Un tragico anniversario: riflessioni su Iraq, attivismo e impegno – Vincent Emanuele

Ogni anno più o meno in questo periodo, rifletto sulle mie esperienze in Iraq e su quelle come attivista. Sono passati 12 anni dall’invasione e occupazione criminale degli Stati Uniti, come sa la maggior parte delle persone, e, come hanno sempre saputo gli iracheni, la tragedia non è iniziata nel 2003.

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Potremmo tornare agli anni ’90 e ricordare in modo adeguato le sanzioni omicide e folli inflitte al paese dall’Amministrazione Clinton. Ricordate, come ha detto in modo infame Madeleine Albright: “Pensiamo che è valsa la pena pagare quel prezzo [500.000 bambini iracheni morti].” Tuttavia, coloro che negli Stati Uniti sono responsabili dell’Impero, non si agitano per le morti dei bambini iracheni. Maledi zione! Non spargono una lagrima  per i bambini poveri o che muoiono negli Stati Uniti, perché quindi dovremmo aspettarci che gli amministratori dell’Impero offrano un po’di pietà al nemico?
Altri sosterrebbero che dovremmo ripensare alla guerra di otto anni tra Iraq e Iran degli anni ’80 per comprendere meglio l’odierna realtà geopolitica in Iraq. Vi ricordate? Gli Stati Uniti hanno appoggiato l’invasione  dell’Iran intrapresa da Saddam Hussein nel settembre del 1980. Cosa piuttosto orrenda, quella guerra è stata la guerra convenzionale più lunga del 20° secolo. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise da entrambe le parti e altre centinaia di migliaia ferite, costrette ad andare via, o traumatizzate per sempre. Alcuni valutano che più di un milione di persone sono state uccise da entrambe le nazioni.
A essere onesto, non mi preoccupo molto delle cifre specifiche. Una persona sola basta. La vita è importante, in realtà ogni vita è importante. Per coloro che  hanno vissuto,  che hanno inviato servizi giornalistici o che hanno combattuto in una zona di guerra, il conteggio dei corpi non significa molto. Non potrei dirvi se ci sono o no un milione di morti iracheni, oppure 250.000, i rapporti variano. E non sono sicuro che sia importante. I cittadini statunitensi si sentirebbero meglio perché  l’Impero non è ha uccisi tanti quanti avrebbe potuto se gli fosse stata data carta bianca? Non credo.
Forse dovremmo ascoltare più da vicino i commentatori occidentali come Robert Fisk e Patrick Cockburn che ci ricordano che le politiche imperiali occidentali hanno svolto per decenni un ruolo significativo nel distruggere le nazioni arabe e musulmane. L’importanza dell’eredità coloniale non può essere ingigantita. Sono grato per la conoscenza specialistica e per l’impegno intellettuale di persone come Noam Chomsky, Edward Said, Norman Finklestein, tra i molti altri.
In passato, ho sentito Finkelstein dire agli intervistatori che gli chiedevano perché non commento altri argomenti: “Come potrei proprio lasciar cadere questo argomento e passare oltre? I palestinesi non possono passare oltre, quindi continuerò a lottare fino a quando ci sarà giustizia.” Questo tipo di impegno è rarissimo  nel mondo moderno, perché sembra che tutti noi occasionalmente soccombiamo alla forza dell’indifferenza. E’ difficile rimanere concentrati, non c’è dubbio. E tuttavia dobbiamo farlo, in quanto stando dalla parte sbagliata del bastone dell’Impero,  non abbiamo altra scelta.
A volte sembra che anche i più acuti analisti  sorvolino su fatti del tutto inaccettabili e folli. Non dico che lo facciano di proposito, penso semplicemente che siamo tutti diventati un po’cinici e desensibilizzati con il passar del tempo.
Onorare di continuo i morti in maniera significativa è molto faticoso per qualsiasi essere umano, non parliamo poi per coloro che sono stati esposti a massacri  e a follia     estrema.  Certamente cerchiamo di fare del nostro meglio.  E tuttavia sento che  tutti    non siamo stati all’altezza quando abbiamo tentato di  giustificare   la morte e la distruzione che abbiamo inflitto in tutto il mondo. D’altra parte, in questa fase, dovremmo trovarci a parlare di questi problemi come un’unica comunità globale. Dopotutto, le nazioni europee non hanno rotto i rapporti con gli Stati Uniti per la guerra in Iraq, e i cinesi hanno continuato a produrre i prodotti per i nostri consumatori e ad assorbire il nostro debito; perché allora dovrebbero sentirsi innocenti quando l’ISIS devasta la Mesopotamia?
Per essere chiari, non sto cercando di dare delle colpe o di indirizzare in direzione sbagliata la responsabilità. Sono d’accordo che gli Stati Uniti sono soprattutto responsabili della distruzione dell’Iraq e di altre zone del Medio Oriente.  Non c’è dubbio al riguardo. Tuttavia chi altro è responsabile? E ’ una domanda difficile da fare. Non sono soltanto le compagnie petrolifere che stanno agendo come banditi, in Iraq e in Afghanistan, per citare soltanto due nazioni che gli Stati Uniti hanno attaccato mentre i loro alleati (e i nemici) hanno tratto vantaggio dal saccheggio dello Zio Sam.
Oggi, tuttavia, se doveste leggere i titoli più importanti sui giornali di tutti i continenti, avreste difficoltà a trovare molte notizie sulla responsabilità collettiva che dovremmo sentire per la continua devastazione che ha luogo in Iraq. Secondo la stampa convenzionale in tutto il mondo, è colpa dell’Iraq.
La gente e le nazioni si preoccupano per altre cose: l’Ucraina, lo Yemen, la Siria, ecc. Come sempre, scarso contesto storico viene fornito dai più importanti organi di stampa, e quindi la maggior parte delle persone non vede praticamente alcun rapporto tra queste varie crisi. “La situazione ci è sfuggita di mano” oppure “ I siriani bisogna che si facciano avanti”,  sono i messaggi cinicamente  emessi tramite le onde radio.
La maggior parte delle persone non considerano gli eventi in Ucraina la “Guerra Fredda 2.0.” I più non capiscono neanche la prima Guerra Fredda, non parliamo poi delle complessità che comporta l’attuale conflitto in Ucraina. La gente sa che è una brutta cosa. Agli anziani ricorda il ventesimo secolo e questa non è una bella cosa. Quel secolo, al contrario per di quelli precedenti, ha scatenato una forma di guerra automatizzata che lo stesso Zeus non potrebbe comprendere: armi chimiche, armi nucleari, mitragliatrici, razzi, missili, carri armati, sottomarini, droni, ed è soltanto l’inizio.
Anche se la mia mente sta cercando di rimanere concentrata sugli iracheni, oggi il mio cuore è molto triste per la gente del Venezuela. Ancora una volta è chiaro che gli Stati Uniti sono fortemente determinati  a distruggere ciascuna e tutte le alternative al capitalismo di stato, sebbene alcuni potrebbero sostenere che il Venezuela non è necessariamente una rottura fondamentale con il  sistema dominante, ha fornito un barlume di speranza in un mondo inondato di cinismo. A tutto questo si potrebbe però mettere fine se gli Stati Uniti e i loro alleati “lecchini” insistono a fare di testa loro.
Di nuovo: che cosa possiamo fare? La settimana scorsa ci sono state proteste sparse in tutto il paese, ma sempre più persone negli Stati Uniti  parlano di alloggi a buon mercato e di salari minimi invece che di problemi che circondano la politica estera statunitense. Dopo 15 anni di guerra senza sosta, di tortura, di spionaggio, di uccisioni, in un certo qual modo i liberali e i progressisti hanno ancora fallito a fare il collegamento tra l’Impero e l’Austerità.
A essere giusti, il fatto che il  movimento contro la guerra non sia riuscito a creare rapporti duraturi con i gruppi liberali è anche colpa mia, colpa nostra, colpa del movimento. Come abbiamo fallito così miseramente anche nel raggiungere in qualche modo i nostri obiettivi dichiarati? Diciamo che il movimento contro la guerra
è ripartito  nel 2002. Se quella è la data che possiamo ragionevolmente usare, allora siamo stati impegnati in questo per 13 anni. Personalmente mi sono impegnato a tempo pieno, e ho avuto una consapevolezza politica per circa 10 anni. In quell’epoca ci sono state ancora altre torture, altre guerre, altra attività di spionaggio, altri droni, altre armi che venivano prodotte, altre uccisioni, altri colpi di stato, e così via.
Perché non parliamo di questi fatti apertamente, criticamente e onestamente? Non fa bene al movimento rifiutare critiche serie. Ovviamente, qualunque cosa facciamo adesso,  non funziona. E bisogna dirlo regolarmente perché un sacco di attivisti sembrano troppo compiacenti e disposti a ripetere le iniziative fallite dei movimenti precedenti, senza esaminare criticamente se stiamo o no facendo processi e guadagni significativi.
Quello che è più che chiaro, è che negli Stati Uniti non esiste più un movimento contro la guerra/contro l’Impero/antimilitarista/ antimperialista. Ci sono gruppi sporadici e individui che operano in tutto il paese (per lo più sulla Costa est, la Costa Ovest e a Washington, D.C), ma poche delle loro azioni o eventi sono collegati a più ampie lotte della comunità. Perciò il movimento non è cresciuto nel decennio passato, ma  si è invece ridotto.
Come è un vibrante movimento anti-Impero, a livello locale? E come è su scala nazionale? Che forma assume sul palcoscenico internazionale? Dovremmo avvicinarci al potere statale? Dovremmo avere sezioni funzionanti e riunioni regolari? A quali gruppi possono partecipare le persone che non siano collegati con organizzazioni settarie o politica tossica?
Sfortunatamente, negli Stati Uniti, penso che qualsiasi discussione significativa o prospettive organizzative sul problema dell’Impero, saranno rimandate fino a quando Obama non sarà più in carica e un nuovo presidente verrà eletto. Durante il mio breve periodo in cui sono stato attivista, ho visto il movimento contro la guerra scomparire totalmente, ed è stato straziante. Quelle esperienze mi hanno fatto rendere conto che molte persone erano più interessate ad affiliarsi a un partito e alla politica della personalità piuttosto che all’opposizione di principio all’Impero.
Detto tutto questo, non scrivo questo saggio nello stato d’animo tipo “la volpe e l’uva”. Sono contento di essere coinvolto e di aver dedicato la mia vita a operare per molteplici movimenti, ma particolarmente per il movimento contro l’Impero. Nel bene e nel male, questo è ciò che conosco meglio. Voglio essere parte di un movimento in crescita, vibrante e, soprattutto, affermato.
Per alcune persone essere coinvolta non basta. Moltissimi  miei amici attivisti me lo hanno detto: “Vince, stiamo facendo il meglio che possiamo, ed è tutto quello che possiamo fare.” A un certo livello, hanno ragione. Ma, da un angolo diverso, penso che rispondere per le rime  sia una specie  di scappatoia,  un modo di diffondere la critica o  un dibattito significativo.
Voglio vincere, e per me vincere significa fermare le guerre, non riducendo il numero di coloro che indubbiamente saranno uccisi perché non abbiamo l’opportunità di evitare realmente i bombardamenti, un colpo di stato, ecc. Vincere per me significa smantellare completamente l’Impero statunitense, ogni singola base militare delle 1.000 che operano ora in tutto il mondo. Vincere, per me significa non permettere all’Impero degli Stati Uniti di combattere guerre per procura, condurre campagne di tortura o uccisioni.
Dobbiamo dire chiaramente che  avere la superiorità morale  non significa di per sé che vinceremo la lunga battaglia. Abbiamo bisogno che le persone comincino a scrivere articoli e a produrre documentari sulla strategia, le tattiche, la visione. Che cosa vogliamo? In che modo  raggiungeremo i nostri obiettivi? Che cosa siamo disposti a fare per ottenere i nostri scopi?
Indubbiamente, proteste simboliche, teatro di strada, far sentire la propria voce,    scrivere articoli e fare documentari non fermerà l’Impero. Fermare l’Impero richiederà che la gente sacrifichi il proprio tempo allo scopo di costruire movimenti di massa disposti a mettere le loro vite in pericolo. Non lo dico in modo iperbolico. Lo dico con la totale consapevolezza di quello che significa.
Dopo aver assistito in prima persona a quello che l’Impero è disposto a fare per ottenere i suoi scopi, trovo difficile credere che sarà fermato senza che gli attivisti e gli organizzatori possano perdere la vita. Per qualche motivo, i movimenti negli Stati Uniti non si esprimono in questi termini. Parliamo di narrazioni e di comunicazioni elettroniche, ma non di disciplina o sacrificio.
Infine, non prescrivo il martirio per il movimento. Mi chiedo semplicemente che tipo di sacrifici, di disciplina e di impegno ci vorrà per fermare la più potente macchina militare nel mondo? Siamo personalmente e collettivamente preparati ad assumerci questo compito?
Spero che altri si facciano domande simili in questo triste anniversario.
Vincent Emanuele è uno scrittore, attivista e giornalista radiofonico che vive e lavora nella “Cintura della ruggine”(la zona dei vecchi stati americani industrializzati che sono ora in declino, n.d.t.). Lo si può contattare su [email protected]
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/a-tragic-anniversary-reflections-on-iraq-activism-and-commitment
Originale : non indicato Traduzione di Maria Chiara Starace
21 marzo 2015
http://znetitaly.altervista.org/art/17152

 

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