Antica come le colline (V) – Nanni Salio

Pubblichiamo a puntate la prefazione scritta da Nanni Salio al volume di Michael Nagler, Manuale pratico della nonviolenza. Una guida all’azione concreta, pubblicato nel novembre del 2014 dalle Edizioni Gruppo Abele. Il libro è acquistabile in libreria oppure on-line qui.

Parte V – La grande crisi sistemica: una sfida per i movimenti nonviolenti

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Ci avevano avvertito, ma non li abbiamo ascoltati! Un secolo fa, Gandhi lanciò l’allarme, con grande preveggenza e chiarezza:
“Questa civiltà è tale che con un po’ di pazienza si distruggerà da sola.” (14) E a proposito della sua India disse:
“Dio non voglia che l’India debba mai adottare l’industrialismo secondo il modello occidentale. L’imperialismo economico di un solo piccolo stato insulare (la Gran Bretagna) tiene oggi il mondo in catene. Se un’intera nazione di trecento milioni di abitanti si mettesse sulla strada di un simile sfruttamento economico, essa denuderebbe il mondo al modo delle locuste”. (15)
E quarant’anni fa fu il Club di Roma a lanciare nuovamente l’allarme, che questa volta era basato su un modello di analisi quantitativa, prodotto da un autorevole gruppo di scienziati e dirigenti industriali. Nel 1972 pubblicarono I limiti della crescita, che fu tradotto impropriamente con il titolo “I limiti dello sviluppo”. Nell’immediato, il libro ebbe un effetto dirompente, ma negli anni successivi fu criticato e denigrato suscitando varie controversie sia sull’interpretazione sia sul valore delle previsioni e degli scenari. L’operazione di denigrazione e rimozione venne condotta in grande stile da centri di potere economico e non solo. Il risultato si è tradotto in un ritardo di quarant’anni nell’affrontare per tempo le conseguenze della crisi sistemica.
Sebbene l’attenzione prevalente del sistema mediatico sia focalizzata sulla dimensione economico/finanziaria (debito delle banche e degli stati), la crisi è in realtà di tipo sistemico, con quattro principali dimensioni tra loro fortemente interconnesse: crisi di sostenibilità economico/finanziaria; crisi di sostenibilità energetica/climatica/ecologica; crisi di sostenibilità alimentare; crisi di sostenibilità sociale/esistenziale/etica/culturale.
Come si vede, si tratta di una crisi complessa, a molte variabili e le tentazioni di semplificazioni sono forti. Non stupisce che ci siano molteplici interpretazioni e controversie. Questa crisi mette in evidenza la situazione di ignoranza che caratterizza la condizione umana e la necessità di elaborare un pensiero consapevole della possibilità di sbagliare e della necessità di imparare dai nostri errori.
E’ questo un tema che da tempo è oggetto di importanti riflessioni da parte di scienziati e tecnologi. La tecnoscienza è infatti diventata una delle fonti principali di controversie e di conflitti (16), oltre che la più potente forza di cambiamento sociale (17). Si osserva che su problemi sufficientemente complessi, scienziati, tecnici ed esperti sono sempre in disaccordo tra loro e le controversie scientifiche si trasformano in conflitti sociali quando si passa dal campo della ricerca a quello dell’applicazione, che coinvolge la cittadinanza nel processo decisionale.
Pur essendo sempre esistiti, a partire dagli anni 1970 i conflitti ambientali e sociali sono diventati particolarmente frequenti sia nei paesi ricchi, ad alta industrializzazione, sia in quelli poveri, ancora prevalentemente agricoli (18). Nel primo caso, può succedere che i conflitti degenerino in episodi di violenza su scala locale, solitamente di intensità relativamente contenuta. Nel secondo, essi si trasformano sovente in veri e propri conflitti armati o addirittura in guerre, tanto che si parla correntemente di “guerre per l’acqua” (19), “guerre per il petrolio”, “guerre per le risorse” (20).
Questa tipologia di conflitti è diventata oggetto di studi specifici che hanno prodotto una letteratura vasta e complessa, animata da controversie teoriche tra diverse scuole di pensiero che interpretano in modo differente sia le dinamiche causali sia le modalità di gestione, trasformazione, intervento e mediazione dei conflitti stessi.
Tobias Hagmann, ricercatore presso l’istituto Swisspeace di Berna, mette in evidenza i limiti del concetto di “conflitti indotti dall’ambiente” perché in realtà non esisterebbe un “paradigma causale”, ovvero un nesso causale forte, deterministico tra ambiente e violenza intergruppi (21) . Come già aveva osservato nei suoi studi pionieristici Ivan Illich, la scarsità o l’abbondanza di risorse è una relazione tra i gruppi sociali e il loro ecosistema definita da processi sociali. Questa relazione può essere manipolata mediante le politiche imprenditoriali e l’influenza esercitata dalle classi dominanti per conseguire fini politici, che spesso sono legati alla appropriazione illegittima delle risorse. Hagmann osserva che “i conflitti ambientali si collocano per definizione nell’interfaccia tra le sfere della natura e del sociale” (22) e propone quindi di parlare più correttamente di “conflitti sull’uso delle risorse naturali”. Non è tanto la scarsità o il degrado ambientale che predispongono al conflitto violento, quanto l’uso delle risorse che si iscrive in una dinamica di relazioni che possono essere cooperative o conflittuali.
L’approccio nonviolento alla crisi sistemica può essere presentato in modo molto sintetico con la seguente tesi gandhiana che si basa sugli esperimenti di economia nonviolenta condotti da Gandhi con il suo “programma costruttivo”. Questa tesi ha il pregio di essere formulata in termini estremamente chiari, semplici e incisivi, secondo lo stile con cui egli si rivolgeva alle persone più povere e illetterate, contrariamente a quanto avviene oggi, nella voluta confusione mediatica che mantiene nell’ignoranza gran parte della gente. La concezione di Gandhi si basa su un’etica opposta a quella del neoliberismo e la si può riassumere in due aforismi fondamentali, che è stato proposto di chiamare i “mantra della nonviolenza” (23):

«il nostro pianeta ha risorse sufficienti per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti, ma non l’avidità di alcuni»
«vivere semplicemente, per permettere agli altri semplicemente di vivere»

Note:

14 Mahatma Gandhi, Vi spiego i mali della civiltà moderna. Hind Swaraj, Gandhi Edizioni, Pisa 2009, p. 53.

15 Giuliano Pontara, L’antibarbarie, EGA, Torino 2006, p. 300

16 Daniel Sarewitz: “How science makes environmental controversies worse”, www.cspo.org/ourlibrary/documents/environ_controv.pdf

17 E’ la tesi, sostenuta da tempo in molti suoi scritti e non soltanto da lui, di Emanuele Severino. Si veda: Téchne. Le radici della violenza, Rizzoli, Milano 2010.

18 Si veda: Joan Martin Alier, Ecologia dei poveri, Jaca Book, Milano 2009. In rete è disponibile l’interessante Introduzione, con il titolo: L’ambientalismo dei poveri. Conflitti ambientali e linguaggi di valutazione, www.ecologiapolitica.it/web2/200401/articoli/Alier.pdf

19 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2003.

20 Ugo Bardi, La fine del petrolio, Editori Riuniti, Roma 2003; Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio, Editori Riuniti, Roma 2004; Michael Klare, Blood and Oil, Metropolitan Books 2004) e più in generale “guerre per le risorse” (Michael Klare, Resource Wars, Owl Books 2002; dello stesso autore: “Is Energo-Fascism in Your Future? The Global Energy Race and Its Consequences” (Part 1), www.truthout.org_2006/011507H.shtml ;“Petro-Power and the Nuclear Renaissance: Two Faces of an Emerging Energo-Fascism” (Part 2), www.truthout.org/docs_2006/printer_o11707G.shtml dei quali esiste una traduzione parziale con il titolo “Potere nero”, in Internazionale, n. 679, 9/15 febbraio 2007, pp.22-27.

21 Tobias Hagmann, Confronting the Concept of Environmentally Induced Conflict, www.peacestudiesjournal.org.uk/docs/Environmental%20conflict%20final%20version%20edited.pdf

22 ibid, p. 17

23 Gandhi’s mantra only solution for global financial meltdown: Ex-envoy
www.deccanherald.com

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