoratore, collocandolo in una cappella della chiesa di San Pietro. Sul fatto che dal cristianesimo ci giungesse il messaggio della nobiltà del lavoro tramite San Giuseppe artigiano e da Cristo, l’operaio di Nazareth era la convinzione di don Primo Mazzolari. E spiegando la consacrazione del primo maggio – ben prima che fosse ufficiale – amava dire che “Se non fosse venuto Cristo, oggi noi non ci sentiremmo uniti così fraternamente nel ricordare quello che nell’uomo rappresenta uno dei diritti fondamentali e anche uno dei doveri fondamentali, quello del lavoro, a cui sono legati i diritti di libertà, i diritti di giustizia e i diritti della fraternità”, pp. 105.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *