Ehi, Parigi: ve l’avevamo detto – Meron Rapoport

Israele spera che l’attacco di Parigi convincerà gli europei che entrambi condividono la stessa sorte. Si potrebbe sbagliare

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C’è un vecchio detto in ebraico: “Mal comune mezzo gaudio.” Oltre allo shock dovuto ai due mortali attacchi terroristici a Parigi, questa sensazione è stata decisamente predominante tra l’opinione pubblica e i media israeliani nelle ultime 72 ore. Noi israeliani abbiamo sofferto già abbastanza a causa del terrorismo islamico, ora è la volta dell’Europa di subirlo, sostiene questa linea di pensiero. Ora loro, gli europei, ci capiranno meglio.

Eitan Haber, un editorialista di punta di Yediot Ahronot, il giornale più popolare di Israele, ed ex consulente dei primi ministri Yitzhak Rabin e Ehud Barak, ha esposto questa equazione senza mezzi termini: “Ora ognuno chiederà agli altri cosa fare e non troverà risposta”, ha scritto giovedì dopo l’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo. “Ormai la risposta è chiara a tutti: o noi, europei, israeliani e tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la democrazia, o loro, i musulmani.”

Le parole di Haber riflettono la profonda ambivalenza in Israele nei confronti dell’Europa. Da una parte, a livello politico, l’Europa è vista in Israele con sospetto o persino con disgusto. Dall’altra c’è la smania di essere parte dell’Europa e del suo mondo civilizzato.

In contrasto con il principale e fedele alleato di Israele, gli USA, l’Europa è percepita come anti-israeliana perché non capisce le “difficoltà israeliane” nella lotta contro il terrorismo, preferendo uno sterile “discorso sui diritti umani” a proposito del diritto di Israele all’autodifesa.

I rapporti con la Francia sono stati persino più complessi. Dalla guerra di Suez del 1956, un’operazione congiunta franco- (e anglo-) israeliana per rovesciare il regime di Nasser in Egitto, fino alla guerra del 1967, la Francia è stata il più convinto alleato di Israele in Occidente, rifornendolo di armi e costruendo l’impianto nucleare di Dimona. Ma allora, nel tentativo di dissuadere Israele dall’iniziare una guerra nel giugno 1967, la Francia dichiarò un embargo degli armamenti contro Israele. Questa mossa venne interpretata in Israele come un imperdonabile tradimento.

La Francia è stata il primo paese a riconoscere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1975 ed ha ospitato un’ambasciata palestinese a Parigi in un momento in cui questa organizzazione era considerata in Israele come un gruppo puramente terroristico votato alla sua distruzione. Da allora la Francia ha notevolmente cambiato la sua politica verso il conflitto israelo-palestinese, ma l’impressione negativa è ancora impressa nella mentalità collettiva israeliana.

Il fatto che la Francia ospiti la più grande comunità ebraica dell’Europa occidentale, con 480.000 membri, rende le cose ancora più difficili. E’ vero che molti di loro sono pienamente integrati nella società francese, ma il ricordo del governo di Vichy, che collaborò con il regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale nella persecuzione degli ebrei, non è svanito.

Insieme – o piuttosto confuso -con la posizione politica francese verso Israele, non c’è da stupirsi che gli israeliani vedano la Francia piuttosto come un nemico.

Dall’inizio della seconda Intifada, nel 2000, le tensioni tra la comunità musulmana e quella ebraica in Francia sono aumentate. La comunità ebraica ha iniziato ad identificarsi sempre più con Israele, dove molti di loro hanno parenti stretti, mentre molti musulmani hanno mostrato solidarietà nei confronti dei loro fratelli palestinesi. Le notizie su attacchi contro ebrei e contro istituzioni ebraiche si sono intensificate e da molte parti sono stati attribuiti a membri della comunità musulmana.

Queste tensioni si riflettono nella crescente emigrazione di ebrei dalla Francia a Israele. Nel 2014 6.600 ebrei francesi hanno deciso di spostarsi in Israele, rispetto ai 1.900 del 2012. Anche prima dei sanguinosi eventi avvenuti a Parigi, la stampa israeliana era piena di storie orribili riguardo alla sorte degli ebrei in Francia, apparentemente sottoposti a continue minacce da parte dell’ “estremismo islamico.”

I discorsi islamofobici – così presenti nei programmi dei partiti di destra in Francia, Olanda, Svezia e in altre parti d’Europa – sono stati facilmente adottati in Israele, dove l’Islam è sempre stato dipinto come il maggior pericolo per l’esistenza dello Stato ebraico, o l’Iran, Hezbollah e Hamas, oppure ultimamente lo Stato Islamico (ISIS).

Tutto ciò ha portato gli israeliani a sviluppare un’immagine della Francia, e dell’Europa in generale, come un continente che è soggetto all’attacco dei musulmani, che sta per cadere nelle mani dei jihadisti. L’ultimo romanzo dello scrittore francese Michel Houellebecq, Soumission (Sottomissione), potrebbe anche essere stato scritto da uno scrittore israeliano: immagina un futuro in cui un partito islamico prende il potere in Francia.

Ma al contempo, con tutti i loro sospetti e le loro paure nei confronti di un’Europa apparentemente ostile, anti-semita e sempre più musulmana, gli israeliani preferiscono vedersi come parte di questo vecchio continente, come i veri paladini della civiltà occidentale in Medio Oriente. Quando Haber mette sullo stesso piano “gli israeliani, gli europei e tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la democrazia”, tocca un tasto profondo nell’opinione pubblica israeliana.

Non può essere negato che ci sia una parte di malcelata soddisfazione in Israele dopo gli attacchi di Parigi, un atteggiamento che si potrebbe riassumere con “noi ve l’avevamo detto”. L’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo – ancor più che l’attacco contro un supermercato kosher, che è stato visto come un atto di antisemitismo “classico” – è concepito da molti in Israele come la conferma di quello che loro, gli israeliani, “sanno” già dell’Europa, ma che gli stessi europei non sono riusciti a capire a causa del loro cocciuto impegno nei confronti di una società pluralista.

A livello politico, questa linea di pensiero porta molti dirigenti israeliani a credere di poter utilizzare questi episodi per creare una ritrovata fraternità tra Israele e l’Europa di fronte alla minaccia del terrorismo jihadista. Il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e il ministro della Difesa Moshe Yaalon sono stati pronti a offrire il loro aiuto per “sfidare il terrorismo islamico…che minaccia di diffondersi in tutta l’Europa e nel mondo libero.”

Ma Israele ha in mente molto più di una semplice lotta comune contro il terrorismo. Damiel Shek, ex ambasciatore israeliano in Francia, sostiene che un buon livello di cooperazione tra i servizi segreti israeliano e francese esiste già ed è destinato ad intensificarsi dopo i recenti attacchi. Ma non è ancora tutto. Israele spera che questo “destino comune” porterà la Francia, e l’Europa in generale, a prendere una posizione più favorevole e comprensiva nel conflitto israelo-palestinese e bloccherà, per esempio, la corsa europea al riconoscimento dello Stato palestinese.

L’ex ambasciatore Shek conosce bene queste argomentazioni. I funzionari israeliani, dice, hanno cercato di utilizzarle anche in precedenza. Il risultato, secondo Shek, non è stato molto positivo dal punto di vista israeliano. Questo discorso su Israele e l’Europa che sarebbero sulla stessa barca, avverte, potrebbe creare conseguenze negative. Invece di adottare la posizione israeliana, gli europei potrebbero prendere ancor di più le distanze da Israele per prevenire il fatto che il conflitto israelo-palestinese si ripercuota ancor di più in Europa.

“In Israele c’è una crescente immagine caricaturale dell’Islam in Europa, come se l’Europa stesse diventando musulmana, come se i musulmani stessero conquistando l’Europa,” afferma Shek. Ma in base alla sua esperienza, i dirigenti europei non sono molto contenti di sentire la loro controparte israeliana utilizzare questo linguaggio islamofobico. Rifiutano questo tipo di discorso e difendono l’Europa come una società pluralistica, aggiunge. In breve, Israele non sta suonando il tasto giusto.

E’ troppo presto per dire quale impatto possano avere gli attacchi contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato kosher a Parigi sulle politiche di Francia ed Europa. Dovrebbero sicuramente incentivare l’islamofobia e rendere molto più difficile la vita dei musulmani in Europa.

Ma non è così sicuro che creerà una nuova fratellanza tra l’Europa ed Israele come molti in Israele sperano. Potrebbe anche rendere l’Europa meno paziente nei confronti della prosecuzione del conflitto israelo-palestinese, visto come una delle principali ragioni dell’instabilità che si diffonde dal Medio Oriente fin nelle strade dell’Europa.

Meron Rapoport è un giornalista e scrittore israeliano, vincitore del premio internazionale di giornalismo Napoli per un’inchiesta sul furto di ulivi di proprietà di palestinesi. E’ ex-capo redattore di Haaretz ed ora è un giornalista indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo riguardano l’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Fonte – middleeasteyesabato 10 gennaio 2015

(traduzione di Amedeo Rossi)

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