La nonviolenza è il cibo per la pace (II) – Nanni Salio


will_tuttle_02Pubblichiamo in due parti la postfazione scritta da Nanni Salio al volume pubblicato lo scorso anno dalle edizioni Sonda di Casale Monferrato di Will Tuttle, Cibo per la pace. Mangiare in armonia con se stessi e con tutti gli esseri viventi, in occasione della Settimana mondiale per l’abolizione della carne (SMAC), la prima di quest’anno dal 24 al 31 gennaio. Le Settimane Mondiali per l’Abolizione della Carne hanno come scopo la promozione del dibattito politico intorno all’idea di abolire e condannare la produzione e il consumo di carne di esseri senzienti. In tutto il mondo sei milioni di animali terrestri vengono uccisi ogni ora a scopo alimentare. Il numero degli animali acquatici uccisi è anche più elevato. Il consumo di carne causa più sofferenza e morte che qualsiasi altra attività umana seppure non sia affatto necessario. Molti gruppi si stanno impegnando per promuovere questo dibattito. Non spingono le persone a cambiare le loro abitudini di consumo (non sostengono vegetarianesimo nè veganesimo) ma promuovono la richiesta, su basi etiche, per bandire legalmente la produzione e il consumo di carne animale.

Il libro scritto da Will Tuttle è disponibile in consultazione e prestito al centro studi ed è acquistabile in libreria oppure on-line qui.

********************

cop_ciboperlapaceScienza e nonviolenza

Così come le religioni sono state usate per promuovere una cultura della nonviolenza oppure per giustificare la guerra e la violenza sugli animali, anche un’altra potente forza culturale, la tecnoscienza, svolge un ruolo altrettanto ambiguo. La tecnoscienza è diventata una sorta di nuova religione, laica, con scienziati e tecnologi nella veste di sacerdoti, spesso al servizio di altre forme di potere (economico, politico, militare).

Se da un lato, come fa notare Tuttle, alcuni settori della ricerca scientifica, come quello della meccanica quantistica che si è man mano sviluppata a partire dagli anni 1920, hanno aperto nuove prospettive, dall’altra continua a prevalere un uso strumentale di tali conoscenze, cooptate in strutture di potere che mantengono l’umanità, il mondo animale e la natura più in generale in una condizione di diffusa violenza e sofferenza. La grande crisi sistemica che stiamo vivendo è l’esempio più chiaro e pericoloso di tale situazione.

La condizione umana è, da sempre, caratterizzata da alcuni tratti specifici, come quello dell’impermanenza, che tendiamo a sottovalutare. L’impermanenza genera cambiamento dal quale nasce il conflitto, in un processo evolutivo senza fine. La nostra mente e il nostro sguardo si smarriscono nella profondità del tempo: oltre ai misteri della bellezza e del male, si aggiungono il mistero della nostra origine e quello del nostro divenire.

La complessità dei sistemi nei quali siamo inseriti è tale da impedirci di raggiungere una conoscenza esaustiva. Ci riesce difficile pensare anche solo al gran numero di interazioni potenzialmente possibili tra gli esseri umani. Come dice poeticamente Wim Wenders: “Il mondo esiste sette miliardi di volte, negli occhi di ogni persona vivente!” (5).

Paradossalmente, man mano che cresce la nostra conoscenza, di cui andiamo fieri, cresce ancor più la nostra ignoranza e la possibilità di commettere errori non correggibili. Gli esempi sono molteplici: dalla panoplia di sistemi d’arma di distruzione di massa (nucleari, chimiche, batteriologiche), al sistema energetico basta sui combustibili fossili principale causa del grande cambiamento climatico in corso, al sistema di produzione industriale del cibo: tutti quanti intrisi di una enorme violenza, diretta, strutturale, potenziale.

Per tentare di trovare la via d’uscita da questo intricato labirinto, molti scienziati stanno indagando il ruolo che una epistemologia della nonviolenza può avere nel costruire una scienza nonviolenta e una scienza della nonviolenza (6).

Fondamenti epistemologici della nonviolenza

Caratteristica saliente della nonviolenza è il suo carattere omeostatico, che consente di ricercare la verità senza distruggere quella dell’avversario, imparando dagli errori, con comportamenti altamente reversibili. Non siamo sicuri di essere nel vero, non sappiamo se il corso d’azioni intrapreso, anche con le migliori intenzioni, produrrà i risultati desiderati, ma utilizziamo una metodologia che consente alla ricerca della verità di dispiegarsi.

Questo è l’atteggiamento filosofico ed epistemologico che sta alla base delle procedure della ricerca scientifica per prova ed errore, nella consapevolezza che in campo sociale le sfide sono di vita e di morte, altamente non reversibili.

Nella tradizione gandhiana si invita ad agire senza rivendicare il merito dell’azione e senza aspettarne l’esito, che verrà quando meno ci si aspetta. C’è una fiducia nel processo di ricerca della verità, che prima o poi si imporrà, anche nelle situazioni apparentemente più difficili e disperate. Satyagraha vuol dire «forza della verità», ma anche «dire la verità», dirla di fronte ai potenti e all’ingiustizia, quanto basta perché si imponga. Così come nella propaganda si sostiene che una bugia ripetuta mille volte diventa una verità, si può aver fiducia che una verità ripetuta mille volte finirà per imporsi.

Scienza della nonviolenza e movimenti di liberazione animale

La scienza della nonviolenza si chiama oggi “trasformazione creativa, costruttiva, concreta dei conflitti”, fondata sui lavori che Johan Galtung, tra gli altri, conduce instancabilmente da oltre mezzo secolo (7). Anche quello con gli animali nostri fratelli maggiori da cui discendiamo è un grande conflitto, con molteplici attori, che i movimenti di liberazione animale debbono imparare ad affrontare utilizzando tecniche e strategie della nonviolenza.

Siamo chiamati a sviluppare uno sguardo compassionevole su tutte le creature sofferenti, compresi i perpetratori della violenza, come ci invita a fare Tuttle, e a diventare futuri “bodhisattva”, “giusti” che si accollano parte della violenza del mondo perché l’umanità possa liberarsene definitivamente. È un processo evolutivo di cui al momento non riusciamo ancora a vedere l’esito, ma è già in corso e richiede di estendere il nostro sguardo oltre i confini del tempo presente.

Le lotte prevalentemente nonviolente avvenute nel corso della storia (contro lo schiavismo, il sessimo, per i diritti delle donne, dei lavoratori, delle minoranze) sono una fonte preziosa di isipirazione e speranza per far compiere un passo ulteriore all’umanità e al mondo animale nella liberazione dalle catene e dalla malattia della violenza.

Note

5. Wim Weners, Mary Zournazi, “Inventare la pace”, Bompiani, Milano 2014, p. 68.

6. Elena Camino, “La prospettiva gandhiana come contesto unificante per la ‘sustainability science’ e l’educazione alla sostenibilità”, http://serenoregis.org/2012/05/24/la-prospettiva-gandhiana-come-contesto-unificante-per-la-sustainability-science-e-leducazione-alla-sostenibilita-elena-camino/

7. L’opera di Galtung è vastissima. Si vedano i siti www.transcend.org e www.serenoregis.org .

Una replica a “La nonviolenza è il cibo per la pace (II) – Nanni Salio”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *