Anche nell’islam c’è spazio per la critica – Chiara Zappa intervista Shahrzad Houshmand

«Stiamo attraversando un momento buio, affrontiamo eventi che ci spiazzano, eppure il Corano ci ricorda che – sempre – laddove c’è una difficoltà, proprio lì si annida una “facilità”, ossia la possibilità di un’evoluzione positiva. Allora dobbiamo chiederci: come possiamo allargare lo sguardo su ciò che avviene intorno a noi, per scorgere le opportunità di miglioramento che questo momento ci offre?». Shahrzad Houshmand parla dei fatti di attualità che in queste settimane – dalla Nigeria di Boko Haram, dal Medio Oriente sconvolto dal sedicente Stato islamico e persino dal cuore dell’Europa, ferita dal terrorismo – non cessano di irrompere nelle nostre vite, portando con sé domande e inquietudini su quanto una fede, strumentalizzata e piegata agli scopi di folli opportunisti, possa rappresentare una minaccia per tutti.

Per Houshmand, nata e formatasi in Iran, da anni in Italia dove è docente di studi islamici alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, cercare una via a partire da ciò che il Testo sacro suggerisce è naturale. E il suo sguardo è particolarmente interessante, perché questa teologa musulmana, come tante sue colleghe in tutto il mondo, è insieme una negazione vivente della presunta subalternità della donna nella religione islamica e una protagonista di quell’opera di rilettura del Corano che, a partire dallo sguardo femminile sulla fede e sul mondo, punta ad attualizzare i precetti e le tradizioni dei Testi sacri alla luce delle sfide del presente.

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Professoressa Houshmand, concorda sul fatto che in molti contesti islamici questa attualizzazione non è compiuta adeguatamente, e che ancora oggi certe letture del Corano prestano il fianco all’accettazione della violenza come misura estrema?
«Se analizziamo gli episodi di violenza nella storia dell’umanità, ci rendiamo conto di una costante, e cioè che le guerre si combattono sempre in nome di qualcosa di bello: un ideale, un modello di società giudicata buona, una fede. Sebbene in origine nessuna religione, filosofia o ideologia ponga come obiettivo il male, tuttavia nessuna è stata immune da questa strumentalizzazione. Così è successo e succede con l’islam. Tra gli oltre seimila versetti del Corano, quelli che possono essere interpretati come una giustificazione alla violenza non arrivano a dieci. Eppure c’è chi, approfittando dell’ignoranza dei fedeli, manipola proprio queste poche righe per convincerli a operare il male. Le faccio un esempio molto concreto, che riguarda un contesto caldo come quello del Pakistan: il Paese della giovane premio Nobel Malala Yousafzai e delle sue lotte per il diritto allo studio. Ebbene, qui il governo ha tolto le risorse all’istruzione pubblica aprendo le porte alle scuole private, che spesso sono scuole coraniche finanziate dall’estero (e dovremmo andare a vedere chi le finanzia…) dove si punta solo alla memorizzazione del Corano, senza una lettura consapevole e responsabile, anche perché gli allievi non sono di madrelingua araba. In questo modo, l’interpretazione dei versetti sarà appannaggio di pochi, mentre le masse potranno essere manipolate facilmente».

Secondo molti studiosi, tuttavia, il problema è che l’islam non avrebbe ancora accettato l’idea di una cultura critica: è così?
«Nel Corano, la creazione dell’essere umano è narrata in una scena allegorica in cui questa nuova creatura, Adamo, viene presentata agli angeli, che ricevono dal Signore l’ordine di inchinarsi davanti a lui. Quando loro chiedono il perché, la risposta è che l’uomo “è in grado di capire e conoscere”. Il Testo sacro, dunque, afferma che il criterio principale che determina la supremazia dell’essere umano è la conoscenza. Una religione di questo tipo non può non contemplare la critica! E lo testimonia anche la storia della civiltà islamica: dalla Penisola arabica, in molti ebbero il coraggio di andare in terre lontane – Persia, Grecia, India – soprattutto per conoscere altre culture, religioni, filosofie, le scienze stesse, fino a crearne di nuove. Pensiamo al ruolo di Avicenna per la medicina, ma anche ai contributi islamici nel campo della matematica, dell’astronomia, dell’agricoltura… Dimenticare questo atteggiamento fa entrare nel buio i popoli, le scienze, le relazione tra culture e danneggia dall’interno l’islam stesso. Ma oggi, a fianco di contesti di oscurantismo, esistono anche molti esempi di pensatori che, nel mondo islamico, elaborano criticamente la dottrina».

In questa rilettura della religione, in prima linea ci sono molte teologhe accomunate dall’idea che l’islam, lungi dall’essere maschilista in sé, sarebbe stato manipolato per secoli, in funzione della sottomissione femminile, dai detentori del potere politico e religioso. Che ne pensa?
«Oggi sono numerose le teologhe che si autodefiniscono “femministe musulmane”, dall’Iran al Marocco, dalla Tunisia all’Indonesia, fino all’Europa. Ma già la vita del profeta Muhammad fu inondata dalla presenza femminile. La prima persona che credette in lui fu Khadija, che sarebbe poi diventata sua moglie anche se era una vedova quarantenne, mentre lui aveva 25 anni. Per Muhammad divenne una sorta di protettrice, anche nei momenti più difficili della sua vita sociale, e una direttrice spirituale. Poi c’è Fatima, figlia di Khadija e unica erede del profeta, che le garantì assoluta libertà e le diede il soprannome di “Ummi abih”, “madre del proprio padre”. Infine Aisha, la sola vergine che fu sposa di Muhammad, che avrebbe assunto un ruolo fondamentale della trasmissione della tradizione».

E che cosa è andato storto nei secoli successivi?
«Si è verificato lo stesso meccanismo che osserviamo anche in altre religioni, compresa quella cristiana: l’interpretazione del Testo finisce nelle mani degli uomini e si arriva all’emarginazione delle donne, in varie forme e gradi diversi. Invece, basta leggere il Corano per osservare come Dio sia in un certo senso più “madre” che “padre”: i due nomi di Dio ripetuti all’inizio di ogni capitolo sono “Rahman” e “Rahim” , “Clemente” e “Misericordioso”, che hanno la stessa radice di “rahem”, ossia l’utero materno…».

Questa esegesi operata dalle teologhe quanto pesa nel contesto della teologia islamica globale?
«La madre stessa della spiritualità musulmana è una donna: Rabia al-Adawiyah, che visse in Iraq nel primo secolo del calendario islamico. Ma anche il mistico andaluso Ibn Arabi, vissuto nel XIII secolo, ebbe soprattutto maestre donne, così come ragazze furono in maggioranza le sue discepole. Una tendenza che riscontriamo un po’ ovunque, dall’India, alla Persia, alla Turchia. Purtroppo, negli ultimi secoli la voce delle musulmane è stata abbassata con forza. Eppure, oggi, le teologhe islamiche stanno tornando sulla scena. E il loro lavoro comincia ad avere un peso».

Lei vive in Europa, come 16 milioni di musulmani: si tratta di un contesto favorevole al confronto dell’islam con la modernità?
«Come accennavo, le teologhe musulmane stanno lavorando molto bene anche in Marocco, Tunisia, Egitto… Siamo in movimento, fisicamente e intellettualmente, e siamo in comunicazione. È questo mischiarsi ad essere positivo e proficuo: le donne, che fanno riferimento a contesti molteplici e molto diversi, costituiscono delle “finestre” che danno più luce al pensiero collettivo. Così, ognuna di noi ha molte più possibilità per conoscere, leggere, comprendere, crescere. Anche in quei Paesi o contesti in cui la libertà è limitata».

E il non essere di madrelingua araba è un limite per l’autorevolezza di chi fa teologia?
«Non dobbiamo dimenticare che meno del 20% dei musulmani, al mondo, è arabo madrelingua! Se, per un teologo islamico, la conoscenza dell’arabo è essenziale per una corretta interpretazione dei Testi sacri, la divulgazione della dottrina può essere compiuta in qualunque lingua».

Le divisioni nell’islam, in particolare tra sunnismo e sciismo, sono sotto gli occhi di tutti: è possibile parlare di una “teologia islamica” tout court?
«C’è un detto del profeta che afferma: “Nelle differenze del mio popolo c’è la misericordia e l’amore”. La diversità, se è letta bene, può assolutamente essere positiva e non sfociare appunto nelle divisioni. Se le fonti del Corano sono uniche, nella tradizione invece solo una parte dei Testi è comune, mentre c’è un’altra parte che viene presa in considerazione diversamente dal mondo sunnita e da quello sciita. Ma la differenza è prevista nel disegno di Dio, e non può in alcun modo giustificare scontri né tantomeno guerre».

Di fronte alla violenza che strumentalizza la religione, le donne musulmane possono rappresentare un’avanguardia del dialogo?
«È una sfida importantissima ed entusiasmante. Insieme ad alcune amiche, nel nostro piccolo, abbiamo messo in piedi l’associazione “Donne per la dignità”, di cui sono presidente, che vuole appunto servire la dignità dell’essere umano a partire dal carisma femminile. Ma a livello globale sono molti i segnali che dimostrano quanto le donne dell’islam possano contribuire alla crescita e allo sviluppo umano della società. Pensiamo solo alla premiazione, negli ultimi anni, di ben tre attiviste musulmane con il Nobel per la pace: prima l’iraniana Shirin Ebadi, poi la yemenita Tawakkol Karman e infine, pochi mesi fa, la pakistana Malala Yousafzai. Donne provenienti da contesti geografici e culturali diversissimi, eppure accomunate dall’impegno per rinnovare le proprie società. Segno che lo Spirito ci porta ad agire per il bene comune. Quindi sì, mi auguro che il cambiamento possa partire dalle donne».

1 marzo 2015

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/anche-per-islam-spazio-critica.aspx

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