Della serie «vita vissuta»

Primo tempo, grazie legna

Nella casa dove abito – co-abito – sulle colline del pinerolese il riscaldamento è assicurato da un grande poutagè in cucina, da una stufa «a pozzetto» nella «stanza di tutti e di tutto» e da uno scalda-acqua a legna in bagno. Tutto qui. Niente boiler, niente caldaia che produca acqua calda (in estate ci sono i pannelli solari che lo fanno).

Perciò, quando si decide di fare una doccia (naturalmente ci sono le docce, non le vasche) bisogna accendere lo scalda-acqua in bagno e aspettare che l’acqua raggiunga la temperatura. Poi si va nella doccia e dalla «cipolla» esce acqua calda eccetera.

doccia_indiana

Secondo tempo, grazie Krish

Qualche settimana fa ero a Torino, ospite di un amico – Krish – che ha vissuto a lungo in India e che ora abita in una casa dove non c’è l’acqua calda. Dormo da lui e mi spiega che per lavarsi lui scalda un’apposita, grande pentola sul gas e poi «Sai, come si fa in India, mi butto l’acqua sulla testa con una ciotolina! Nessun problema, anzi, mi accorgo di quanta poca acqua serva in realtà per lavarsi». Così anch’io la mattina dopo scaldo l’acqua e mi lavo «all’indiana». Fantastico, mi dico, farò così anch’io.

Terzo tempo, grazie papà

Oggi, martedì, giorno dedicato alla doccia settimanale. Sulla stufa accesa per fare da mangiare, scaldo contemporaneamente una pentola d’acqua. La porto in bagno, vado nella doccia, miscelo l’acqua bollente con quella fredda, mi bagno, mi insapono, mi sciacquo con acqua perfettamente calda, mi avvolgo nell’accappatoio e finisco di asciugarmi al calore della stufa. Così non ho dovuto accendere anche lo scalda-acqua nel bagno (che ci mette un po’ di tempo) ma ho ottenuto lo stesso risultato. Certo, direte voi, un po’ macchinoso. Vuoi mettere entrare nella cabina, aprire il rubinetto, buttarsi sotto e in cinque minuti aver fatto la doccia. Appunto! Perché dev’essere fatta di fretta? Dove le mettiamo quelle scene che vediamo nei film o nelle pubblicità, con le candele, la musica, gli effluvi di incenso e il tempo da dedicarci?

E poi, naturalmente, mi sono venute in mente le innumerevoli volte del campeggio, quando ero giovane (e grazie, mille volte grazie a mio padre che mi ha abituata a questo), le docce «a gettone»: compravi un gettone, lo infilavi nella fessura fuori dalla cabina, entravi, aprivi l’acqua – che veniva calda – e ti lavavi. Ma durava un tot, mica potevi stare lì per mezz’ora a farti scorrere l’acqua sulla pelle. Quando il gettone finiva finiva!. O le volte in cui non c’erano le docce, e dovevi armarti di bottiglietta con l’acqua per riuscire a farti un bidet, ovviamente seduta sul water, perché mica c’era, il bidet (campeggi francesi, inglesi, spagnoli, ognuno a suo modo).

Ora sono qui, lavata e rilassata, e grata (tutto fa rima!), perché mio padre, il campeggio, il mio amico e la semplicità volontaria mi hanno fatta libera. Non vado in paranoia se non posso farmi ogni giorno una doccia bollente in 3 secondi; mi occupo della mia pulizia trasformandola in un rito; penso alla quantità di acqua che effettivamente serve; rifletto sull’energia risparmiata perché lo stesso fuoco che scalda l’acqua sta anche preparando il cibo che mangerò; e non mi sento povera perché non ho il boiler elettrico o l’acqua calda sempre a disposizione. Al contrario! Sono ricca di espedienti, imparati affrontando modi diversi, nuovi, creativi di risolvere un problema: lavarsi. Grazie a tutti e a tutto. Anche una doccia può essere filosofia, se invece è troppo facile è solo una doccia.

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