Quando l’obbedienza non fu più una virtù – Marco Labbate

 A cinquant’anni dalla Lettera ai cappellani militari di don Milani

Non credo che vi sia modo migliore per fare memoria della Lettera ai cappellani militari che rileggerla. Può sembrare – e in parte lo è – una proposta con un tratto leggermente demagogico: un discorso simile può valere per qualsiasi testo scritto che meriti di essere ricordato. È vero, ma ritengo che nel caso di don Milani questo approccio indichi anche una pista interpretativa.

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Scriveva José Luis Corzo nel suo saggio su don Milani che le sue parole «invadono il testo, straripano dalle situazioni descritte e riducono il biografo e il lettore al ruolo di mero ascoltatore, concordante o discordante, ma ascoltatore». Se a distanza di cinquant’anni riteniamo che l’anniversario di questa lettera vada celebrato, il motivo ineludibile sta nella sua prosa. Dal punto di vista dei contenuti don Milani non aggiungeva nulla al già detto, né sulle pratiche nonviolente, né sul rapporto tra vangelo e guerra moderna. In ambito cristiano le maggiori innovazioni vennero probabilmente dalle riflessioni di Primo Mazzolari e Ernesto Balducci. Proprio perché la forma di uno scritto non è un aspetto inessenziale, la Lettera ai cappellani militari si configura come elemento profondamente originale e di rottura di tutto il panorama pacifista italiano. Essa ha la capacità di rendere la riflessione sulla guerra giusta e sull’obiezione di coscienza un concetto semplice, facilmente trasmissibile. Il priore impostò la lettera con l’esplicito intento di suscitare reazioni e «attirarsi più grane possibili» (lettera alla madre del 16 febbraio 1965) e colpì con efficacia i tabù di una propaganda secolare, rimodulando proprio attraverso il taglio linguistico, concetti fino a quel momento statici e indiscutibili (si pensi alla fortuna della proposta milaniana della parola «patria» nel Sessantotto). Se è lecito un paragone retroattivo, si può dire che don Milani usò, alla maniera che sarà di Pasolini, idee note, facendole passare attraverso una forma linguistica che le rendeva dirompenti e dunque nuove.

Un ritaglio de «La Nazione»

Racconta Mario Lancisi che la domenica del 14 febbraio 1965 il professor Agostino Ammannati, vecchio militante nel Partito d’Azione che collaborava col priore nella comunità di Barbiana, si presentò da don Milani con la faccia di chi sapeva di portargli una notizia che lo avrebbe fatto indignare. Recava in una tasca un ritaglio de «La Nazione» di due giorni prima in cui era riportato il comunicato dei cappellani in congedo dalla Toscana, redatto in occasione dell’anniversario della conciliazione tra Stato e Chiesa. Il priore lesse ai suoi ragazzi le poche righe che si chiudevano con la famosa allocuzione in cui si definiva l’obiezione d coscienza «un insulto alla Patria e ai suoi caduti», «estranea al comandamento dell’amore», «espressione di viltà».

La Lettera ai cappellani militari nacque da una discussione pubblica sull’articolo che don Milani tenne insieme ai suoi allievi. Essa fu dunque in primo luogo il risultato di una «lezione». L’aspetto educativo ne è un tratto distintivo. Il duplice ruolo del priore di «maestro e sacerdote», rivendicato nella autodifesa davanti ai giudici, lo portava a ristabilire la verità offesa «di fronte ai ragazzi che mi guardavano sdegnati e appassionati, poiché un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale».

In secondo luogo il richiamo di don Milani agiva dentro una pedagogia della responsabilità delle proprie azioni, che stava alla base dell’esistenza stessa della scuola di Barbiana, non solo come principio, ma anche come mezzo. Questa era nata con l’intento di dare la parola a un muto, i figli dei contadini: «anticipazione, profetica anticipazione della liberazione degli oppressi incarnata dalla teologia della liberazione» avrebbe detto qualche tempo dopo Ernesto Balducci. Dare ai poveri i mezzi necessari per esprimersi significava anche tendere a una società in cui «ognuno è responsabile di tutto». Equa nei diritti e nei doveri.

A che cosa obbedire?

Come è stato più volte messo in luce da molti autori, la Lettera ai cappellani è un testo che parla di obbedienza prima che di obiezione di coscienza. Non solo perché il termine «obbedienza» è presente più di quello di «obiezione», ma perché essa è il nucleo portante di tutto il discorso. La coscienza milaniana non si risolveva mai in una dimensione individualistica, ma era iscritta dentro un’esistenza comunitaria. Ad essa era affidato il compito di stabilire leggi migliori che dessero al popolo una sovranità effettiva (il suo intimo amico Gianpaolo Meucci, parlò in proposito di «disobbedienza creativa»). Solo partendo da questo principio, egli che si era definito un «fanatico dell’osservanza della regola» poteva scrivere davanti ai suoi ragazzi e davanti alla sua chiesa che «l’obbedienza non era più una virtù».

La lettera ha come retroterra l’autorità morale di una manifesta obbedienza dottrinale, per cui diventava impossibile ai suoi avversari coglierlo in fallo: obbedienza che era riposta in Cristo e attraverso di lui nei poveri che la legge doveva tutelare secondo il dettato costituzionale. La grande domanda che sta alla base del testo è «a che cosa obbedire», non «a che cosa obiettare». E destinatari non sono solo i suoi allievi che lo costringono a prendere posizione, ma sono anche i cappellani e la chiesa tutta. Come scrisse Giovanni Miccoli, la lettera parlava a una Chiesa atrofizzata nelle sue componenti gerarchiche da una falsa idea di obbedienza all’autorità che l’aveva fatta rifuggire da una assunzione delle proprie specifiche responsabilità.

Da Barbiana all’Italia: una lettura «strabica»

La lettera fu pronta il 23 febbraio, venne pubblicata in tremila copie su unico foglio dattiloscritto, inviata a undici giornali, ai sindacati, agli amici di Barbiana e a tutti i preti fiorentini. Veniva dopo un’altra risposta agli stessi cappellani, ingiustamente dimenticata, scritta da don Bruno Borghi, un prete operaio intimo amico di don Milani, fin dai tempi del seminario, che aveva dato un taglio prettamente evangelico. Tra le motivazioni che spinsero don Milani a diffondere uno testo ben più provocatorio vi fu anche la scarsa rilevanza data dalla stampa a quello di Borghi. Il destino sembrava tuttavia simile. Invece il 6 marzo «Rinascita» lo pubblicava con il titolo equivoco I preti e la guerra. Anche in questo caso pubblico e privato si incrociavano: il direttore di «Rinascita», Luca Pavolini, era stato un amico di infanzia del priore, prima che le loro esistenze si dividessero. Si ritrovarono insieme alla sbarra a dover rispondere degli stessi capi d’imputazione: apologia di reato, incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare. Don Milani non gradì l’accostamento a un giornale comunista. Nella Lettera ai giudici disse che «Rinascita» non meritava «l’onore d’esser fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la nonviolenza».

Il 6 marzo rimane dunque il momento in cui la lettera uscì da un ambito privato, o comunque elitario, e divenne un testo che fece discutere un Paese e almeno due generazioni. L’eco e la ricezione della lettera di don Milani rimandano a una storia che corre a fianco della biografia del priore e tiene insieme il processo, con la sua manifesta presenza di istituti non democratici all’interno dell’Italia repubblicana, l’impantanamento del centrosinistra, le molte strumentalizzazioni politiche, l’ostilità della curia fiorentina e la cauta solidarietà del Papa (figura dei compromessi conciliari), i cambiamenti dei movimenti pacifisti, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, le oscure e anonime minacce fasciste, l’esplosione della contestazione. Parla molto dell’Italia e poco della piccola comunità di Barbiana.

Questo, come altri scritti milaniani va letto con occhi strabici. Don Milani non può essere astratto dall’originalità della sua biografia, né dell’atipicità con cui affrontò i problemi civili e religiosi. Allo stesso tempo i fraintendimenti e gli usi fatti delle sue parole rappresentano una storia che va indagata e non accantonata come falsa: è questo che fa di don Milani un punto di snodo accostandosi al quale si può vedere in controluce una fase decisiva della storia di un Paese che affrontava tumultuosamente e in modo schizofrenico il boom economico e la ribalta di una nuova generazione. E forse capirla meglio.

Marco Labbate

APPENDICE

Lettera ai cappellani militari di Don Bruno Borghi e alcuni giovani cattolici inviata a «La Nazione» e pubblicata poi su «Politica».

Caro Direttore,

il giornale «La Nazione» del 12 febbraio 1965 ha pubblicato un ordine del giorno, votato dai Cappellani Militari in Congedo, appartenenti alla Regione toscana. Essi, dopo aver reso omaggio a tutti i caduti per l’Italia ed auspicata la fine di ogni discriminazione e divisione, di fronte ai soldati caduti per il «sacro ideale di Patria» ci fanno sapere che «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Le affermazioni fatte da tale pulpito richiamano alla memoria vicende recenti, avvenute proprio a Firenze. Una sentenza di «magistrati teologi» in materia di obiezione di coscienza e il silenzio di chi aveva il compito di affermare per i cattolici la libertà di tale materia, potrebbe far pensare che ormai tutto è stato definito e chi fa l’obiettore non solo attenta allo Stato, e quindi è perseguibile dalla legge, ma è anche fuori dalla Chiesa.

Ora questo, almeno per quanto riguarda la Chiesa, non è assolutamente vero, perché essa non ha mai preso posizione ufficialmente e in maniera dogmatica in tale questione. Per quanto riguarda lo Stato è vero che per ora i vari progetti per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, compreso l’ultimo di cui è presentatore anche Nicola Pistelli, non hanno approdato a nulla; ma noi abbiamo la speranza che anche gli Italiani lotteranno per darsi una legge che regoli l’obiezione di coscienza come hanno già altri paesi.

Detto questo non è detto tutto. Le affermazioni dei Cappellani Militari, sia in sé sia per le persone da cui provengono, meritano una risposta.

In problemi così gravi si ha il diritto di sapere a quali principi teologici e morali si rifanno i Cappellani Militari per le loro affermazioni, e si esige un minimo di conoscenza del problema, a meno che non si voglia ridurre tutto il mondo ad un sistema come è quello militare dove c’è chi comanda e chi dice soltanto «signor sì».

Noi per esempio, non vediamo come sia un insulto alla Patria amare quelli che appartengono ad un’altra.

Non comprendiamo nemmeno perché l’obiezione di coscienza sia estranea al comandamento cristiano dell’amore, se nel Vangelo ci viene comandato di amare anche i nemici, come appunto si propongono gli autentici obiettori di coscienza.

Inoltre come si fa a dire che l’obiezione di coscienza è una viltà se l’obiettore è pronto a pagare di persona col carcere, con una vita più dura di quella militare, la fedeltà alla sua idea?

Anzi, secondo noi, è proprio per realizzare il messaggio evangelico che gli obiettori fanno la loro scelta: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi calunniano» (Lc VI, Mt V). Norma questa, insieme a tutto il Discorso della montagna, non di vita privata e individuale, ma per la vita pubblica, per la politica.

C’è anche una tradizione della Chiesa a loro sostegno, Origene, Lattanzio, Cipriano, il Concilio di Nicea fino a molti teologi di oggi fra cui il Cardinale Bea, P.R.Regamay, P. Jolif, P. Lorson, P. Congar (che chiama l’obiezione di coscienza «una vocazione di eccezione, come testimonianza ad un tempo possibile e necessaria», Temoignage Chretien, 1949), P. De Soras, P. Danielou (per il quale l’obiezione di coscienza «è una vocazione alla santità» cfr Non violence et objection de coscience editore Casterman).

Sono 30 i paesi che hanno soppresso, o non hanno mai adottato, la coscrizione militare obbligatoria e 13 i paesi che, in regime di coscrizione obbligatoria, riconoscono e disciplinano l’obiezione di coscienza.

Con questo non intendiamo affermare che la unica e la sola dottrina della Chiesa è di fare l’obiettore. Vogliamo far rilevare però che l’ordine del giorno pecca di una grande superficialità, perché si fanno affermazioni gravi ed offensive senza alcuna motivazione e si ignora assolutamente il Vangelo, la tradizione e la teologia cattolica e persino il travaglio profondo di tutta la Chiesa di fronte a questo grave problema. Il che per dei sacerdoti, anche se ex cappellani militari, è molto grave.

Le loro affermazioni rendono ancora più acuti e più pressanti gli interrogativi che l’opinione pubblica in genere e molti cattolici in modo speciale da tempo si pongono. Ed è su questi interrogativi che i Cappellani militari avrebbero potuto far conoscere il loro pensiero. Ci si domanda se c’è realmente una compromissione della Chiesa nel rapporto tra Cappellano militare e amministrazione militare, se è un rapporto autenticamente pastorale e quindi libero (perché allora i gradi di tenente, capitano ecc., gli stipendi piuttosto grossi nei confronti delle poche lire che prende un soldato, l’assistenza alla Messa in armi, la pressione diretta e indiretta a parteciparvi con l’unica alternativa di una marcia o di restare in caserma a ramazzare?). Durante il servizio militare, soprattutto per i figli del popolo, braccianti, contadini indifesi di cui i Cappellani hanno una responsabilità particolare, è garantito il rispetto e la promozione dei valori umani come la persona, la libertà di espressione, l’amore per tutti gli uomini? Esiste la discriminazione, l’autoritarismo, l’arrangiarsi elevato a sistema? Quali garanzie e quali mezzi, efficaci veramente, ha il soldato di fronte all’eventuale autoritarismo degli ufficiali? Valgono di più i gradi o la persona e l’uomo?

Nei manuali per la formazione dei sottoufficiali non vi sono forse frasi come questa: “La guerra va considerata come un fenomeno sociale inevitabile, insito nella natura stessa dell’uomo”?

Mentre ogni soldato che torna dal servizio militare ha una risposta da dare a tutti questi interrogativi, per quanto noi sappiamo i Cappellani militari, come associazione, non hanno mai fatto conoscere il loro pensiero, mentre invece danno di vili agli obiettori.

Così facendo dimenticano che l’obiettore dà una risposta globale, pone in crisi tutto il sistema, non fa consistere la questione essenziale nell’indossare o nel rifiutare la divisa. Se però loro sono dei vili, quale consiglio darebbero i Cappellani militari ad un soldato qualsiasi, di sganciare forse la bomba atomica?

Nessuno di noi ha fatto l’obiettore di coscienza, ma ci mettiamo tra quelli che guardano con simpatia e con invidia ai giovani che, per una esigenza religiosa o umana, hanno fatto tale scelta.

Essi tra l’altro ci ricordano che l’obiezione di coscienza è solo un aspetto di una concezione dell’uomo. L’obiettore fa una scelta che è soprattutto politica e vuole pesare sulla storia, sulle istituzioni e sulle mentalità secondo le quali la guerra è possibile e inevitabile. Pongono cioè l’esigenza di una politica non violenta.

Quella degli obiettori è una vocazione “profetica” e quindi non di tutti, ma essi sono necessari per riproporre a tutti l’ideale cristiano ed umano, che ci impegna a lottare per rompere certi rapporti politici, sociali, economici, ormai cristallizzati e spesso ingiusti e per creare nuove strutture di convivenza umana, non basata sulle armi, sulla paura, sulla guerra calda e fredda, ma sul messaggio evangelico annunziato ai poveri.

Sac. Bruno Borghi, Enrico Bougleux, Alberto Brunetti, Giorgio Pelagatti, Carlo Cianchi, Giorgio Falassa, Luigi Cerbai

Lettera ai cappellani militari di don Lorenzo Milani inviata a diversi giornali il 23 febbraio 1965 e pubblicata su «Rinascita» il 6 marzo 1965

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

SECONDO perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d’un vostro silenzio, né d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.

Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…».

Articolo 52 «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.

Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.

Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza.

L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell’idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c’erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’Italia un monumento come eroe della Patria.

A 100 anni di distanza la storia si ripete: l’Europa è alle porte.

La Costituzione è pronta a riceverla: «L’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie…». I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione. Anzi c’era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire l’Austria insieme.

Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant’è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant’è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: «L’insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata a causa della pioggia».

Nel 1898 il Re «Buono» onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L’avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento a Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiar polenta. Poca perché era rincarata.

Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare «Savoia» anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l’unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.

Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?

Idem per la guerra di Libia.

Poi siamo al ’14. L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata.

Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?

Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una «inutile strage»? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un Papa canonizzato).

Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza «cieca, pronta, assoluta» quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra «Patria», quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Nel ’36 50.000 soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione: Avevano avuto la cartolina di precetto per andar «volontari» a aggredire l’infelice popolo spagnolo.

Erano corsi in aiuto d’un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll’aiuto italiano e al prezzo d’un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d’ogni libertà civile e religiosa.

Ancor oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d’aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l’obbedienza dei «volontari» italiani tutto questo non sarebbe successo.

Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall’altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l’appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato.

Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire?

Poi dal ’39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Era una guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data.

L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri.

L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.

Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d’ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio d’innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

Che c’entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l’ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di patrie?

Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra «giusta» (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana.

Da un lato c’erano dei civili, dall’altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altra soldati che avevano obiettato.

Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i «ribelli», quali i «regolari»?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo p. es. quali sono i «ribelli»?

Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati.

Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un «distinguo» che vi riallacci alla parola di San Pietro: «Si deve obbedire agli uomini o a Dio?». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servir la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.

Del resto anche in Italia c’è una legge che riconosce un’obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti.

In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s’è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l’eroismo patrimonio dei più?

Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?

Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è «estraneo al comandamento cristiano dell’amore» allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Lorenzo Milani sac.

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