Azione e contemplazione – Recensione di Cinzia Picchioni

Rowan Williams, Azione e contemplazione, Qiqajon, Bose 2013, pp. 136, 14,00

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Si parte sempre da se stessi…

Prima ancora di infilarsi in complesse meditazioni su che cosa sia “meglio”, l’azione o la contemplazione, leggiamo – in fondo al libro – questo scritto:

La più grande tra tutte le lezioni è conoscere te stesso”, dice Clemente di Alessandria, “perché se uno conosce se stesso, conoscerà Dio; e se conosce Dio, diventerà come lui”. E tuttavia “la più grande tra tutte le lezioni”, come Merton riconosce prontamente, non è facile da apprendere. Con le parole del poeta romantico tedesco Novalis, “il segreto più profondo è l’uomo stesso”, p. 134.

con Mozart…

Le righe qui sopra le ha scritte Kallistos Ware – metropolita di Diokleia – nella Postfazione al libro che presentiamo questa settimana. Altri nomi che si trovano fra le pagine sono quelli di Karl Barth (“uno dei più pubblicizzati e letti tra gli scrittori cattolici del tempo”), Thomas Merton (“il più grande pensatore protestante del xx secolo, e uno dei nomi più tediosamente familiari in seno al canone della moderna letteratura spirituale) e… Mozart! Già, il geniale musicista definito “bambino divino” da Karl Barth. L’autore del libro (arcivescovo benemerito di Canterbury) racconta che Barth fece un sogno su Mozart e che Merton fu molto colpito dal fatto che persino un convinto teologo protestante come Barth ritenesse che “è il “bambino divino”, il Mozart, a salvarci. Merton aggiunge: “Non temere Karl Barth! […] Anche se sei cresciuto e sei diventato un teologo, Cristo rimane in te un bambino. I tuoi libri (e i miei) hanno meno importanza di quanto immaginiamo: vi è in noi un Mozart che sarà la nostra salvezza”, p. 107.

e tutti insieme

Non si dà un io isolato, puro e indipendente, ma piuttosto una rete vasta e universale di io in cui posso trovare la mia autentica e giusta collocazione. E la comprensione per me e per voi non deriva dal concentrarsi in sé sul vostro o sul mio ego, ma sulla rete, l’interrelazione […] questo è uno dei tratti della tipica comprensione orientale del dharma”, p. 19.

Leggendo Merton

Questo libro contiene alcuni “incontri/scontri” – come li definisce l’autore – intrapresi dall’autore con Thomas Merton in quasi 40 anni; Rowan Williams ha cominciato a leggere Merton fin da ragazzo e in questo scritto riporta brani di Merton “commentandoli” e condividendo con chi legge le sue riflessioni. In effetti “La vita di Merton […] è stata […] in larga misura una vita di dialogo con persone o distanti o defunte (molti santi e scrittori dei secoli passati)”, p. 7; e d’altra parte il sottotitolo del libro presentato è “Incontri con Thomas Merton”, che “si sarebbe fortemente rallegrato di essere letto in maniera così attenta e perspicace” (dalla Prefazione, di Jim Forrest).

Contemplare?

La vita contemplativa è accessibile non solo a chi vive in monastero, ma a chiunque si metta alla ricerca di un monachesimo “interiorizzato”, poiché “la preghiera contemplativa è vocazione di ogni credente”. Uno dei compiti fondamental della vita contemplativa è la continua ricerca dell’io reale, senza veli, un io che non rappresenti solo gli abiti di scena che esibiamo e le frasi di una sceneggiatura che mettiamo insieme ogni giorno, ligi al dovere, per cercare di essere qualcuno […]”, p. 9.

Agire?

Troviamo Thomas Merton

[…] drammaticamente assorbito da ogni ambiente in cui si trova a vivere: l’America tra le due guerre, il cattolicesimo e il monachesimo tipicamente preconciliari, il movimento pacifista, l’Asia. In tutti questi contesti egli è totalmente “sacerdotale” poiché è del tutto attento: non organizza, domina o interpreta il tempo in cui vive, ma vi risponde”, p. 21. “Forse […] l’obiettivo non è l’affermazione, bensì “l’azione silenziosa e decisiva” e “la sofferenza sensata”, vale a dire la frustrazione accettata nella libertà […]. E […] in un qualche momento dell’agosto 1962, riconosce i rischi insiti nel trattare la questione della pace come fosse teorica, un’idea attraente che lascia spazio all’esercizio di atteggiamenti aggressivi, conflittuali, fondamentalmente insicuri […]. La nonviolenza deve essere studiata con attenzione, ma poi realizzata nei dettagli della vita monastica: “In mancanza di ciò, la vita monastica resterebbe, nella mia esistenza, una presa in giro”, p. 87.

Ancora sul tema della pace mi sono sembrate molto interessanti (ed evocative del pensiero di un altro monaco particolare, Thich Nhat Hahn) le parole semplici ma assai profonde di p. 87: “Forse la pace non è qualcosa “per cui lavori”. O c’è o non c’è. L’hai o non l’hai. Se sei in pace, c’è pace nel mondo. Allora condividi la tua pace con tutti, e il mondo sarà in pace”. Non sembri semplicistica questa affermazione. Trovare la pace in se stessi è senz’altro difficile e complicato, richiede il lavoro contemplativo – la meditazione – ma anche l’agire, perché è nella relazione col mondo e con gli altri esseri (umani, animali, vegetali, minerali) che verifichiamo se siamo davvero in pace.

Scongelare il frigorifero

Nel libro non troviamo facili soluzioni del tipo se sia “meglio” agire o contemplare (come può far pensare il titolo), se sia “giusto” stare in solitudine o in mezzo al mondo. Troviamo invece “illuminazioni” come queste righe di Merton:

La “solitudine” è per me sempre meno una specialità, ma semplicemente la stessa “vita”. Non cerco di “essere un solitario” o qualcosa d’altro, dato che “essere qualsiasi cosa” è una distrazione. È sufficiente essere, secondo modalità banalmente umane, solo con fame e sonno. Con il proprio freddo e il proprio caldo; alzarsi e andare a letto. […] Preparare il caffè e poi berlo. Scongelare il frigorifero, leggere, meditare, lavorare […] pregare. Io vivo come sono vissuti i miei padri su questa terra, finché non morirò. Amen. Non vi è alcun bisogno di fare della mia vita un’asserzione […]”, p. 118.

Il coraggio di non tacere…

Questo è il titolo di una conferenza tenutasi a Bose nel 2004, i cui Atti sono stati pubblicati due anni dopo col titolo Thomas Merton, solitudine e comunione. Williams ne ha curato l’adattamento e l’ha inserito qui, alle pp. 75 e ss., intitolandolo L’unica vera città. Monachesimo e vita sociale. Tutto il libro è in effetti una raccolta di brani e delle riflessioni che ne conseguono.

e di non prendersi troppo sul serio

Nel libro tutti possiamo trovare spunti per meditare e ragionare sul tema Azione e contemplazione (notando che non c’è la congiunzione o fra le due parole), senza diventare troppo seriosi, mentre lo facciamo. Proprio come è stato fatto nel 2008, a Londra, in un’altra conferenza dal titolo Not Being Serious. Thomas Merton e Karl Barth; il testo della conferenza è stato tradotto da Rowan Williams e riportato qui, col titolo fedele di Non siamo seri, alle pp. 105 e ss. Quello di non essere troppo seri è un tratto che ritroviamo spesso nelle parole di Thomas Merton: “Non c’è più nulla di cui vantarmi, men che meno di “essere un monaco” o essere qualcosa, uno scrittore o altro ancora. […] Dobbiamo anelare a imparare il segreto della nostra nullità”. Non dovremmo prenderci troppo sul serio”, p. 133. Mozart rideva molto, se guardate il bel film che narra la sua vita vedrete che a volte sembra persino un po’ stupido, ma che musica ha scritto ridendo!

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