Semplicissima riflessione sul tempo – Enrico Peyretti

Come mai guardiamo più al tempo passato che a quello che viene? Ovvio, perché quello lo conosciamo e questo no. Il futuro lo temiamo: ci sono tante incertezze, all’orizzonte c’è la nostra morte.

Forse abbiamo più rimpianti, invecchiando, che speranza. Però, così è un po’ come camminare voltati indietro.

Ogni fede, ogni fiducia nella realtà, negli altri, in se stessi, nelle possibilità umane, ogni fiducia anche faticosa, sempre da ristabilire, ogni volontà positiva, non rassegnata alla violenza e alla falsità, poggia più sull’avvenire (ad-venire = ciò che viene, che ha da venire) che sul passato.

Certo, ogni fede è memoria. Ma di più è speranza, carità impegnata, attesa.

Per chi si riferisce alla Bibbia, “Maràna-tha (= Vieni Signore! Il Signore viene!) sono le ultime parole dell’Apocalisse (vuol dire Rivelazione), l’ultimo libro della Bibbia. Tutto il messaggio biblico sembra culminare in questa promessa. Il racconto, il messaggio, è una promessa. La promessa abita nell’avvenire. È avvenire, una venuta.

Per i cristiani, Gesù di Nazareth è vita sempre nuova, noi siamo già risorti con Gesù. Ma ancora non ne vediamo tutto il frutto. Già, e non-ancora. Non-ancora, eppure già. Il tempo della memoria, e il tempo della speranza attiva, dell’avvenire.

Il passaggio da un anno all’altro è convenzionale, ma scandisce per noi le dimensioni del tempo. Noi siamo fatti di tempo, siamo impasto di carne, di spirito, di tempo. Non riduciamo il tempo a una sola dimensione.

e. p. – 31 dicembre 2014

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