Gli oggetti della memoria – Christian Caujolle

Dando la parola agli oggetti e trasformandoli in simboli Kim Hak racconta l’orrore del regime dei khmer rossi

Il 17 aprile di quarant’anni fa i khmer rossi entrarono a Phnom Penh. In tre giorni evacuarono la capitale e ci rimasero fino al 1979. Il loro regime del terrore, considerato uno dei più mostruosi del novecento, provocò la scomparsa di quasi un terzo della popolazione della Cambogia, lasciando tracce profonde nei sopravvissuti. Oggi, dopo aver assistito ai processi agli esponenti più importanti del regime di Pol Pot, i cambogiani si preparano a questo triste anniversario.

Per capire come funzionava il sistema elaborato dai maoisti che, dopo aver studiato alla Sorbona a Parigi, si erano convinti della necessità di affermare il comunismo a tappe forzate (per evitare gli “errori” delle rivoluzioni precedenti) bisogna ricordare che era fondato su divieti assoluti.

La francese Laurence Picq, una dei pochi occidentali ad aver vissuto a Phnom Penh in quegli anni (era la moglie di un dirigente khmer) lo racconta bene nel suo libro Le piège khmer rouge (La trappola dei khmer rossi): “La lingua usata dai khmer rossi si basava sulla seconda grande decisione, cioè sull’abolizione della proprietà privata. Gli aggettivi possessivi furono soppressi. Non si poteva dire ‘le mie cose’ perché nessuno aveva più nulla di personale. Si poteva possedere solo un vestito e un cambio, una piccola coperta e una zanzariera, che in queste regioni non è certo un lusso. Il tutto poteva entrare in un sacco chiamato ‘fagotto’ (una specie di piccolo zaino). Si lavorava con la zappa di Angkar (il nome del partito, soprannominato ‘ananas’ perché si diceva avesse occhi ovunque). Nei piatti di Angkar si mangiava solamente la zuppa di Angkar alla mensa di Angkar (gli utensili di cucina erano stati sequestrati ed era vietato cucinare per sé). Si beveva l’acqua che Angkar aveva fatto bollire e che, se poteva, metteva a disposizione. Oltre ai beni materiali, era stato abolito anche il concetto di individuo e il pronome ‘io’ era stato sostituito dalla formula generale ‘noiio’”.

Il fotografo Kim Hak appartiene alla generazione nata subito dopo il genocidio. È noto per i suoi lavori legati alla memoria e per il suo impegno contro la distruzione dei palazzi più antichi, risalenti all’epoca coloniale o agli anni settanta, spesso sacrificati in nome della speculazione edilizia.

Il suo progetto più recente, Alive, è un inventario, molto curato dal punto di vista delle luci, di oggetti che all’epoca del regime di Pol Pot erano stati vietati, erano introvabili o erano stati nascosti. Hak ha intervistato le persone che li hanno disseppelliti o conservati, e attraverso le loro storie dà la parola agli oggetti rendendoli simboli. Una collezione di oggetti della memoria – qualcosa di molto diverso dalle semplici nature morte – che il fotografo vuole regalare alle generazioni future.

Forbici e capelliForbici e capelli

Questa fotograia mi è stata ispirata dalla signora Seung Touch, che ha 79 anni e vive a Battambang. Prima della guerra lavorava come sarta, e queste sono le sue forbici. Sotto il regime dei khmer rossi le donne erano costrette a portare i capelli corti. Non ci si poteva sottrarre alla regola. Seung Touch usò queste forbici per tagliare i capelli a tutte le donne della sua famiglia.

Un giorno, mentre aspettavo il nipote (un mio amico) a casa sua, l’ho vista che si tagliava i capelli e le ho chiesto se potevo fotografare le sue ciocche bianche.

Krama e filo spinatoKrama e filo spinato

Questo krama è di mio padre Kim Hap, che ha 68 anni. Il krama è un capo di abbigliamento tradizionale cambogiano ed è considerato uno dei simboli del paese. Prima di cominciare questo progetto fotograico ho visitato alcune volte il museo Tuol Sleng a Phnom Penh, dedicato al genocidio cambogiano. Negli anni settanta l’ediicio, che all’epoca era una prigione, era recintato con il filo spinato. Per me il filo ha assunto il significato di coercizione e tristezza. Questa foto riassume l’intero progetto e rappresenta la guerra, il dolore e la sofferenza.

Fotograia e bustina di plasticaFotograia e bustina di plastica

L’uomo ritratto in questa foto si chiama Chhoa Thiem, era un amico di mio padre negli anni sessanta. Prima della guerra, durante l’età d’oro della Cambogia, studiavano e uscivano insieme a Phnom Penh. A Chhoa Thiem piaceva scattare foto agli amici durante i picnic o le gite fuori città. Mio padre ha conservato tutte le fotograie in bianco e nero che lui gli aveva regalato per ricordo. Nel 1964 Chhoa Thiem è stato mandato dalla famiglia a studiare in Francia. Da allora mio padre non ha più avuto sue notizie. Ancora oggi non sa se il suo vecchio amico sia ancora vivo. Durante il regime i miei genitori e molti altri si sono sbarazzati di foto e carte d’identità per nascondere il loro passato. Se solo i khmer rossi avessero scoperto chi erano, soprattutto se si trattava di persone istruite, ex funzionari di alto grado, ufficiali dell’esercito o anche semplici insegnanti o soldati, sarebbero stati uccisi su due piedi. Chi conservava le foto per ricordare momenti passati e persone care correva un rischio enorme. Mentre lavoravo al progetto ho scoperto quanto fosse forte la determinazione di alcuni a conservare gli oggetti a cui erano affezionati. Credevo che i miei nascondessero alcune foto sotto i vestiti, poi ho scoperto che avevano avvolto tutte le loro foto con cura nella plastica e le avevano sepolte nel terreno accanto alla casa in cui vivevano.

Sandalo e impronta con spinaSandalo e impronta con spina

Questo è di mio padre, Kim Hap. Dopo la guerra ha conservato i sandali per ricordare le tenebre di quel periodo. Chi è sopravvissuto al regime li riconosce subito. Come mi ha detto lui: “Non tutti li avevano. I sandali venivano distribuiti ai soldati khmer rossi e a chi lavorava per loro. La gente comune doveva camminare scalza perino sulle spine”.

Bollitore e pollo

Questo bollitore appartiene alla mia famiglia, che vive a Battambang. Lo possediamo in dal 1970 e lo usiamo ancora tutti i giorni per bollire l’acqua. “Durante il regime di Pol Pot davamo da mangiare ai polli, ma non potevamo toccarli”, mi ha detto mia madre Mor

Rean. “A volte ne rubavamo uno di notte e lo cucinavamo per sopravvivere. È un ricordo dolceamaro, ma è per questo che conservo il bollitore e lo uso ancora: custodisce molti ricordi”.

Una volta, mio padre si ammalò e lei rubò un pollo, correndo un grosso rischio: lui era debolissimo e lei voleva preparargli un pasto sostanzioso. Però mio padre ebbe così tanta paura di essere ucciso che non osò mangiare il pollo lesso cucinato da mia madre.

Cintura d’argento e seta (stile di Prek Changkran)

Questo è uno dei cimeli di famiglia che apparteneva a mia madre Mo Rean, di 63 anni. Il mio bisnonno l’ha regalata a mio nonno, che in seguito l’ha donata a mia madre. Ora l’ha ereditata la mia sorella maggiore Kim Sreyroth, nata nel 1972. Questa cintura d’argento, che risale al diciannovesimo secolo, se non prima, viene quindi tramandata da quattro generazioni. Mia madre ha cominciato a indossarla quando aveva quattordici anni. Dopo la fine del regime l’ha portata spesso con questa gonna di seta con motivi tradizionali comprata a Phnom Penh nel 1983.

Taccuini e dente di morto

Questi quaderni sono di una donna di nome Gnet Yorn, morta nel 2004 all’età di 93 anni. Durante il regime dei khmer rossi i libri erano vietati. Se qualcuno era sorpreso a leggere da un soldato o una spia, veniva dichiarato istruito e giustiziato subito. Anche la mia famiglia ha rischiato la morte. Mio padre aveva conservato i suoi libri d’inglese e francese. Quando una spia l’ha scoperto, i miei sapevano cosa sarebbe successo. Quella stessa notte fuggirono con le mie sorelle Kim Sreyroth e Kim Tharan e con mio fratello Kim Chanthara, nascondendosi in un altro villaggio, dove riuscirono a mantenere segreto il loro passato. Gnet Yorn corse un rischio enorme conservando tre taccuini in cui aveva trascritto il dharma, l’insieme degli insegnamenti del Buddha. Spesso la notte si nascondeva per leggerli. Ha sempre creduto che in quel periodo lei e la sua famiglia fossero sotto la protezione divina.

Ciotola, cucchiaio e riso con spinaci d’acqua sminuzzati

Questa ciotola con cucchiaio appartiene alla famiglia di Sot Sineun, che vive nella provincia di Battambang. Sineun la usa da prima della guerra e continua a usarla ogni giorno. Il suo ricordo di quegli anni è lo stesso di quello di mia madre e di molti altri. “Durante il regime ci davano pochissimo da mangiare: pochi chicchi di riso al vapore o zuppa di riso annacquata”, mi ha detto mia madre. “Perciò la gente tritava gli spinaci d’acqua e li mescolava a quello che c’era”.

Vasetto di terracotta e incenso

Questo vasetto era di mia nonna Huot, morta qualche anno fa all’età di 83 anni. Appartiene alla mia famiglia da molte generazioni. Noi usiamo quotidianamente i vasi di terracotta, grandi e piccoli, per conservare riso, sale, olio e la famosa pasta di pesce cambogiana, prahok. In questo mia nonna accendeva i bastoncini d’incenso quando pregava. Ovviamente durante il regime dei khmer rossi, non poteva farlo apertamente.

Ha continuato a usare il vasetto di terracotta per pregare fino alla fine dei suoi giorni. Prima di lasciarci l’ha dato a me. Oggi faccio come lei, lo uso per accendere i bastoncini d’incenso quando prego.

Statuina del Buddha e foglia d’albero della Bodhi

Nel 2006, quando ho ristrutturato la mia casa a Phnom Penh, ho trovato questa statuina del Buddha sottoterra. Era appartenuta al precedente proprietario della casa, Keo Sronos. Il 17 aprile 1975, quando occuparono Phnom Penh, le truppe dei khmer rossi allontanarono gli abitanti dalla capitale diffondendo la notizia che gli Stati Uniti avrebbero bombardato le città. Ordinarono a tutti di portare con sé solo lo stretto indispensabile, perché sarebbero tornati presto. Molti gli credettero e lasciarono a casa gli oggetti di valore. La popolazione è rimasta chiusa nei campi di lavoro in campagna per l’intero regime, durato tre anni, otto mesi e venti giorni. Diversi sopravvissuti non hanno mai potuto tornare nelle loro case. Il regime di Pol Pot vietava tutte le pratiche religiose e a volte usava le pagode buddiste come teatro dei suoi massacri. Gnet Yorn, morta nel 2004 all’età di 93 anni, riuscì a tenere con sé alcune statuine buddiste. Credeva che fossero state quelle a proteggere la sua famiglia. Malgrado tutto, la fede religiosa è sopravvissuta nel cuore delle persone.

Da sapere

La mostra e il festival

Il progetto Alive di Kim Hak è in mostra al festival Photo Phnom Penh, in Cambogia, dal 31 gennaio al 28 febbraio 2015. Kim Hak è nato Battambang, in Cambogia, nel 1981. Il programma completo del festival è disponibile all’indirizzo: ppp.institutfrancais-cambodge.com

Fonte: Internazionale 1087 | 30 gennaio 2015

 

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