Parigi – e poi? – Johan Galtung

Quanto avvenuto – noto in tutto il mondo – è del tutto inaccettabile e inescusabile. Inescusabile come l’11 settembre [2001], l’attacco occidentale venturo e la rappresaglia islamista, ovunque sia. Inescusabile come i colpi di stato occidentali e l’enorme violenza sulle terre musulmane a partire dall’Iran nel 1953, massacrando persone dotate di personalità tanto quanto i vignettisti francesi. ma per l’Occidente quelli non sono neppure entità statistiche; “segreti militari”.

Tuttavia, l’inaccettabile non è inspiegabile.

In questa tragica saga della violenza fra Occidente e Islam, nella sua spirale verso il basso, la via d’uscita è identificare il conflitto, che cosa riguarda questa violenza, e cercare soluzioni. Mi chiedo quanti fra chi oggi pontifica su Parigi – città che abbiamo così nel profondo del cuore – si son presi il disturbo di mettersi seduti con qualcuno identificato con Al Qaeda, chiedendo semplicemente: “che aspetto ha il mondo dove vi piacerebbe vivere?” ne ho sempre la stessa risposta: “un mondo in cui l’Islam non sia calpestato ma rispettato”.

“Calpestato” suona fisicamente violento. Ma ci sono due tipi di violenza diretta intesa a nuocere, a far male: la violenza fisica con braccia, armi ed eserciti; e la violenza verbale, con le parole, i simboli. Per esempio con vignette, con un tocco d’arte che dà loro una certa impunità; per alcuni. Un essere umano – corpo, mente, spirito – può essere colpito somaticamente, mentalmente, spiritualmente. Magari la violenza simbolica colpisce perfino più a fondo?

L’ingenuità d’incolpare i servizi segreti per non avere svelato i fratelli in tempo grida al cielo. Ciò che è avvenuto a Charlie Hebdo era prevedibile tanto quanto la reazione alla vignetta nel Jyllands-posten, il cui redattore culturale pensava di dover salvare i media danesi dall’autocensura che aveva rilevato nei giornalisti sovietici. Ma una cosa è la critica politica della e nella ex-URSS, ben altra è l’accoltellare esistenzialmente dritto al cuore la base dell’esistenza. I francesi hanno saggiamente inventato l’espressione raison d’être, la ragione per l’esistenza, profondamente inserita nella cultura francese come la satira: l’ascolto.

Minando l’esistenza spirituale di altri – come Charlie Hebdo ha fatto per tutto il mondo spirituale –può suscitare reazioni a tale violenza verbale. Qualcuno degli altri profondamente offesi da Charlie Hebdo e il suo autismo culturale, stando in qualche ufficio a scagliare frecce avvelenate ovunque, possono anche celebrare questa atrocità; nel loro intimo, non pubblicamente.

L’Occidente ha un’argomentazione presumibilmente letale a favore della violenza verbale per l’annichilimento spirituale: libertà d’espressione. Una magnifica libertà, profondamente apprezzata da quelli che hanno qualcosa da esprimere. E molto facilmente minata, non dalla censura, propria o di qualcun altro, ma dalla libertà di non-impressione, la libertà di non farsi impressionare: che avvenga pure l’espressione, che parlino e scrivano ma non ascoltate né leggete, rendeteli non-persone. Ciononostante, una conquista di primaria importanza per e da parte dell’Occidente più che altrove.

Come sarebbe semplice la vita se quella libertà fosse la sola norma a governare l’espressione! Dire o scrivere qualcosa sugli altri come se fossero pietre, oggetti inanimati, non impressionati dall’espressione orale e scritta. Ma gli esseri umani non lo sono. Ovviamente i bersagli della violenza verbale possono optare per la libertà di non-impressione, chiudendosi agli autori della violenza, né leggendo, né ascoltando. La vogliamo davvero, una società ora polarizzata dalle vignette – fra quelli che ci ridono e se le godono e quelli che ne sono offesi e ci soffrono profondamente? Noi no, ed ecco perché c’è un altro valore, un’altra norma nel campo dell’ espressione: la considerazione. La decenza. Il rispetto per la vita. Abbiamo leggi sui libelli che chiedono non solo “è vero?” ma “è rilevante?”, per smorzare la malignità per esempio nel “dibattito” politico. Escludiamo discorsi di odio, propaganda per la tortura, il genocidio, la guerra, la pornografia che coinvolga bambini. Alcuni si gustano discorsi pubblici sul sesso, altri no, ecco perché abbiamo limitazioni. Alcuni non in grado di discutere argomenti sensibili insultano invece: ecco perché vengono sovente – forse non abbastanza – richiamati all’ordine: resta in tema, dove c’è la sostanza del problema! Molti, incapaci di capire o argomentare con i convertiti all’Islam in Francia, oltrepassano invece le norme della decenza; la facile soluzione. Dovrei aggiungere: “per i deboli di mente”? No, ma dico sì: per gli sconsiderati.

L’Islam ha fatto rappresaglia oltrepassando a Parigi la sua stessa norma sul farlo con clemenza. Nessun musulmano può fare ritorsioni con l’uccisione spirituale dell’ebraismo e del cristianesimo, dato che credono che per entrambi si tratti di “messaggi incompleti”. Hanno ucciso corpi per rivalsa di uccisioni spirituali.

Incidentalmente, c’è qualcun altro che fa lo stesso: gli USA, molto attenti a parole critiche come indicative non solo di qualcuno anti-americano, ma addirittura una minaccia per l’America, da eliminarsi. Che la “libertà d’espressione” possa anche essere strumento per attirare, snidare all’aperto per rendere disponibili all’uccisione da parte di cecchini?

Come avrebbe dovuto trattare il tema il versante islamico? Nel modo tentato e in parte gestito in Danimarca: col dialogo. Avrebbero dovuto invitare i Charlie a dialoghi privati e pubblici, spiegando il loro lato del problema delle vignette, appellandosi a un comune nucleo d’umanità in tutti noi. Non c’è argomentazione contro lo humor e la satira come tali, ma c’è invece contro la violenza verbale che colpisce, offende, nuoce ad altri.

Il versante islamico dovrebbe anche controllare meglio il proprio ricorso all’auto-difesa con la violenza: legittima solo se dichiarata da un’autorità musulmana appropriata. Che l’Ocidente non lo faccia – basti guardare all’enormità della violenza scatenata contro l’Islam dal 1953 – non è una scusa perché l’Islam sprofondi ai livelli dei governi occidentali; utilizzando la democrazia come criterio di copertura per la guerra.

I due versanti hanno milioni, forse miliardi, di persone comuni che possono facilmente essere d’accordo che il problema chiave è la violenza di governi e altri soggetti estremisti. Il compito è far sì che tali voci arrivino in primo piano con idee concrete. Come il prossimo Charlie della fila che assuma un consulente musulmano per tracciare un confine fra libertà e sconsideratezza? Avrebbe potuto salvare molte vite, a Parigi e dove l’Occidente attua le sue rappresaglie.

12 gennaio 2015

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Paris–And Then?

https://www.transcend.org/tms/2015/01/paris-and-then/

Una replica a “Parigi – e poi? – Johan Galtung”

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