Conflitti dimenticati | Repubblica Centrafricana: un disastro umanitario – Salvatore Loddo

Nel cuore dell’Africa Centrale si trova un paese di cui si sa poco e si sente parlare ancora meno. Senonché dalla fine del 2013 ha guadagnato dignità mediatica per essere finito sotto la stretta sorveglianza dei maggiori attori della comunità internazionale. Si tratta della Repubblica Centrafricana (RCA), un paese con una superficie due volte quella dell’Italia, delimitato da Ciad, Cameron, Sudan, Congo-Brazzaville e Repubblica democratica del Congo, estremamente sottosviluppato (posizionato al 185 posto su 187 paesi secondo l’Indice Onu per lo sviluppo umano 2014) e disperatamente povero (con un reddito pro-capite annuo di 50 dollari Usa), con una popolazione giovanissima, per metà sotto la soglia dei 15 anni, ma con un’aspettativa di vita che si aggira intorno ai 50 anni.

A generare una speciale apprensione per questo territorio è, come accade spesso, un disastro umanitario di enormi dimensioni, classificato al più alto livello d’emergenza dal Programma alimentare mondiale. Questa crisi è stata generata dall’inasprirsi dello scontro su scala nazionale, nel dicembre del 2013, fra due fazioni composite, litigiose e poco uniformi al loro interno: Séléka e anti-Balaka, denominazioni che, in sango (una delle lingue ufficiali del paese, assieme al francese), rispettivamente stanno per “alleanza” e “anti-machete”. Per dare un’idea di quel che destava preoccupazione mesi or sono, basti dire che nella sola Bangui, capitale e principale centro del potere, tra il 5 e il 6 dicembre 2013 si contavano tra gli 800 e i 1.200 morti, in maggioranza civili inermi, 640.000 sfollati interni su una popolazione complessiva di 4.600.000, di cui più di un milione in uno stato di grave insicurezza alimentare.

Antefatto della crisi attuale: Djotodia, anti-Balaka, pulizia etnica

Per chiarire da dove venga questa crisi, bisogna tornare indietro di quasi un anno, al 24 marzo 2013, giorno della fuga verso il Cameron del presidente Bozizé (eletto nel 2011), da una Bangui ormai caduta sotto l’occupazione dei ribelli della coalizione Séléka, composta oltre che di combattenti centrafricani anche di mercenari sudanesi e ciadiani, prevalentemente musulmani e di lingua araba. Come avvenne nel 1965 con il colonnello Bokassa e con il già menzionato generale Bozizé nel 2003 (nel 1969 ci provò, fallendo, il colonnello Banza, così come il generale Lingoupou nel 1974 e il generale Kolingba nel 2001), il generale Djotodia, leader dell’Unione delle forze democratiche per l’unità (UFDR) e uomo di punta della coalizione Séléka, si autoproclama presidente ed è poi eletto per acclamazione dal Consiglio nazionale di transizione (CNT).

La storia insomma si ripete, il colpo di stato è la chiave d’accesso al potere in RCA, sin dall’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1960. Sorvolando sulle violazioni del diritto internazionale commesse ai danni delle truppe regolari a difesa del presidente Bozizé, la legittimazione politica avuta dal CNT stabilisce al potere l’ennesimo governo autoritario, che perseguita nemici politici (FACA, ufficiali di stato leali a Bozizé) e chi, fra la gente comune, è sospettato di offrire supporto. L’assenza dell’autorità statale, debole e incapace di opporsi all’abuso perpetrato sulla popolazione civile, per l’ottanta per cento di fede cristiana, porta alla formazione di milizie di autodifesa, a maggioranza cristiana e animista. Originariamente guaritori a cui erano attribuiti poteri soprannaturali, all’inizio degli anni ’90 gli anti-Balaka si costituivano come forze di autodifesa, vigilantes che combattevano contro gli Aradinas, posti di blocco illegali disseminati nelle regioni nord-occidentali di Bossangoa e Boccaranga. Tollerati o supportati dallo Stato, questi gruppi allora si componevano indifferentemente di cristiani e musulmani.

Fenomeno limitato localmente, con l’inasprirsi della violenza Séléka nel giugno 2013, le milizie di autodifesa si ricompongono, estendendo il loro raggio d’azione verso le aree occidentali e meridionali del paese, assoldando migliaia di disoccupati e giovanissimi senza speranza, addestrati da ufficiali ex FACA. Gli attacchi sistematici e coordinati sferrati dagli anti-Balaka a Bangui il 5 e il 25 dicembre 2013 segnano ad un tempo il punto di svolta e di maggiore recrudescenza del confronto fra Séléka e anti-Balaka. È a questo punto che appare in tutta la sua forza quella strumentale separazione etnoreligiosa che rappresenta l’asse fondamentale su cui si è strutturato il conflitto.

A volte vittime a volte carnefici, da una parte sta la popolazione cristiana e animista di etnia Gbaya, Yakoma, Sara, Banda, presa di mira dai Séléka, dall’altra quella musulmana di origine ciadiana e di etnia Fulani, Gula, Runda, perseguitata dagli anti-Balaka e costretta al grande esodo verso il Ciad e il Cameron o a rifugiarsi presso le enclavi delle maggiori città occidentali sotto controllo anti-Balaka. Rispetto alla sorte della minoranza musulmana in RCA, organizzazioni quali Amnesty International, Human Rights Watch, International Federation for Human Rights nei mesi scorsi non hanno esitato a definirla pulizia etnica; dei circa 800.000 musulmani residenti nel paese prima dell’infuriare del conflitto ne restano solo poche migliaia. Movente primario della violenza diretta e generalizzata è la vendetta. Rapinare, estorcere denaro a civili inermi (siano essi locali, attivisti per i diritti umani, cooperanti internazionali), depredare abitazioni, scuole, ospedali porta anche ingenti benefici materiali a soldati non pagati, violentare donne e abusare di bambini soddisfa infine gli appetiti sessuali di molti giovani allo sbando.

Gli anti-Balaka si vedono come liberatori, rivoluzionari e patrioti – il nome ufficiale del movimento anti-Balaka è “Combattenti per la liberazione del popolo centrafricano” –, essi sentono il dovere di vendicare gli abusi dei Séléka, di respingere l’invasione straniera ciadiana e sudanese e di cacciare tutti i musulmani dal paese visti come colonizzatori e sfruttatori.

Una transizione complicata e incompleta

La fase di transizione politica che oggi la RCA sta vivendo è cominciata con le dimissioni lo scorso 10 gennaio del presidente Djotodia e del primo ministro Tiangaye e l’elezione, lo scorso 20 gennaio, di un nuovo presidente ad interim, il sindaco di Bangui Catherine Samba-Panza, figura reputata al di sopra delle parti. Il buon esito di questa fase transitoria, che dovrebbe garantire un’effettiva protezione dell’incolumità dei civili, una basilare stabilizzazione politica, sociale ed economica del paese e una complessiva restaurazione dell’autorità statale in frantumi, da compiersi nelle elezioni presidenziali programmate per febbraio 2015, dipende da una molteplicità di attori coinvolti nella soluzione della crisi.

Le principali parti “in gioco” sono le seguenti: tre missioni militari internazionali (Opération Sangaris, EUFOR CAR e MINUSCA stabilite da altrettante risoluzioni ONU tra il dicembre 2013 e l’aprile 2014), la mediazione internazionale del presidente del Congo-Brazzaville Sassou-Nguesso e del gruppo di contatto internazionale (ICG-CAR), i rappresentanti della piattaforma interreligiosa che lavorano per ripristinare il dialogo e la riconciliazione intercomunitaria, le agenzie ONU e le ONG nazionali e internazionali che operano con progetti di soccorso emergenziale e di ricostruzione della coesione sociale, i movimenti della società civile centrafricana, il Tribunale penale internazionale che da settembre indaga sui crimini commessi in RCA dalla fine del 2012, ogni cittadino centrafricano.

Dai mesi in cui si registrava un picco di violenza, durante i quali si rincorrevano dichiarazioni allarmate di alti rappresentanti ONU sul rischio di un imminente genocidio, vi è stata una sensibile riduzione dell’intensità della violenza; lo dimostrano, peraltro sulla carta, sia l’accordo tra Séléka e anti-Balaka firmato il 16 giugno scorso grazie alla mediazione dell’ONG locale Pareto, sia la firma degli accordi per il cessate delle ostilità a Brazzaville il 23 luglio. Del resto l’annuncio del movimento capeggiato dall’ex presidente Djotodia della costituzione della Repubblica indipendente di Dar el Kouti nel nord-est del paese e il prospettare la partizione del paese come unica soluzione al conflitto da una parte associato al rifiuto di importanti esponenti del coordinamento anti-Balaka della chiamata al disarmo data da ufficiali FACA affiliati agli anti-Balaka dall’altra, rappresentano violazioni politiche degli accordi di Brazzaville.

A ottobre l’uccisione a Bangui di una dozzina di persone (e di un soldato bengalese del contingente MINUSCA), la fuga di migliaia di civili verso i campi profughi, l’attacco da parte dei Séléka e di giovani musulmani in abiti civili a Bambari del campo per sfollati cristiani e animisti per vendicare un precedente omicidio di un civile musulmano per mano anti-Balaka, l’assassinio di 6 membri della comunità nomade Fulani residenti in un accampamento a Djimbété ad opera degli anti-Balaka e la conseguente risposta dei combattenti Fulani musulmani a Yamalé, il massacro di 9 civili sfollati cristiani e animisti rifugiati presso il campo profughi stabilito nella chiesa cattolica di Dekoa, a 260 km a nord di Bangui, mettono in luce l’ordinaria trasgressione degli accordi di cessate il fuoco e testimoniano di una limitata capacità dei contingenti internazionali di ristabilire accettabili condizioni di sicurezza.

Lo scandalo del dono angolano (2,5 milioni di dollari non transitati dalle casse del Tesoro), denunciato da più parti, ha rischiato di travolgere il nuovo governo di transizione inaugurato alla fine di agosto con la nomina di Mahamat Kamoun, primo musulmano a divenire premier in RCA. Anche se per il momento non è stato necessario sciogliere il governo in carica, si è preso atto che la data di febbraio è troppo prematura per le elezioni, ora auspicate a giugno-agosto 2015. La mobilitazione e l’aiuto internazionali sono ingenti ma ancora insufficienti, così come gli innumerevoli piccoli e grandi sforzi per ridare fiducia e potere di contrastare la violenza alla gente comune. Fino a quando anti-Balaka e Séléka si spartiranno il controllo del paese – come ancora accade – e combattendo al proprio interno guerre sanguinarie semineranno terrore, sospetto e morte casa per casa, villaggio dopo villaggio nella Repubblica Centrafricana non vi sarà vita degna di essere vissuta.

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