Incontro con Stellan Vinthagen, direttore del primo programma universitario sulla resistenza civile – Priyanka Borpujari

Con genitori vegetariani gandhiani e un nonno che è stato mandato in prigione militare durante la seconda guerra mondiale per avere aiutato degli ebrei a entrare in Svezia, Stellan Vinthagen ha la resistenza nonviolenta nel sangue.

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Nel 1980, a 16 anni, Vinthagen ha partecipato a una campagna contro le centrali nucleari in Svezia. Ha inoltre partecipato al movimento Plowshares (aratri), e nel 1998 è stato arrestato insieme a molti altri, mentre cercavano di disarmare il Trident, sottomarino nucleare britannico, con martelli e taglia bulloni. Nel 2007, è stato arrestato due volte e trattenuto tutta la notte per aver partecipato agli “Academic Seminar Blockades” della base sottomarina nucleare in Faslane (Scozia), insieme a oltre 70 altri accademici. Più di recente, Vinthagen era tra coloro che hanno organizzato il “Sweden’s Ship to Gaza” (La nave svedese verso Gaza) nel 2012, il che ha portato alla sua detenzione in Israele.

A parte il suo attivismo, Vinthagen è stato un educatore in materia di trasformazione dei conflitti e disobbedienza civile sin dal 1986, ed è autore o co-autore di sette libri. Questo autunno, Vinthagen è stato nominato per servire come Presidente Assegnato Inaugurale degli Studi di Azione Nonviolenta Diretta e Resistenza Civile presso l’Università del Massachusetts Amherst. Recentemente ho avuto la possibilità di parlare con questo attivista di lunga data ed educatore circa il suo nuovo incarico, che è una novità nel campo della resistenza civile.

Raccontaci la tua nuova posizione presso l’Università del Massachusetts Amherst.

Forse mai prima d’ora c’è stata una cattedra dedicata alla conoscenza dell’azione nonviolenta e la resistenza civile. E ‘anche unica perché l’università l’ha assegnata a un professore che lavora con attivisti. Così, il sapere prodotto si suppone aiuti anche gli attivisti.

Una posizione come questa significa che l’azione nonviolenta e la sua conoscenza viene più ampiamente riconosciuta oggi, oltre a essere utilizzata in diversi campi per capire perché i movimenti popolari che applicano azioni nonviolente sono così potenti ed efficaci. Allo stesso tempo, questo significa riconoscere che vi sono alcuni problemi ricorrenti nei movimenti, come abbiamo visto in Egitto, Ucraina e altrove. Quindi vi è la necessità di capire cosa funziona e cosa no.

Quali sono stati i problemi nelle ultime rivolte popolari nel mondo arabo?

Gli sviluppi all’interno delle rivoluzioni si svolgevano così all’improvviso che non c’è stata una strategia coordinata e una chiara idea di quale tipo di società si desiderasse, oltre a liberarsi del dittatore. Un altro problema è stato anche il ri-creare il potere all’interno del processo di liberazione. Non voglio negare che i Fratelli Musulmani parteciparono alla lotta contro Mubarak. Ma giunti al potere, hanno ricreato le strutture patriarcali e le esclusioni, e non si sono mostrati interessati a creare nuovi sistemi di inclusione o a formulare una nuova costituzione per l’Egitto.

Le alleanze sono spesso create da ciò che le rivoluzioni avversano. Alcuni individui o gruppi possono avere alcune idee avanzate di quello che vogliono, ma non presentano un fronte unito. Ed è un problema perché un cambio di regime non tocca le strutture del potere di alcune istituzioni della società, ma tocca soltanto il livello superiore. Così c’è l’opportunità di fare qualcosa, ma se non ci si rende conto di come tutta la società vive ancora una bugia, si può essere facilmente manipolato e utilizzato.

Ci saranno alcuni opportunisti all’interno del movimento che afferreranno l’occasione per guadagno personale, e questo può far cadere la rivoluzione. Così si dimostra la necessità di questo tipo di ricerca e studio. Dobbiamo tornare indietro e rivisitare le idee di persone come Gandhi, che ha sviluppato il concetto di programma costruttivo. Dobbiamo trovare il modo di fare resistenza, mentre allo stesso tempo costruiamo delle alternative. Ad esempio, se ci si oppone agli alimenti geneticamente modificati, è necessario anche sviluppare banche di sementi.

Quale è stato il processo di selezione per la posizione che adesso ricopri ?

La posizione richiedeva qualcuno con un buon record accademico ed esperienza nell’attivismo. La mia esperienza attivista è stata molto esplicita. Io sono un anti-imperialista e vedo gli Stati Uniti come una parte rilevante dei problemi del mondo. Quindi il mio lavoro di resistenza civile è pubblico ed è stato rivolto in gran parte contro gli interessi degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, il Massachusetts è molto insolito negli Stati Uniti – è molto aperto ad approcci piuttosto radicali. Non ho mai sentito che il mio attivismo politico fosse un problema, ma piuttosto, per la prima volta l’ho sentito come una risorsa

Le persone specializzate nella comprensione della resistenza civile tra gli attivisti o le università sono poche in tutto il mondo, e se davvero vogliamo aumentare e migliorare la qualità del sapere in questo campo avrei bisogno di essere in rete e viaggiare. Ho ricevuto due generosi stanziamenti annuali per viaggi.

Qual è la natura delle sovvenzioni di questa posizione?

La dotazione di 2,8 milioni di dollari proviene da una famiglia Quacchera con un background attivista contro la guerra in Vietnam e dentro il movimento per i diritti civili. Essi hanno così riconosciuto la necessità di tale ricerca ‘orientata all’attivismo’. Il finanziamento dovrebbe essere sostenibile, perché verrebbe investito sui mercati azionari, come fanno molte altre università. Ma io ho detto all’università che se ho successo nel mio lavoro di resistenza civile, allora il mercato azionario cadrà. Vedremo cosa succede.

Qual è in ultima istanza il significato di una tale posizione nel contesto globale dei movimenti di tutto il mondo?

Personalmente, trovo strano che ci sia voluto così tanto tempo per stabilire l’importanza di questo settore. Abbiamo visto una serie drammatica di dittature militari rovesciate – L’America latina negli anni ’80, la caduta del muro di Berlino e altri. Ma sembra che i recenti movimenti nel mondo arabo siano ciò che [ha risvegliato] la gente alla necessità di sapere di più sull’azione nonviolenta.

I poteri forti stanno anche mostrando interesse in questo campo. Il Pentagono ha emesso un comunicato stampa, rendendo così pubblico che vuole finanziare la ricerca in materia. Ma, naturalmente, la sua ricerca è rivolta a imparare come controllare i movimenti a beneficio degli interessi americani.

Quali sono i tuoi progetti mentre svolgi questo incarico?

Penso che ci sia la necessità di costruire un ponte tra attivisti e accademici, e allo stesso modo tra universitari specializzati in questo campo di azione diretta nonviolenta e studiosi in altri campi che lavorano su temi simili, ma non possono essere a conoscenza di tali concetti. Vedo la possibilità di collegare gli studi femministi e sull’omosessualità, con studi sulla rivoluzione, studi sociali sui movimenti, un certo numero di studi post-coloniali, studi subalterni e così via. Penso che ci siano molte cose che contribuiscono a rendere molto più sofisticata la nostra comprensione dell’azione diretta nonviolenta.

Questo campo è stato dominato dalle opere di Gene Sharp e il suo contributo è fondamentale. Ma lui ha scarsa comprensione sul genere, classe, contesto, cultura, strutture. Molti di queste dinamiche sono carenti nel campo.

Allo stesso tempo, c’è molta conoscenza nell’ambito dell’attivismo, ma molto poca diffusione perché gli attivisti sono troppo impegnati a sopravvivere e a lottare con risorse limitate. C’è un grande bisogno di documentare e analizzare in modo formale e orientato alla ricerca. Come risultato, molti studiosi lavorano in isolamento perché possono sì essere stati attivisti prima ma non adesso, oppure perché sono coinvolti nei processi di finanziamento delle loro ricerche, ecc. Questo rappresenta un problema fondamentale da superare. Un modo per affrontarlo, penso, è quello di cercare di trovare argomenti diversi dove ci sia la necessità di ricerca e dove c’è bisogno che gli attivisti condividano le loro conoscenze.

Come si sarà in grado di colmare queste lacune?

Un esempio: abbiamo assistito alla caduta di dittature negli ultimi tempi, ma se guardiamo le occupazioni in Palestina, Sahara Occidentale, West Papua, Kashmir o Tibet, allora sembra che tutto sia molto più difficile. Così un idea potrebbe essere quella di mettere in contatto le persone di queste zone; loro avrebbero un interesse attivo nella condivisione del sapere fra loro. Quindi, sarebbe una collaborazione Sud-Sud di condivisione di conoscenze ed esperienze.

Recentemente ho partecipato alla Conferenza Internazionale della Associazione di Studi (International Studies Association) a Toronto e c’era un gruppo fantastico, dove popoli indigeni presentavano documenti accademici sulla resistenza indigena. Sentivo che quella era un’occasione per lavorare insieme, e quel tipo di occupazione della cultura, l’esistenza, la storia – di un popolo che è esistito e che è ancora attivo – risulta invece così diversa. Eppure, allo stesso tempo, se siamo in grado di mettere insieme persone provenienti da diverse aree, è sicuro che avranno simili profonde esperienze [da condividere].

Se tu avessi una classe di attivisti, quale diresti loro che è la sfida più grande ai movimenti che impedisce di raggiungere il loro obiettivo?

E ‘difficile individuare una singola cosa che paralizzi i movimenti. Forse consiste in una resistenza che non è simultaneamente abbinata alla costruzione di una nuova società. Oppure la monopolizzazione delle leadership tra piccoli gruppi di persone, in particolare le alleanze della classe media urbana, che impediscono in tal modo un’effettiva diffusione delle conoscenze e l’esperienze tra le comunità afflitte. Una terza sfida consiste nel riuscire a forgiare alleanze sociali tra le classi, le caste e le diverse regioni. In tempi recenti, i movimenti in Europa sono stati legati a una classe o a un sesso e credo che uno degli elementi chiave per avere la capacità di trasformare la società è quello di creare ampie alleanze sociali all’interno della lotta stessa. I movimenti hanno bisogno di capire le diverse forme di repressione e la necessità di prenderle tutte seriamente in considerazione e allo stesso modo. L’idea che la democrazia o la parità tra i sessi possa venire affrontata in un secondo momento è un concetto fondamentalmente errato. Se vedete dei movimenti che permettono ai loro leader di essere corrotti all’interno della lotta, perché sorprendersi dunque se il nuovo governo e la società che ne consegue, saranno sommersi dalla corruzione?

13 Dicembre 2014

Traduzione di Marlene Barmann per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Meet Stellan Vinthagen, head of the first university program on civil resistance

http://wagingnonviolence.org/feature/meet-stellan-vinthagen-head-first-university-program-civil-resistance

Una replica a “Incontro con Stellan Vinthagen, direttore del primo programma universitario sulla resistenza civile – Priyanka Borpujari”

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