La battaglia per Gerusalemme – David Hearst

La battaglia potrebbe essere l’ultima lotta palestinese prima che gli ebrei israeliani si impadroniscano di Gerusalemme est, oppure la prima di uno scontro più ampio.
Essere un palestinese residente a Gerusalemme vuol dire soffrire di una condizione particolare di apolidia. Non sono né cittadini di Israele né della Palestina. Non possono votare. Non hanno un passaporto ufficiale e non possono attraversare liberamente le frontiere.

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Hanno il diritto di residenza a Gerusalemme, ma è una lotta quotidiana per ottenerlo. Sottoposti alla politica “del centro delle attività vitali” del ministero degli Interni di Israele, devono continuamente confutarne un rifiuto, [dimostrando] che la loro vita familiare non è altrove. Ciò significa raccogliere permanentemente ricevute, come prescrizioni mediche e iscrizioni scolastiche, per provare che vivono a Gerusalemme. Gli ispettori arrivano al punto di contare i vestiti negli armadi o il cibo nel frigorifero, come prova del numero dichiarato di bambini che vivono in casa.
Ottenere la cittadinanza di un qualsiasi altro paese o passare troppo tempo altrove sono due ragioni per la revoca dello status di residente, che non può essere trasmesso ai figli. Non possono costruire sulla propria casa, e se lo fanno devono pagare per la demolizione di quello che hanno costruito, o buttarlo giù loro stessi. Questa è la comunità dalla quale provengono i due uomini che martedì hanno sparato e preso a coltellate i fedeli che pregavano la mattina presto in una sinagoga di Gerusalemme ovest.
C’è un altro elemento peculiare di questo attacco contro un bersaglio religioso ebraico. Ghassan Abu Jamal, di 23 anni, e Odai Abu Jamal, di 30, non erano membri di un gruppo religioso palestinese. Erano del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, – una organizzazione laica, rivoluzionaria e di sinistra, fondata da George Habbash, un cristiano palestinese, responsabile di una serie di dirottamenti aerei negli anni ’60.
Questo ci porta al terzo elemento nuovo di questo attacco: l’FPLP non ha, in base alle prove che si hanno, ordinato o pianificato questo attacco. Una dichiarazione postata sulla pagina Facebook del gruppo ha appoggiato l’attacco ed identificato gli attaccanti come membri dell’FPLP, ma un comunicato stampa mandato via mail per conto dell’organizzazione ha omesso [di citare] l’affiliazione dei due uomini con il gruppo. Il FPLP di Gaza voleva rivendicare la responsabilità dell’attacco, quello della Cisgiordania no. Si tratta della stessa cosa successa con il rapimento e l’uccisione di tre giovani coloni da parte di membri di Hamas, di cui lo stesso Hamas non sapeva niente.
Ofer Zalzberg, esperto di Medio Oriente dell’International Crisis Group (ICG) [una delle principali organizzazioni non governative che si occupa di prevenzioni di conflitti. Ha sede a Bruxelles e può vantare nel suo organico numerosi politici, diplomatici e professori provenienti in particolare dagli Usa e dagli altri membri della Nato. N.d.Tr.] ha perfettamente illustrato quello che è successo in questo caso: “Non c’è nessun leader che possa ottenere ciò che rappresenta i bisogni e le richieste degli abitanti di Gerusalemme Est o dei palestinesi in generale. Per i palestinesi, Abbas sembra che non faccia niente, le azioni della Giordania sono limitate, mentre neppure la maggior parte del mondo arabo o islamico sembra mobilitarsi,” afferma Zalzberg. ” Nessuno sta facendo qualcosa contro le minacce percepite dai palestinesi di Gerusalemme est e quindi, in assenza di leader, reagiscono i singoli,” aggiunge.
Mentre Benjamin Netanyahu sostiene che gli incitamenti di Mahmoud Abbas sono responsabili dell’attacco alla sinagoga, una giovane donna di Ramallah ha messo in rete un video che biasima il presidente palestinese per averlo condannato. Kristina Yousef dice:
“Signor presidente! Dov’era lei un mese fa? Dov’era quando il ragazzino Turin è stato ammazzato? Dov’era lei ieri, quando Yousef al-Ramouni [un autista palestinese trovato impiccato nel suo autobus. Secondo la polizia israeliana si è trattato di un suicidio, secondo i palestinesi è stato ucciso da coloni israeliani. N.d.Tr.] è stato impiccato mentre stava lavorando? Ha visto il video di sua moglie che piangeva e gridava? Lei dov’è? Legge le notizie? Lei dov’è?”
“Noi non siamo in guerra. Siamo in mezzo ad un massacro. Abbiamo perso ogni speranza. Questi sono gli unici che ci fanno tenere la testa alta e invece lei se ne viene fuori a condannarli?
“Dove sono le violazioni di Al-Aqsa [la principale moschea di Gerusalemme]? Eccole. Mancano solo pochi anni perché scompaia. La stanno demolendo. Le stanno scavando sotto [si riferisce ad un tunnel scavato dagli israeliani sotto la collina su cui si trova la moschea. N.d.Tr.]. Ogni giorno, le donne sono colpite ad Al-Aqsa. Perché non lo denuncia? Se lei non ci vuole sostenere, allora si faccia da parte. Mi creda, possiamo fare il lavoro senza di lei. Possiamo difendere il nostro paese; non abbiamo bisogno di lei.”
Che piaccia o no, si tratta di un’autentica voce palestinese. Il suo video è diventato virale. La questione, allora, non è il grado di condanna o di dissociazione di Abbas dai palestinesi che mettono in atto questi attacchi. A questo proposito, il capo dello Shin Bet [servizi segreti israeliani] Yoram Cohen ha nettamente smentito il suo primo ministro. Il problema è fino a che punto Abbas, l’Autorità Nazionale Palestinese e praticamente tutte le fazioni palestinesi hanno perso il controllo degli eventi che si stanno verificando sul terreno. I palestinesi di Gerusalemme est non solo sono senza Stato, ma anche senza leader.
La voce di Youssef non è sorprendente, è il prodotto di una generazione che è cresciuta sotto una politica che è stata praticata in modo consistente ed appoggiata a livello internazionale. Si tratta della soppressione di ogni opposizione politica in Cisgiordania, isolando Gerusalemme, per permettere ad Abbas di parlare. La voce di Abbas arriva a costo di far tacere tutte le altre.
La politica è stata minata in due modi. Israele nel suo complesso ha smesso di ascoltare Abbas. E il presidente palestinese ha smesso di essere ascoltato dagli stessi palestinesi.
La linea rossa in questa lotta è Al Aqsa in particolare e Gerusalemme in generale. Non ci sono dubbi nelle menti dei palestinesi di Gerusalemme est sul fatto che Israele abbia ormai passato questa linea. Attaccare luoghi di culto è purtroppo diventato usuale. Dal giugno 2011, 10 moschee in Israele e in Cisgiordania sono state bruciate da presunti estremisti di destra ebrei. Nessuno è stato incriminato. Oltre 63 moschee sono state distrutte e 153 parzialmente danneggiate nell’attacco israeliano a Gaza.
Fin dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967, c’erano ebrei che aspiravano a eliminare la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia e sostituirle con il Terzo Tempio. C’è sempre stato un attivo commercio di foto della città santa con al-Aqsa e la Cupola della Roccia cancellate con il fotoshop. Ma questa sorta di compimento di un auspicio era rimasto ai margini del discorso politico israeliano. Ora ci è entrato in pieno.
I movimenti per la ricostruzione del Terzo Tempio hanno guadagnato terreno e il veto religioso contro il fatto di andare a pregare sul Monte del Tempio è svanito. Trent’anni fa Yehuda Etzion, uno dei leader del movimento, fu condannato per aver progettato la distruzione della Cupola della Roccia. Ora gode dell’appoggio della destra. “Il Tempio sarà costruito a spese delle moschee, non c’è dubbio in proposito,” sostiene Etzion.
A poche centinaia di metri da al-Aqsa, il sovrappopolato e povero quartiere palestinese di Silwan è ai primi stadi dell’ebraicizzazione. Ora viene indicato come “La Città di Davide”. Poco dopo che i coloni si sono impadroniti di altre 23 abitazioni a Silwan alla fine di settembre e ne sono seguiti violenti scontri, è apparso un messaggio pubblicitario che si congratulava con i coloni per la loro impresa sionista.”Il rafforzamento della presenza ebraica a Gerusalemme è una nostra sfida comune ” affermava l’annuncio. “Con la vostra conquista dell’insediamento ci avete riempito di orgoglio.”
Chi ha firmato questo annuncio? Il premio Nobel Eli Wiesel, Shlomo Aharonishky, ex capo della polizia israeliana, e il generale in congedo Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence dell’esercito israeliano e possibile candidato alla dirigenza del Partito Laburista. Come ha notato il collaboratore di Middle East Eye Meron Rapoport: “In breve, non si tratta di un pugno di pazzi di destra, ma il fior fiore dell’establishment di Israele.”
I coloni della “Città di Davide” sono solo la parte visibile di una più vasta attività di spossessamento. Dichiarare l’area un luogo del Patrimonio Nazionale Ebraico, nonostante il fatto che non sia stata trovata nessuna prova attendibile che metta in rapporto il re Davide con le pietre scoperte durante gli scavi, ha legittimato le azioni dei coloni.
L’occupazione di Silwan non è un’attività marginale. Il ministro dell’Edilizia israeliano Uri Ariel, che proviene dal partito “La Casa Ebraica” [il partito dei coloni. N.d.Tr.], è interessato ad affittare lì un appartamento.
Sami Abu Atrash, un collega di Yusef al-Ramouni, trovato impiccato ad una sbarra di ferro nell’autobus che guidava, martedì ha riassunto l’atmosfera a Gerusalemme est. Ha detto a Middle East Eye: “Sono contro di noi. Vogliono che nessun palestinese viva su questa terra. Vogliono trasferire tutta la gente…Noi lavoriamo per gli ebrei, e li aiutiamo, tutto il tempo, giorno e notte. Ma gli israeliani – e non solo i coloni, è il governo – li spingono ad ucciderci, e a distruggere le nostre case. Questo è il sistema del governo contro il popolo palestinese.”
Quello che sta succedendo a Gerusalemme est ha obbligato persino il più filo-occidentale e accondiscendente dei leader arabi, il re Abdallah di Giordania, a ritirare il proprio ambasciatore. Il re si sta comportando in modo pragmatico. E’ al corrente della presenza di sostenitori dello Stato Islamico in Giordania, per non parlare della maggioranza palestinese del regno hascemita. Abdullah sa che niente può unire gli arabi altrettanto rapidamente come Gerusalemme.
Il che ci porta all’ultima e forse più significativa differenza tra questa sollevazione palestinese, se di questo si tratta, e le due precedenti. Se si dovesse materializzare, sarà combattuta dai palestinesi dentro i muri che Israele gli ha costruito attorno, dai palestinesi di Gerusalemme est e da quelli del 1948, che sono cittadini israeliani. A differenza delle due Intifada precedenti, questo conflitto non rimarrà circoscritto dentro confini certi, come quelli garantiti da Stati forti, sia amici che ostili. L’Egitto di Mubarak è scomparso, e una rivolta jihadista molto estesa sta lottando per il controllo della penisola del Sinai. Le forze di Bashar Assad non controllano più i confini settentrionali di Israele sulle Alture del Golan. Trasformare Gerusalemme in una zona di battaglia, nelle circostanze caotiche in cui si trova il mondo arabo, dove quattro Stati sono falliti, vuol dire invitare ogni combattente arabo a parteciparvi.
E Gerusalemme diventerà sicuramente una zona di scontro se il ministro degli Interni riduce il controllo sulle licenze di porto d’armi per i cittadini ebrei, Gerusalemme est verrà bloccata da posti di blocco e da pattuglie di polizia, o se la risposta del governo è l’annuncio di 78 nuove colonie.
Per cui per una volta Netanyahu ha ragione. E’ una battaglia per Gerusalemme. Sarà l’ultima combattuta dai palestinesi prima che gli ebrei israeliani se ne impadroniscano, o la prima di una lotta più vasta – nella quale Gerusalemme fungerà da magnete per i militanti di qualunque parte – sunniti o sciiti, laici o islamisti, apostati, jihadisti o nazionalisti. Netanyahu ha scelto l’unico campo di battaglia in grado di attirarli tutti.
David Hearst è redattore capo di Middle East Eye. E’ stato capo redattore degli Esteri per “The Guardian”, ex condirettore degli esteri, direttore capo dell’Europa, direttore dell’Ufficio a Mosca, corrispondente per l’Europa e per l’Irlanda. E’ passato al “Guardian” dal giornale “The Scottman”, dove era corrispondente per l’educazione.
Il parere espresso in questo articolo è esclusiva responsabilità dell’autore e non riflette necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Mercoledì 19 Novembre 2014
Middle East Eye
(Traduzione di Amedeo Rossi)

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