Stolpersteine – Massimiliano Fortuna

Credo di poterlo dire: la memoria è la mia vocazione, qualcosa a cui mi sono sentito chiamare sin da piccolo. Ho sempre avvertito il passato come una parte di me, come un tempo che continuava a riguardarmi. Non un luogo senza vita, un mondo scomparso, ma un alito di presenza che non smette di pulsare nelle vene di chi viene dopo.

Con il passare degli anni una cosa mi si è poi chiarita: le vocazioni vanno coltivate. Continuare a tenere in vita ciò che è stato non è soltanto un riflesso automatico, ma un compito che ci si può assumere. Mi si è chiarito anche che la nostra memoria non è un luogo di contemplazione idillica, da cui ammirare la durata del tempo e lo scorrere delle generazioni. La memoria è un canale che mette in contatto con la mole di dolore che la terra porta con sé, una mole che si avverte ma, per quanto ci si provi, non ci si riesce a raffigurare.

Non credo che un grande dolore possa mai trovare una forma di redenzione, che un ricordo possa sublimarlo. Però è compito di chi è vivo cercare di far sì che le grandi sofferenze non vadano perdute, rendere ancora udibile la voce dei morti. A questo riguardo trovo che le «pietre d’inciampo», ideate anni fa da Gunter Demnig, siano una delle vie migliori fra quelle pensate per continuare a far udire le voci e il tormento dei deportati nei lager nazisti. Presenti in un migliaio di località in Europa, dal 10 gennaio del 2015 si possono incontrare anche a Torino. Si tratta di piccole placche d’ottone inserite nei marciapiedi della città, sopra si trova inciso un nome, una data di nascita e una di morte. Sono situate in corrispondenza delle case di chi una settantina d’anni fa venne deportato e spesso ucciso dalla ferocia nazifascista.

Credo sia davvero un modo appropriato e coinvolgente per ricordare la Shoah, perché questa ci viene incontro non come un evento calato dall’alto, l’enunciazione di uno smisurato numero di morti che fatalmente finisce per diventare una realtà che lo sguardo umano fatica ad abbracciare e a figurarsi. Nelle «pietre d’inciampo» la Shoah si manifesta invece nell’individualità di un nome e nella quotidianità di un luogo. Si tratta, è stato detto, di un monumento dal basso. Lo è sia nel senso che fisicamente si trova in basso, all’altezza dei nostri passi, sia perché chiunque può partecipare alla sua costruzione chiedendo di ricordare qualcuno, sia per il fatto che, in questo reticolo di memoria, possono comparirci improvvisamente sotto gli occhi singole vittime che ci riportano al dramma collettivo.

MEMORIA, REINSTALLATE "PIETRE INCIAMPO" DEDICATE A SORELLE SPIZZICHINO - FOTO 1

Quella che ci viene offerta è un’immagine chiara e possente della pervasività della Shoah. Auschwitz e gli altri lager sono il luogo di raggruppamento finale, fabbriche del massacro che suscitano orrore e fanno rabbrividire, ma nella cui concentrazione tutto può sembrare in qualche misura più contenuto, apparire di proporzioni più limitate. Nomi di persone disseminati nelle città di tutta Europa, nelle strade che percorriamo abitualmente e accanto alle case che siamo soliti vedere trasmettono invece un’idea sensibile della vastità di quel che è accaduto. Un effetto simile lo fa ascoltare la babele di lingue parlate dai testimoni che sfilano nel processo Eichmann. Sentire i sopravvissuti allo sterminio che raccontano in tanti idiomi differenti le loro raccapriccianti storie di brutalità subite ci dà un’immediata consapevolezza di quale capillare devastazione sia stata quella che una settantina di anni fa – vale a dire ieri – si è abbattuta tanto sull’Europa occidentale quanto, anzi ancor più, su quella orientale.

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