L’Iberia mille anni fa – Johan Galtung

Può essere utile una macchina del tempo disposta su un lungo periodo nel passato per capire il presente in tale luce. Per esempio la penisola iberica, oggi con due stati, Spagna e Portogallo.

L’operatrice della macchina del tempo è Vigdis L’Orsa, giornalista norvegese, pilastro della comunità norvegese sulla Costa Blanca con cittadine incredibili come Alfaz con oltre cento nazionalità in pacifica convivenza. Lei tiene seminari sulla storia spagnola invitando norvegesi, professionisti e dilettanti, a esplorare il passato spagnolo. E ha prodotto recentemente un libro meraviglioso, un romanzo storico, una storia d’amore to beat: I skyggen av al-Andalus (Lyst Forlag 2014, 367 pag.) “Nell’ombra di al-Andaluz” – l’attuale Andalusia – ciò che era rimasto del Califfato islamico del 711, cioè l’Iberia meno le Asturie e la Galizia – centrato su Córdoba-Granada con i suoi ricchi tesori di cultura arabo-musulmana.

Vigdis L’Orsa

La storica che c’è in lei produce un’appendice di 14 pagine di fatti-leggende cui attingere. E l’artista un’accattivante storia d’amore fra Erik il Vikingo convertitosi cristiano ed Emble (Eva), una cristiana del nord galiziano, catturata dai musulmani come concubina per i califfi Abd-al-Rahman III (929-961) e suo figlio al-Hakam II (961-976). I due avevano un vissuto norvegese, parlavano il norvegese antico, imparavano l’arabo, il romancio – il latino parlato (“volgare”) dell’Impero Romano, ormai presente solo nella Svizzera orientale [Grigioni], donde proviene il marito di Vigdis, Jan – e altro ancora.

La storia di sfondo: l’Impero Romano – con tre province in Iberia – crolla nel 476, sconfitto dai Vandali, a loro volta sconfitti dai Visigoti (Goti occidentali), cristiani dal 589. Romani+Goti= Hispanici.

C’erano tutt’e tre le religioni abramitiche: musulmani nel sud, una vasta, contestata terra di nessuno, cristiani nel nord (Santiago!), ebrei – espulsi dalla Terra Santa verso altre parti dell’Impero dopo la distruzione del Secondo Tempio nell’anno 70 – nelle città.

Gli ebrei aprirono le porte della città per la presa del potere Umayyad nel 711.

E poi i vikinghi – brillanti costruttori di navi e navigatori – con la distruzione totale, uccisioni brutali, il saccheggio per professione. La storia si apre con una raccapricciante incursione vikinga, che fa sì che un norvegese si chieda: c’è ancora del vikingo in noi? Quisling del Telemark canonizzò i vikinghi per i norvegesi unendosi alla Germania nazista sul fronte orientale contro l’URSS; e così ha fatto l’esercito norvegese in Afghanistan – il battaglione del Telemark – qualche anno fa. Ma l’era vikinga fu un Impero Romano del Nord da circa l’800 fino a circa il 1050, come il “Sacro Romano Impero della Nazione Germanica” di Carlo Magno dall’ 800 (o piuttosto dagli anni 960), distrutto da Napoleone nel 1806. Il profondo pessimismo di tale era fu mitigato dal cristianesimo.

Il romanzo descrive i vikinghi nelle loro incursioni nel nord, nel sud e in centro, musulmani e cristiani che si combattono e uccidono; ed Emble che odia Erik per la sua brutalità, eppure ne viene attratta; lui se ne innamora ma si sente distante. Lei viene catturata dai musulmani come schiava, trascinata per mesi per gli 800 km della terra di nessuno fino all’opulenta, incredibile Córdoba. Erik si distanzia dal suo vikinghismo estremista e si fa negoziatore fra Córdoba e il re vikingo di Dublino. Riceve Emble per ricompensa, fuggono verso nord, lui diventa cristiano, viene battezzato, si sposano; l’amore fra loro evolve con una scena amorosa fra le più belle nella letteratura norvegese.

All’arrivo nel villaggio di lei i suoi genitori sono vivi. Ma il padre non le perdona né la sua schiavitù nell’harem di Córdoba né il suo innamoramento e matrimonio con un vikingo, e la condanna a 3 anni in un monastero.   Il loro amore sopravvive anche a quello; sono uniti finché Erik muore, vittima delle sue ferite, e s’avvia per il suo ultimo viaggio in mare per l’aldilà.

Profondamente umano, contro l’arazzo di un’Iberia lacerata da forze gigantesche, scritto nel congiuntivo come se, sarebbe potuto accadere, proiettando il contesto su Erik ed Emble. Al lettore piaceranno molto entrambi. In un norvegese incredibilmente ricco, Vigdis padroneggia i due livelli con molta ambiguità yin/yang in tutti i ruoli. Il libro grida: Traducetemi!

Erik ed Emble s’uniscono dopo il conflitto, l’odio, e attraverso vastità di differenze. Nel 1492 l’Iberia fu unita, o ripulita, i musulmani-mori-moros furono scacciati, moltissimi uccisi, il califfato con i suoi primi secoli di convivenza e dialogo ebraico-cristiano-musulmano distrutto. Unirsi per la pace, giustificando secoli di belligeranza?

Solo limitando lo spazio e il tempo all’Iberia e a qualche decennio.

In quello stesso anno di cambiamento epocale, il 1492, Colombo avanzò pretese su parti del Caribe, seguito da Cortés e Pizarro che distrussero le civiltà azteca e inca. Si utilizzò violenza diretta per costruire la violenza strutturale degli imperi spagnolo e portoghese. E il 4 maggio 1493 arrivò la violenza culturale: il papa Alessandro VI nella sua famigerata Bolla Papale & Cetera diede (come fossero sue) le isole e i territori di terraferma scoperti dal “nostro amato figlio”, e quelle ancora da scoprire, a los reyes católicos, Isabella e Ferdinando, per loro giurisdizione di ogni genere, altrimenti nota come colonialismo – un’istituzione che sarebbe durata fino agli anni 1960. Perché? Ferdinando aveva fatto papa Alessandro, della famiglia Borgia d’Italia, ma nativo di Gandia presso Valencia (e Alfaz!). Sì, egli è anche noto per quello che l’Occidente celebra come Tratado de Tordesillas del 1494, l’anno successivo, che divideva le “scoperte” fra Spagna e Portogallo. Ingenuamente chiamata “pace”, quand’erano due mafie che si dividevano il bottino.

Lo stato di guerra rimase. Felipe II si volse contro la Catalogna, e contro l’Inghilterra con l’Armada; inter-nazionale, inter-statuale. Il califfato era anche bellicoso, combattendo il nord cristiano e l’Africa berbera. Gli ebrei furono bruciati dall’Inquisizione e costretti a lasciare la Spagna, forse anche per aver aperto le porte cittadine? E i vikinghi? Suicidio culturale.

Torniamo in avanti con la macchina del tempo. Al 1936-1939, alla guerra civile, più di classe che di nazionalità e di stato. Al presente: incapace di accogliere a modo baschi e catalani come Córdoba nel 1492. La violenza genera violenza, la guerra permane; la narrazione di L’Orsa mostra che essa mina i negoziati.

Leggete il libro, sentendovi sollevati, umanamente e politicamente.

26 gennaiio 2015

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Iberia a Thousand Years Ago

https://www.transcend.org/tms/2015/01/iberia-a-thousand-years-ago/

Una replica a “L’Iberia mille anni fa – Johan Galtung”

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