Per quanto Israele si vada spostando verso destra, Abbas mantiene la sua rotta – Amira Hass

La strategia gradualista del leader palestinese, che soffoca la protesta nonviolenta contro l’occupazione, si adegua incessantemente alla radicalizzazione di Israele.

Il crescente estremismo in Israele e l’ipotesi che il prossimo governo sarà ancor più di destra rispetto a quello attuale, non sembrano modificare le posizioni e le scelte tattiche della leadership palestinese. E non sembra nemmeno che la previsione prevalente di una linea più dura verso i palestinesi da parte del governo occupante spingerà la leadership di Ramallah a cambiare le regole sviluppate nel corso di 21 anni di processo di Oslo.

Da quando Yigal Amir uccise Yitzhak Rabin nel 1995, la leadership palestinese ha mantenuto una distinzione tra il governo israeliano e la popolazione, credendo che gli israeliani volessero la pace.

Adesso deve riconoscere che la maggior parte degli ebrei israeliani ha tendenze di destra o di estrema destra. Questo rappresenta un drammatico cambiamento nella posizione degli alti livelli.

Il Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, Riyad al-Maliki, ha pronosticato che i cambiamenti in atto in Israele avrebbero portato altri stati o parlamenti a riconoscere lo stato di Palestina. In un’intervista di questa settimana al quotidiano ufficiale Al Ayyam, Maliki ha detto che la leadership palestinese proseguirà negli sforzi affinché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisca dei tempi certi per la fine dell’occupazione.

Anche il funzionario palestinese Saeb Erekat, partecipando ad un dibattito organizzato da Masarat – il Centro palestinese per la Ricerca Politica e gli Studi Strategici di Ramallah – ha parlato del percorso diplomatico delle Nazioni Unite. Esso include la possibilità di sottoporre al voto delle Nazioni Unite il problema dell’occupazione, e di portare i circa 200 stati che hanno firmato la Convenzione di Ginevra a farsi carico della questione palestinese.

Ha detto che funzionari palestinesi erano impegnati in colloqui con la Francia in merito alla promozione di quest’ultima iniziativa, per fissare dei principi per la fine dell’occupazione e concludere i negoziati sulla pace entro due anni.

Secondo il rapporto di Masarat, i partecipanti hanno rilevato una contraddizione tra il fissare un percorso per la conclusione dei negoziati ed il fissare un percorso all’interno delle Nazioni Unite per porre fine all’occupazione. Effettivamente i due alti funzionari hanno parlato di percorsi contraddittori. I palestinesi considerano i negoziati un sinonimo del mantenimento dello status quo, in cui si rimandano le decisioni e si rinuncia ad una vera pressione internazionale su Israele.

D’altra parte, il percorso diplomatico – “stabilire un calendario per la fine dell’occupazione” – così come viene messo in pratica dalla leadership palestinese, esclude altri modi per opporsi all’occupazione, che vincolerebbero leadership e popolazione.

La politica condotta dal Presidente della Autorità Palestinese Mahmoud Abbas si focalizza su alcuni punti fondamentali. Vi si comprende la gestione dell’Autorità Palestinese e delle sue istituzioni come “Stato in formazione”; la dipendenza dall’assistenza internazionale – soprattutto occidentale – e la fiducia nell’appoggio degli Stati Uniti per la creazione di uno Stato palestinese; un governo autoritario che limita la possibilità di critica; l’opposizione ad ogni tipo di escalation militare ed all’uso delle armi contro l’occupazione; il sostegno formale alla lotta popolare disarmata mentre in realtà le si pongono restrizioni, ed infine la promozione di una strategia diplomatica a livello delle Nazioni Unite e del mondo.

Questi punti fondamentali fanno il paio con la dislocazione dei palestinesi nelle enclaves (area A e B in Cisgiordania e Gaza) ed avallano la rinuncia de facto a Gerusalemme est e all’area C (che comprende le colonie). Nel loro insieme, queste impostazioni di base conducono ad un forte grado di adeguamento – sia della leadership ufficiale che della popolazione – a qualunque livello di radicalizzazione a destra di Israele.

La popolazione palestinese è scettica riguardo agli obbiettivi e alle intenzioni della propria leadership. La questione che sempre aleggia nell’aria è se la strategia diplomatica di Abbas sia finalizzata a porre termine all’occupazione, oppure a prolungare la vita dell’Autorità Palestinese ed a giustificare la sua esistenza, con tutti i vantaggi che ne derivano per le classi dirigenti.

Le stesse questioni si ponevano relativamente all’adesione della leadership ai negoziati con Israele, assai protratta nel tempo, anche dopo essere giunti alla conclusione che Israele stava usando i colloqui non per raggiungere un accordo, bensì per espandere le annessioni ed impedire la creazione di uno Stato palestinese.

Riporre le speranze nella diplomazia e nelle Nazioni Unite.

Sicuramente la leadership palestinese ripone le speranze nella diplomazia e nelle Nazioni Unite. Si sforza di far uscire la “causa palestinese” (o meglio, il problema dell’occupazione ed oppressione israeliana) dal processo bilaterale israelo-palestinese e ricondurla in ambito internazionale. Perciò ogni voto formale di riconoscimento della sua condizione di Stato viene presentato come un grande successo palestinese.

La leadership è convinta che il processo diplomatico stia avanzando e conduca la Palestina a diventare uno Stato. Al tempo stesso, la strategia diplomatica si sostituisce alla ribellione civile disarmata nei territori occupati.

Portare avanti una strategia diplomatica mentre si mantiene l’ambiguità riguardo alla ripresa dei negoziati con Israele impedisce all’Autorità palestinese di ricevere l’assistenza internazionale, seppur ridotta. L’assistenza riequilibra ed allevia il disastro economico ed umanitario provocato dall’occupazione, dalle draconiane restrizioni alla libertà di movimento tra Cisgiordania e Gaza e dall’utilizzo del territorio palestinese e delle risorse naturali.

L’assistenza finanziaria limita ed alleggerisce l’impatto della povertà e della disoccupazione. Inoltre il denaro permette agli stati occidentali di fare minacce verbali ad Israele, evitando di imporgli realmente delle sanzioni.

I finanziamenti internazionali mantengono le classi medie palestinesi ed il settore pubblico, che sono direttamente ed indirettamente legate all’Autorità Palestinese. Al pari della leadership ufficiale, questi gruppi sanno molto bene che la ribellione civile porrebbe fine al loro stile di vita, che comprende libertà di muoversi in Cisgiordania e di viaggiare all’estero, attività di svago, possibilità di studio, relazioni sociali e politiche, determinate attività imprenditoriali, ed altro ancora.

Questo livello di vita si basa sugli elementari diritti umani. Ma, dato che l’Autorità Palestinese è di fatto un protettorato che dipende da Israele, quest’ultimo tiene in ostaggio quello stile di vita, trattando quei diritti umani come “concessioni” che dipendono, come avviene in prigione, dal buon comportamento dei prigionieri.

Qualunque cambiamento che i palestinesi facessero agli insoluti accordi di Oslo per significare la propria opposizione all’occupazione provocherebbe l’immediata ritorsione di Israele nei confronti dei leaders palestinesi e del normale stile di vita della classe media, che è la spina dorsale dell’Autorità. Questi cambiamenti da parte dell’Autorità Palestinese possono comprendere la fine del coordinamento sulle questioni di sicurezza con l’esercito israeliano e lo Shin Bet (servizi segreti interni, ndt.), la possibilità di costruire in area C, di scavare pozzi per l’acqua nelle aree occidentali della Cisgiordania, o organizzare processioni verso Gerusalemme guidate dagli anziani palestinesi.

Quindi le dichiarazioni della leadership dell’Autorità Palestinese circa la continuazione del processo diplomatico nelle Nazioni Unite dovrebbero essere considerate tenendo conto di una vendetta collettiva da parte di Israele e della prospettiva di un collasso dell’Autorità Palestinese. Il processo diplomatico delle Nazioni Unite indica che anche quando una forza di estrema destra si imponesse in Israele, la leadership palestinese continuerebbe ad adeguarsi alla realtà creata dal processo di Oslo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

Haaretz, 5 dicembre 2014

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