2015 – L’ASSEFA nel mondo globale – Elena Camino


assefa00Un lungo percorso coerente con gli ideali

L’ ASSEFA India, Associazione Per le Fattorie al Servizio di Tutti, è nata nel 1968. Fin dall’inizio i suoi ideali sono stati condivisi, e le sue attività sostenute, da Gruppi ASSEFA Italiani.

L’obiettivo comune era quello di aiutare piccole comunità di contadini poveri che avevano ricevuto in dono, grazie al Movimento Bhoodan (= il dono della terra) dei piccoli appezzamenti, ma non erano in grado di avviare i lavori di dissodamento e messa a coltura.

I Gruppi italiani si sono successivamente coordinati all’interno di ASSEFA Italia, mentre l’ASSEFA India, dopo le prime Fattorie in Tamilnadu, ha iniziato a operare anche in altri Stati dell’India, e ha diversificato le sue attività: al sostegno nel lavoro agricolo si sono aggiunti progetti di sviluppo economico, sociale, educativo.

La storia dell’ASSEFA India e della sua evoluzione nel tempo si possono leggere sul n.ro 8 (ottobre 2012) della rivista Sarvodaya1.

L’ASSEFA India, pur trasformando le sue strategie, ha mantenuto salda la sua natura di Movimento Gandhiano, orientato a sostenere e valorizzare le comunità rurali più svantaggiate nel loro cammino verso il sarvodaya – il ben-essere per tutti – a partire dalle persone più indifese e deboli. L’ASSEFA è impegnata a “migliorare la vita sociale, culturale ed economica di tutti e a stabilire comunità auto-sufficienti, in grado di contare sulle proprie forse e di gestirsi autonomamente, basate sui principi dell’amore, della condivisione e della giustizia sociale”. 2

Intorno, un’ India in profonda trasformazione

La crescita delle città…

L’ASSEFA India ha dovuto far fronte, nel tempo, a profondi cambiamenti della società indiana, culminati negli ultimi vent’anni in una crescente adesione del governo indiano al modello neo-liberista proposto dall’Occidente. L’apertura al commercio internazionale e alle multinazionali, l’urbanizzazione dilagante, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari: tutto ciò ha favorito l’esodo dei contadini verso le grandi città, e ha reso più difficile l’operato dell’ASSEFA, A ciò si è aggiunta l’instabilità nel regime delle piogge dovuta ai cambiamenti climatici, che ha creato ulteriore insicurezza nei contadini.

L’urbanizzazione dell’India si misura anche dall’espansione delle mega-metropoli: Delhi, con 25 milioni di abitanti, è seconda al mondo dopo Tokyo (38 milioni), ed è seguita da vicino da Mumbai (21 milioni).

e la riduzione delle campagne

L’India ha ancora (World Urbanization Prospects, 2014) la più estesa popolazione rurale del mondo (875 milioni), ma con l’espandersi dell’urbanizzazione, si prevede che nei prossimi anni il numero di residenti rurali vedrà un calo di 52 milioni di persone.

L’esodo dei contadini è un dramma non solo per le comunità rurali, ma per l’intera società. La progressiva perdita di terreno agricolo riduce la capacità di produrre cibo. A titolo di esempio si possono citare i dati di un ricercatore indiano (Shahab Fazal ) che già nel 2000 segnalava, tra le conseguenze della perdita di terreno agricolo nei dintorni della sola città di Saharanpur, una riduzione nella produzione di cereali di 50.490 quintali tra il 1988 e il 1998, in parallelo a una espansione della città di 168 ettari. Tenendo conto che questo processo si manifesta contemporaneamente in migliaia di città, la perdita globale di terreno agricolo e di cibo diventa molto rilevante.

Paidey & Seto (2915) ribadiscono lo stesso concetto: “Attualmente la popolazione urbana in India è inferiore alla popolazione rurale. Tuttavia, con il crescere dell’urbanizzazione, ci aspettiamo un aumento della domanda per la terra urbana. In questo contesto riteniamo che efficaci strategie di gestione della terra siano di importanza cruciale per conservare i terreni agricoli”.

Dall’autosufficienza alla dipendenza

Nel 2012 è stato pubblicato, su un rivista internazionale (Ecological Economics) uno studio sui cambiamenti nell’ “economia biofisica” avvenuti in India tra il 2001 e il 2008. Gli Autori (Singh et al. ) mettono a confronto l’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL) con quello dei ‘beni naturali rinnovabili’ del Paese. Dalla loro analisi risulta evidente che l’aumento del PIL è stato ottenuto a spese di una crescente dipendenza sia da fonti non rinnovabili di energia (petrolio invece di biomassa), sia da importazioni dall’estero (di materie prime e beni di consumo). In altre parole, lo sviluppo industriale ed economico dell’India l’ha resa ambientalmente meno sostenibile e politicamente meno autonoma.

assefa01In questo grafico si vede che, mentre il PIL (GDP in inglese) cresce con il passare degli anni, si riduce la biocapacità, cioè la ricchezza naturale e rinnovabile dell’India (boschi, foreste, prodotti agricoli e risorse ittiche).

L’India nel contesto della globalizzazione

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L’India rispecchia un andamento globale. Nel 1950 la popolazione urbana nel mondo era il 30%; nel 2014 è diventata il 54%, e si prevede che nel 2050 il 66% della popolazione mondiale vivrà in ambienti urbani.

In India, ancor più che in altri Paesi, le conseguenze di questa trasformazione si fanno sentire drammaticamente.

Nessuna industria può offrire il tipo di lavoro e il numero di posti di lavoro pari all’agricoltura, perché può assorbire non più di un decimo dei contadini che rimangono senza terra.

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Ancora più grave è il problema alimentare: la riduzione di terreno agricolo crea drammatici problemi di disponibilità di cibo per milioni di famiglie.

Il Primo Ministro Narendra Modi e il Governo da lui diretto stanno sostenendo molti progetti di sviluppo industriale, che richiedono centrali e dighe per la produzione di energia, e miniere per la fornitura di materie prime: tutti spazi sottratti ai terreni agricoli e alle residue foreste. Secondo le previsioni saranno necessari 11 milioni di ettari in più entro il 2025. Attualmente le terre requisite dallo stato ammontano a 4,6 milioni di ettari, e hanno suscitato già innumerevoli proteste. Il grafico a sinistra mostra chiaramente che al crescere del PIL (GDP in inglese) aumenta la perdita di terreno agricolo. Lo Stato del Maharashtra, economicamente più ricco, è quello in cui vi è stata la maggiore perdita di terre.

Due ricercatori (Pandey & Seto, 2015) hanno messo in evidenza che le perdite di terreno agricolo sono particolarmente vistose dove sono state istituite le ‘zone economiche speciali’ (SEZ): zone in cui il governo offre condizioni di favore agli insediamenti industriali, per attirare gli investitori stranieri.

L’aumento dei conflitti socio-ambientali

A dicembre del 2014 Narendra Modi è stato nominato ‘l’uomo dell’anno dell’Asia’ da un giornale di Singapore. Tra le motivazioni della nomina si legge: “si è focalizzato sullo sviluppo dell’India e ha suscitato eccitazione nel mondo per le prospettive che ha offerto. Il leader ha promesso di riformare l’economia attraendo investimenti dall’estero”. Gli economisti prevedono che nel prossimo futuro l’India potrà superare la Cina nel processo di crescita. Ma mentre il Primo Ministro riceve i plausi del mondo imprenditoriale, si moltiplicano le voci critiche e le preoccupazioni per il futuro di questo grande Paese.

Da più di venti anni sono presenti conflitti armati nelle regioni centrali dell’India, tra gruppi di guerriglieri (che vengono chiamati Maoisti, o Naxaliti) e le forze governative e para-militari. Secondo alcuni Autori alla radice di queste violenze ci sono pesanti responsabilità del governo:

I Maoisti hanno avuto successo in aree in cui il Governo dell’India e i diversi governi locali hanno virtualmente abbandonato la popolazioni rurali povere, che sono state completamente tagliate fuori dalla rapida e vibrante crescita economica delle maggiori città e delle aree rurali più prospere. Spesso si tratta di comunità appartenenti a caste basse, o dei cosiddetti tribali o Adivasi, emarginate dall’élite Indiana, che è dominata dalle caste superiori. Anche se hanno opportunità privilegiate di impiego nel settore governativo, sono escluse dai processi di sviluppo economico, che sempre più sono dominati dal settore privato” (Mira Kamdar, 2010).

Secondo un altro Autore indiano, Kalim Siddiqui (2012), “Le pressioni per l’acquisizione di terre in nome della modernizzazione e dello sviluppo sono state le cause dell’aumento di proteste da parte di contadini e tribali in tutto il Paese”

100 giorni più vicini al suicidio ecologico e sociale: così si intitola un articolo scritto da un noto scrittore (Ashish Kothari) a settembre 2014. Secondo questo Autore i primi 100 giorni del governo di Narendra Modi, che sono stati celebrati con entusiasmo dai principali media, in realtà si possono definire come un attacco in piena regola contro le regole, le leggi e le istituzioni che sono a salvaguardia dell’ambiente. “Fianco a fianco, governo centrale e governi dei singoli stati indiani hanno dato battaglia alle organizzazioni non-governative che sollevano problemi sociali e ambientali”.

A settembre 2014 Nayantara Narayanan pubblica un articolo in cui afferma che il governo Modi ha dichiarato una guerra silenziosa all’ambiente, in particolare:

  • togliendo la moratoria che vietava la costruzione di nuove industrie in siti già fortemente inquinati

  • rendendo più flessibili le norme sulla protezione forestale, per consentire alle industrie di installarsi più vicino ai parchi nazionali

  • rendendo meno incisivo il ruolo del National Green Tribunal.

Testimonianze di resistenze noviolente ‘dal basso’

A subire le conseguenze negative della perdita di terreni agricoli (e più in generale di ‘natura’) sono soprattutto i contadini più poveri, le comunità indigene, gli adivasi: essi si vedono sottrarre le fonti di vita (la terra, l’acqua, le aree di pesca) e spesso vengono costretti ad abbandonare i loro luoghi di origine, diventando dei ‘rifugiati ambientali’.

Queste comunità non sono private solo delle loro fonti di sussistenza, ma della loro cultura e della loro identità. Un Autore indiano, il giornalista e scrittore P. Sainath, già alla fine del secolo scorso (nel 1996) aveva documentato le drammatiche condizioni di vita delle comunità rurali più povere dell’India. Percorrendo a piedi più di 5000 Km, Sainath trascorse alcuni anni nei distretti più poveri dell’India: da un lato sfatando il mito dell’eradicazione della povertà, dall’altro mettendo in luce le straordinarie qualità di tante comunità, che con coraggio e dignità affrontavano le crescenti difficoltà della vita. Dopo quasi vent’anni dalla pubblicazione di quel libro, la situazione è ancora drammatica. P. Sainath è ancora in piena attività: ha creato l’Archivio della gente dell’India rurale (People’s Archive of Rural India: PARI, http://www.ruralindiaonline.org/ ), una piattaforma digitale in cui sono documentate la vita, le attività lavorative, le tradizioni, le vocazioni artistiche, le lingue e le culture di comunità che la ‘modenizzazione’ dell’India sta facendo scomparire. PARI ospita audio- e video-testimonianze, fotografie, testi, e viene continuamente arricchito grazie all’impegno di centinaia di volontari. Si tratta di una forma di resistenza nonviolenta culturale, che attraverso la documentazione delle sofferenze, ma anche delle capacità e competenze delle popolazioni più emarginate dell’India, intende scuotere le coscienze e promuovere forme di governo più rispettose delle diversità culturali e più attente a salvaguardare i diritti di tutti.

Su scala estremamente più limitata, Il sito www.indiaincrociodisguardi.it, curato dal Gruppo ASSEFA Torino e indirizzato al pubblico italiano, presenta (nella sezione delle GALLERIE VIDEO) numerose testimonianze di piccole comunità che cercano di contrastare, con strategie nonviolente, le aggressioni compiute nei loro confronti in nome della modernizzazione e dello sviluppo.

La via nonviolenta – nella resistenza e nella pratica

La drammatica situazione che stanno vivendo centinaia di milioni di Indiani – travolti da processi di ‘modernizzazione’ socialmente violenti e ambientalmente insostenibili – sta portando questo immenso Paese verso una condizione di instabilità potenzialmente distruttiva anche a livello mondiale.

Noi, membri di una società civile ormai immersa in uno scenario globale, assistiamo, per lo più passivamente, a un moltiplicarsi di conflitti violenti in cui siamo contemporaneamente responsabili (con l’ adesione dell’Italia alle guerre) e vittime (quando il terrorismo colpisce qualcuno di noi).

Conoscere realtà che operano sul terreno, concretamente e con mezzi nonviolenti, per prevenire gli scontri violenti e per favorire la giustizia sociale e la salvaguardia dei sistemi naturali ci offre l’opportunità di contribuire, pur nella nostra piccola dimensione, a costruire un mondo ‘sostenibile’.

Il sostegno che l’ASSEFA India fornisce alle comunità rurali marginali va collocato quindi nel contesto più ampio della situazione dell’India e delle dinamiche della globalizzazione. Tramite il nostro contributo all’ASSEFA India – non solo nella raccolta di fondi per i progetti, o nella sponsorizzazione dei bambini, ma anche nella diffusione delle idee che guidano l’azione dell’ASSEFA India (basate sui principi dell’amore, della condivisione e della giustizia sociale) – possiamo fare la nostra parte, applicando la ‘strategia del colibrì’, il minuscolo uccello che durante l’incendio nella foresta vola instancabile avanti e indietro portando un minuscolo secchiello d’acqua. A chi lo deride il colibrì risponde: “io faccio la mia parte”.

L’ASSEFA OGGI

Verso la sostenibilità

L’ASSEFA INDIA oggi svolge un ruolo fondamentale nel creare e nel dare indirizzo e sostegno alle organizzazioni comunitarie autonome, affinché siano di massima utilità alle comunità locali. E’ grazie a questa visione ed interpretazione del senso dello ‘sviluppo’ proprie dell’ASSEFA e al conseguente processo di autosufficienza che è riuscita a incentivare che gli aiuti finanziari dall’estero corrispondono oggi a meno del 3% del bilancio totale. Nel 2013 il bilancio complessivo dell’ASSEFA è stato pari a circa 40 milioni di Euro. I finanziamenti esteri sono tuttora importanti per il settore scolastico, per i programmi sanitari e per l’avviamento di nuovi progetti pilota.

L’ASSEFA in cifre

11.000 villaggi sono coinvolti in programmi di sviluppo, comprendenti quasi 1 milione di famiglie

20.000 donne partecipano al programma latte

8.000 contadini hanno aderito, in zone diverse, al ‘Farmers renaissance scheme’

124.000 donne hanno utilizzato prestiti finalizzati a piccole attività che generano reddito

14.000 studenti frequentano le Sarva Seva Schools, che sono ad oggi 116, con 587 insegnanti

3.700 persone lavorano nell’ASSEFA (1.700 dipendenti e 2.000 volontari)

1.750 matrimoni tra coppie disagiate sono stati celebrati nei villaggi (Community marriages)

Bibliografia

ASSEFA Annual Report 2013/2014 http://www.assefaitalia.org/wp-content/uploads/2014/08/Annual_Report-2014.pdf

Kalim Siddiqui. Development and Displacement in India: Reforming the Economy towards Sustainability. 25th International Congress on Condition Monitoring and Diagnostic Engineering IOP Publishing Journal of Physics: Conference Series 364, 2012.

Mira Kamdar. India’s Civil Wars, 2010 http://www.huffingtonpost.com/mira-kamdar/indias-civil-wars_b_388210.html

Pandey B & Seto KC. Urbanization and agricultural land loss in India: comparing satellite estimates with census data. J Environ Management Jan 21, 148, pag. 53-66, 2015.

Sainath P. Everybody Loves a Good Drought: Stories from India’s Poorest Districts, Penguin, 1996.

Shahab Fazal. Urban expansion and loss of agricultural land – a GIS based study of Saharanpur City, India. Environment & Urbanization Vol 12 No 2, October 2000.

Singh S.J., F. Krausmann, S. Gingrich, H. Haberl, K.-H. Erb, P. Lanz, J. Martinez-Alier and L. Temper, India’s biophysical economy, 1961–2008. Sustainability in a national and global context. Ecological Economics vol. 76, pp. 60–69, 2012.

World Urbanization Prospects: The 2014 Revision, Highlights (ST/ESA/SER.A/352). United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, 2014.

1 Scaricabile dal sito http://www.assefaitalia.org/wp-content/uploads/2014/04/Sarvodaya2012.pdf , o disponibile in formato cartaceo su richiesta.

2 to the up-liftment of the social, cultural and economic life of all and to establish self-sufficient, self-reliant and self-managed communities based on the principles of love, sharing and social justice” (ASSEFA annual Report 2013).

Elena Camino, Gruppo ASSEFA Torino (www.assefatorino.org)
mail: [email protected]

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