Parole di terra. Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità – Recensione di Cinzia Picchioni

Pierre Rabhi, Parole di terra. Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità, pentàgora, Savona 2014, pp. 224, € 12,00

Ho imparato che, su cinque esseri umani, quello ricco prende dal paniere comune quattro frutti per il proprio piacere e per farne rifiuti, lasciando ai quattro poveri un unico frutto, p. 93.

Chi è Pierre Rabhi?

Pierre Rabhi (Kenadsa, Algeria,1949), contadino, scrittore e filosofo francese. Pioniere dell’agroecologia e della decrescita, esperto di prestigio internazionale contro la desertificazione. Fondatore del movimento Colibris. Molte altre interessanti informazioni da p. 215 a fine del libro. Rabhi – osserva Yehudi Munuhin in una nota in margine al libro – ci chiama a un atto di riconciliazione urgente, sia reale sia simbolica, tanto essenziale nella sostanza pratica quanto profondamente religiosa. La riconciliazione con la nostra madre terra è persino più urgente della riconciliazione tra gli uomini, poiché la nostra vita dipende dalla nostra terra. Nessuna vita sopravvive su di una terra morta. 

Copriocchi

Sapete che cosa sono i “copriocchi”? Gli occhiali da sole! Questo è lo stile del libro che presentiamo. Il nuovo, veritiero nome dell’accessorio tanto usato, amato e “glamour” del nostro tempo, è stato creato da Tyemorò, il protagonista “che ci presenta sotto forma di racconto la triste storia dell’arroganza umana”.

Trappola per parole

Sapete che cos’è? Il registratore! Avete mai sentito una definizione migliore? Mi viene in mente il detto “Verba volant, scripta manent”, ecco. Le parole – verba – non “volant” più, sono intrappolate. Così come gli occhi – specchio dell’anima – non si possono più vedere sotto i “copriocchi”, le parole non sono più libere. Ancora:

Asini metallici

Questa la so! Anche da noi si diceva “cavallo di ferro” per indicare la bicicletta. In questo caso chi racconta parla delle motociclette.

Braccialetti che misurano il tempo

E questa è facile, no? È ovvio che  si tratta degli orologi: “[…] tutti guardano il braccialetto che misura il tempo. A volte mentre lo guardano fanno dei salti come punti da un ragno velenoso e scappano correndo, dicendo che gli manca il tempo! Eppure il tamburo del loro cuore, il soffio nel loro petto li inviterebbe a stare in pace”, p. 68.

Bastone che uccide

E qui non ci divertiamo più: il “bastone che uccide” è, ovviamente, tristemente, l’arma, il fucile per esempio. “Sembra” un bastone – con l’impugnatura di legno – ma dall’altra parte esce la morte.

La polvere dei Bianchi

La cocaina? No. La polvere alzata dalle ruote dei “muli di metallo”? Nemmeno. Trattasi di concimi chimici, quelli proposti ai contadini locali per far crescere meglio il raccolto: “Un giorno arrivarono alcuni stranieri del nostro colore, appollaiati su muli di metallo […] e con i copriocchi. […] Uno di loro parlò: “Come vuole il grande capo, che domina su tutti i capi, tutti dobbiamo lavorare di più, e ingrandire i campi affinché i raccolti siano abbondanti. Perciò abbiamo ricevuto l’ordine dal grande capo di darvi la polvere dei Bianchi. La terra ama questa polvere, perché quando la si sparge i raccolti abbondano. Provatela […] e vedrete che non stiamo mentendo””, p. 51.

Di fronte a questo “dono” il vecchio saggio rispose che bisognava accoglierlo e che anzi, se la polvere raddoppiava il raccolto, allora tutti avrebbero potuto lavorare la metà degli appezzamenti. Ma naturalmente la logica dell’“accumulare” aveva già preso piede, e i giovani obiettarono che invece avrebbero dovuto coltivare di più, per avere più denaro. Il vecchio si chiuse allora nel silenzio, incapace di comprendere.

Bufali di metallo e cani rabbiosi

Dopo la “polvere dei Bianchi”, giunsero al villaggio i trattori – ribattezzati “bufali di metallo” – e “(…) altre strane, rumorose e maleodoranti creature. […] una sorta di cane rabbioso che ringhiava e mordeva ferocemente il piede dei nostri alberi mentre spargeva un po’ della loro carne. Dopo un lamento, gli alberi, anche i più grandi, abbandonavano il cielo per sempre e si coricavano per morire”, pp. 55-6.

Abbiamo capito? Il libro è tutto così: mentre crediamo di stare leggendo un racconto, una sorta di fiaba, nelle parole di Tyemorò, ogni tanto ci colpisce in faccia la consapevolezza che siamo noi, noi di questa parte di mondo, che facciamo – che abbiamo fatto, che faremo – le cose che stiamo leggendo. In effetti il libro è questo: “Un antropologo ritorna in Africa, dove ha completato i suoi studi e dove ritrova il vecchio Tyemorò e il piccolo Ninù che gli raccontano cosa è successo nel villaggio dopo l’introduzione delle sementi e dei metodi dell’agricoltura industrializzata. “Attraverso Tyemorò, il protagonista, si esprimono la sofferenza e l’abbandono dei quali sono vittime i popoli nativi del sud del Mondo, sottomessi a una logica disastrosa fondata sullo sfruttamento intensivo della terra”.

Il titolo del libro – Parole di terra – viene dal fatto, come scrive l’autore – che Temorò usava “La parola modellata come fosse argilla, senza asperità né scorie”, p. 206. Ma, secondo me, le parole sono “di terra” poiché leggendo si “sente” il sapore, si “sente” l’odore della terra (non dell’asfalto-catrame-petrolio come nelle nostre città); le parole sono “di terra” anche così come si dice “parola di uomo d’onore” (forse si diceva…): “parole di terra” come parole della terra, che ci parla e sembra dire “parola mia, mi state facendo questo, con le vostre scelte scellerate”; ma anche – secondo me – “parole di Terra” con la maiuscola, Terra come pianeta. Quindi parole naturali (che provengono dalla Natura), parole veritiere (in India si mette la mano destra sulla terra per testimoniare che si sta dicendo il vero), parole che riguardano tutti e tutto – la Terra. In effetti, nel risguardo di copertina leggiamo che “Il libro parla di una “iniziazione africana” ma il suo messaggio di valore universale apre gli occhi e risveglia le coscienze sull’inscindibile legame che ci unisce al destino del mondo”.

Libellule di metallo

Quando il protagonista visita le case dei “grandi villaggi” (le città), scopre che “Nelle loro case, deserte di giorno, ci sono molte cose strane: scatole in cui il freddo è prigioniero, scatole in cui si vede gente muoversi, parlare, litigare o accoppiarsi. Libellule di metallo fanno aria […]. Poi, quando la notte ricopre il mondo, la cacciano di casa con torce senza fiamma né fumo”, p. 68. Con lo stesso stupore visiterà gli allevamenti intensivi di animali, dove “Le loro feci erano come montagne”, p. 91 e a causa delle pessime condizioni degli animali “[…]gli esseri umani […] si nutrono di sofferenza”, pp. 192-3.

La bandiera che cammina da sola

Non manca un accenno all’assurdità del “militare”, delle strane cadenze nelle marce, delle uniformi, dei gesti tutti uguali: “Un uomo soffiava in un flauto lucente e sonoro e un altro tirava una corda ai piedi del grande palo. Un tessuto colorato ha iniziato a inerpicarsi sul palo. Era per devozione alla tela colorata che si comportavano in modo tanto strano. Ho chiesto se fosse la reliquia di un antenato. Ma […] la domanda li faceva ridere”, p. 69.

Questa l’abbiamo già sentita

Sotto forma di racconto leggiamo del disastro delle sementi sterili, causa di tanti suicidi in India; dei veleni sulle piante che però danneggiano anche gli animali (umani e non umani); dell’uccisione di elefanti per prendere le zanne d’avorio, nelle parole di Sanisì, che tornando al villaggio dopo aver visto la carneficina “[…] non capiva perché questi animali, compagni del nostro destino, dovessero servire a guadagnare dei cauri [soldi], mentre sono necessari al nostro nutrimento e camminano con noi sulla strada della vita”, pp. 58-9. Dopo queste pagine possiamo continuare a leggere la bellissima testimonianza di Sanisì, che ci porta con sé nella sua idea di caccia, e ci sembrerà di sentire la canzone di Angelo Branduardi – Il dono del cervo – in cui i peli diventano pennelli, il fegato dà la forza, le orecchie servono da tazza… e invece “[…] i Bianchi uccidono per puro divertimento. Hanno dei bastoni che portano il fulmine molto lontano e l’animale riceve una morte senza volto”. Riceve una morte senza volto.

I contributi

“Molta gente considerata generosa è venuta da tutti gli angoli del mondo per aiutarci. Sapevamo ormai che la  buona parte della loro prosperità era formata dai beni di cui ci avevano spogliato. È così che i padri e le madri appiccano il fuoco e poi i figli e le figlie pretendono di volerlo spegnere”, p. 75. Serve altro per capire di che cosa si sta parlando?

Pet Therapy?

[…] ma io so che ogni giorno i sacchi della pattumiera fuori dalle case dei ricchi contengono cibo sufficiente per molte persone. So che il cibo dato ai cani e ai gatti dei ricchi potrebbe nutrire una moltitudine di figli della miseria”, p. 100. È invece il lombrico ad avere un posto d’onore; non perdetevene la bellissima descrizione, a pp. 131-2 e di conseguenza l’omaggio al compost, a p. 163 e infine l’intero capitolo sul “pacciamare”, da p. 177, col titolo L’iniziatore iniziato.

Inglese?

“Essere specialista di una lingua non assicura una conoscenza universale. Da cittadino con le radici nel bitume, ignoro molte cose della terra”, p. 140. Con le radici nel bitume! Però sappiamo “loggare” (?), “chattare”, siamo su “facebook”, viviamo “online”… anche in questo momento! Come facciamo?

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