Diversamente occupati: rimpiangere i tempi che hanno preceduto l’Autorità Nazionale Palestinese – Amira Hass

 Un giovane palestinese mi ha detto che vorrebbe che Israele governi direttamente come ha fatto prima degli accordi di Oslo. Non può ricordarsi di come fosse all’epoca.

H, ventiquattrenne, lavora nella fabbrica SodaStream [impresa israeliana contro cui il BDS ha fatto una dura campagna. N.d.tr.] nella zona industriale di Mishor Adumim. Ci siamo incontrati nella casa della sua famiglia in un villaggio nei pressi di Ramallah. Nove persone vivono grazie al suo stipendio (lo stipendio minimo israeliano, circa 1.000 € al mese).
C’era anche suo fratello Abed; sta di nuovo cercando lavoro nella zona industriale che fa parte della colonia di Ma’aleh Adumim – anche se non capisce perché la sua busta paga ha sempre indicato una cifra superiore a quella che gli veniva effettivamente pagata.
L., di un villaggio che si trova nella parte occidentale della Cisgiordania, ha circa vent’anni e si è fatto circa sei mesi in una prigione israeliana dopo essere stato arrestato due o tre volte mentre lavorava senza permesso in Israele. Ora lavora in un negozio di Ramallah per un terzo del (basso) salario che guadagnava in Israele. Sta fantasticando sui modi per tornare [a lavorare in Israele].
All’inizio dell’anno, secondo i dati del coordinatore delle Attività Governative nei Territori, 52.186 palestinesi hanno avuto il permesso di lavorare in Israele e 25.907 nelle colonie. E’ difficile stimare quante persone lavorino senza permesso. Quelle (registrate come tali) che lavorano in Israele e nelle colonie rappresentano circa il 12% della forza lavoro palestinese – compresa la Striscia di Gaza ma non Gerusalemme Est.
Alcuni amici di H., provenienti da villaggi a est di Ramallah, si sono spostati – insieme a qualche ufficio di SodaStream – nella nuova sede in Negev. H. è rimasto nella struttura che è ancora a Mishor Adumim. Si considera fortunato perché i suoi tempi di spostamento [per andare da casa al lavoro] sono brevi e non ci sono checkpoint.
Anche A., 23 anni, di una comunità beduina che si trova al confine orientale di Gerusalemme, lavora a Mishor Adumim. Gli ho dato un passaggio lo scorso venerdì sera dall’incrocio nei pressi della zona industriale fino al sentiero dove ha iniziato a camminare finché non è stato inghiottito dall’oscurità dietro a una collina. Lui e suo fratello hanno risparmiato per cui possono comprarsi un pezzo della loro terra nell’Area B [sotto il controllo congiunto tra Israele e ANP. N.d.tr.], dove possono vivere in condizioni che Israele (e il suo braccio operativo, l’amministrazione civile [in realtà militare, che governa nei Territori Occupati. N.d.tr.]) nega loro dove vivono attualmente: un tetto che non perde, acqua ed elettricità.
E’ così che si realizza il sogno dei pianificatori dell’Amministrazione Civile e delle colonie: che i beduini se ne vadano dall’Area C [dei Territori Occupati, sotto totale controllo israeliano. N.d.tr.] per andare nelle enclave a loro destinate.
M. cinquantenne del villaggio di Deir Istiya, è dispiaciuto di non poter più lavorare nel supermercato della colonia dove è stato impiegato per molti anni. Verso la fine della seconda Intifada le norme sono cambiate, i palestinesi non hanno più avuto il permesso di lavorarci, così ha trovato lavoro in Israele.
E’ un lavoro relativamente buono, poco più del salario minimo. Ma ora deve uscire di casa alle 3 del mattino per attraversare il checkpoint e arrivare a tempo, mentre quando lavorava nella colonia poteva andarsene alle 6,30 del mattino ed arrivare al lavoro in un quarto d’ora.
E il padrone era gentile, sottolinea. Telefona ancora – e loro non rinfocolano l’odio per la terra che gli insediamenti hanno rubato. I giovani della famiglia lavorano nella zona industriale della colonia di Barkan.
Secondo M.: “Senza Israele non potrei mantenere la mia famiglia e raggiungere i risultati che ho raggiunto” – una casa, la scuola per i bambini, un appezzamento di terra per suo figlio su cui costruire una casa, e altro. I suoi fratelli, che lavorano anche loro in Israele, protestano.
Gli ricordano: “Senza l’occupazione israeliana la nostra economia sarebbe stata normale, il livello dei prezzi diverso, non avremmo dovuto spendere somme considerevoli in multe per l’esercito e gli avvocati nel tentativo di avere indietro la nostra terra o far liberare un figlio che era stato arrestato.” Ma tutti loro sono gente concreta e non perdono tempo a ragionare sui “se”.
E poiché sono adulti e pratici, dicono: “Noi palestinesi siamo attanagliati tra l’occupazione e l’Autorità Nazionale Palestinese, e non si vedono all’orizzonte una soluzione o un miglioramento.”
Siccome si devono alzare alle 3 del mattino, dobbiamo interrompere in fretta la conversazione. In ogni modo per loro – come per H. e A., che lavorano a Mishor Adumim – non ci sono differenze tra lavorare in una colonia e lavorare in Israele. L’unica differenza sono lo stipendio e il tempo impiegato per andare al lavoro.
H., poichè ha solo 24 anni, dice: “Magari tornasse l’occupazione (diretta degli israeliani). Era meglio prima dell’ANP – c’era libertà di movimento.” Non può ricordare come fosse a quell’ epoca.
Ma, nell’interesse di Israele, egli – come molti altri – è tratto in inganno e incolpa dei blocchi [del transito] l’ANP, e non Israele. Questa settimana un ufficiale israeliano mi ha detto (e sembrava provarci gusto nel raccontarlo) che ciò è quanto ha sentito dire ai palestinesi – che rimpiangono quando Israele governava. Potrei dire sia a lui che a loro che in Romania c’è gente che rimpiange Ceausescu.
Un altro aspetto del desiderio di M. e delle conclusioni di H. e dei suoi fratelli – che tutto va a rotoli e non c’è soluzione – è la diffusa opinione secondo cui i palestinesi vorrebbero restituire il potere a Israele e smantellare l’ANP, che Ceausescu dovrebbe tornare a controllare le enclave [palestinesi].
Ma chi vuole veramente vedere negli uffici del ministero dei Trasporti a Tulkarem o a Hebron i soldati di Ceausescu che decidono chi avrà la patente e chi no? Chi vuole che gli ufficiali dell’esercito israeliano tornino di nuovo a dirigere il ministero dell’Istruzione palestinese e approvino o disapprovino i corsi di formazione ed i seminari che si svolgono tutti i giorni in Cisgiordania?
In ogni caso, Ceausescu non ha intenzione di tornare. Preferisce così, con chi comanda (l’esercito israeliano) che può giocare con la terra e l’acqua e il destino delle persone come meglio crede. E Ceausescu può continuare a scaricare i problemi, le responsabilità, i mal di testa e l’odio sui suoi subappaltanti [l’ANP. N.d.tr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)
02.02.15
Haaretz

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