La cristianità fra l’attività bancaria ebraica e quella islamica – Johan Galtung

Il Liechtenstein protestante ha recentemente tenuto una conferenza sul rendere compatibile la shariah bancaria, per attrarre capitali da paesi musulmani. E senza dubbio anche perché i grandi sopravvissuti alla crisi del 2008 sono stati la Cina e i paesi musulmani, appunto; la Cina perché il punto focale non è solo la crescita ma elevare le condizioni dei ceti più bassi – aumentando la domanda interna e con meno dipendenza dal commercio nel periodo 1991-2004 – e i paesi musulmani per via della tecnica bancaria islamica.

Un comune malinteso occidentale è che l’islam proibisca l’interesse; mentre quel che è vietato sono i rapporti unicamente monetari anziché economici, sociali, più umani, in senso ampio. Il solo rendere disponibile denaro contro un interesse è escluso. Le transazioni puramente finanziarie vendendo e comprando beni finanziari – derivati a qualunque livello – contro commissioni sono pure escluse. Le banche e le altre aziende devono starci dentro insieme.

C’é dell’altro. Una banca dev’essere fidata, non sull’orlo del crollo. Un importante banchiere islamico in Malaysia diceva che il suo capitale era al 60% debito – i depositi – al 20% titoli, al 20% liquidità; si sentiva fiducioso di poter sopravvivere a future crisi con quel portafogli e con la solidità di “esserci insieme ad altri”. I calcoli per le grandi banche negli USA indicano che operano al 95% sul debito e al 5% sulla liquidità: altamente vulnerabili a scivoloni, con i titolari dei depositi nella scia.

Come fa notare Timothy Geithner (ex segretario del Tesoro USA, NdT) nel suo libro sul test di stress (Stress Test: Reflections on Financial Crises, Crown 2014, NdT): riappariranno crisi e le banche “troppo grandi per fallire” dovranno essere salvate a suon di riscatti. Se il governo è troppo indebitato, dovranno pagare i contribuenti; se i ricchi pagano sempre meno, dovranno pagare sempre più le classi medie e basse rendendosi sempre meno in grado di sostenere l’economia.

Il che ha posto il mondo occidentale in un antico dilemma; attorno al 1500 si risolse a favore dei rapporti monetari, con interessi e commissioni; adesso si ripresenta per una angosciante riconsiderazione. La teoria economica dev’essere riscritta, dal baricentro sul denaro a uno sui bisogni umani e della natura; i politici devono essere guidati da altri shibboleth [criteri di discrimine NdT] che non la crescita economica.

La crisi è profonda per l’Occidente giudeo-cristiano. LEAP/E2020 del 4 novembre 2014 (Laboratoire Européen d’Anticipation Politique http://www.leap2020.eu/notes , NdT) cita il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale che dice che il futuro appartiene ai paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica) e che il potere economico occidentale declina più velocemente di quanto stimato, il che tra l’altro ne dice di più sul FMI stesso. L’asse Russia-Cina è cruciale, con l’accordo del secolo per gas e petrolio e il lavorio verso un sistema finanziario e una valuta comune per infrangere l’egemonia finanziaria occidentale. I capi dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) si incontreranno a Pechino il 10-11 novembe per trattare riforme economiche e sviluppo (l’Asia Development Bank: 8.000 miliardi di dollari necessari per investimenti infrastrutturali entro il 2020 – indoviniamo quale paese ha quell’entità di denaro?). 51 aziende sudafricane smerciavano i loro prodotti in Cina nell’ottobre 2014. Dilma Roussef ha vinto le elezioni in Brasile e può continuare la politica BRICS. L’accordo sul gas fra Russia-Ukraina-UE ha disinnescato quella crisi per qualche tempo. Sono tuttavia ancora in atto le sanzioni, quali l’eventuale esclusione della Russia dalla SWIFT (Società per le tele-comunicazioni finanziarie mondiali interbancarie), il che sospinge la Russia ancor più vicina ai BRICS.

I segnali dal Giappone sembrano indicare il possibile scoppio di una bolla di titoli: troppo debito domestico. In Norvegia gli investimenti nell’economia petroliera possono essere in dirittura finale, con i relativi lavoratori licenziati, la “julebord” (celebrazione gastronomica pre-natalizia) tradizionale norvegese cancellata; il “fondo del petrolio ha il ritorno più basso dal 2013 sulle perdite europee” (Malaysian Reserve, 30 ottobre 2014). A proposito, la Malaysia, anch’essa forte riguardo al petrolio, ne ha usato i proventi per abbassare il tasso di povertà a meno del 4%, investito in sanità e istruzione e in una certa diversificazione – pur non sufficiente – ma la Norvegia ha ben poche risorse di ripiego salvo appunto un fondo-petrolio vulnerabile. E l’approccio spagnolo, comprendere prostituzione e droghe nel PIL (El Mundo, 12 giugno 2014) può produrre maggior crescita economica nominale, ma anche condurre a un esame più minuzioso del PIL stesso data la presenza di altre componenti molto dubbie.

Perché la crisi del 2008? Qual è la teoria? Paul Krugman in “Perchè non suonavano gli allarmi?” (The New York Review of Books, 23 ottobre 2014, http://www.nybooks.com/articles/archives/2014/oct/23/why-werent-alarm-bells-ringing/ ), rielabora Martin Wolf: The Shifts and the Shocks [Gli spostamenti e gli shock] (Londra: Penguin 2014), a sua volta basato molto sull’ economista Hyman Minsky.

Concordano tutti che la teoria convenzionale, il pericolo di una corsa alle banche per ritirare i depositi, sia davvero troppo gracile. Geithner basava il proprio lavoro sulla creazione di fiducia nelle banche annunciando che avevano superato il suo test di stress. Oggi le più grandi non ci riescono. Minsky dice che gli alti e bassi del capitalismo portano a un debito eccessivo in periodi di stabilità economica – con tanto di deflazione – e quindi all’inevitabile “punto di Minsky” quando scoppiano le bolle finanziarie. La somma del debito domestico, non-finanziario e dell’attività finanziaria era il 50% del PIL nel 1952 e il 250% nel 2008; del quale ultimo oltre 100 era debito dell’attività finanziaria. Cercano tutti di ridurre il debito facendo pagare il proprio ad altri, un gioco di potere, e nell’attuale sistema le banche possono cacciare per strada i proprietari di casa indebitati, ma il governo USA non sbatterà i banchieri indebitati in prigione.

Wolf ha molte proposte, compresa un’assicurazione sui depositi ad ampiezza del sistema, una inflazione al 3-4% per condividere i costi. Ma Krugman mette in guardia che “le stesse divinità lottano invano contro la stupidità”; nel 2008, e la prossima volta.

La borghesia non ha lasciato sussistere alcun altro legame fra uomo e uomo che il nudo auto-interesse, che un insensibile ‘pagamento in contanti’ “– scrivevano Marx ed Engels nel 1848 nel Manifesto Comunista. E aggiungevano: “Ha affogato le estasi più celestiali di fervore religioso, di entusiasmo cavalleresco, nell’acqua gelida del calcolo egoistico“.

Molto simile all’idea ben più vecchia dietro l’attività bancaria islamica.

Mettiamola così: il capitalismo ha due contraddizioni fondamentali: la classe, capitale vs lavoro, con una diseguaglianza crescente; la finanza vs l’economia reale, con crescente dominanza dell’economia finanziaria. L’indicatore per la prima è il potere d’acquisto dell’1% al vertice come da Occupy rispetto al 99%; e per la seconda il rapporto fra i due tassi di crescita. Da qualche parte lì dentro c’è il punto di ribaltamento del tutto “fuori quadro”: collasso, crisi.

Le alternative? Cooperative che condividano benefici e rischi, non aziende per azioni con compratori di manodopera e venditori di manodopera che (si) procurino “posti di lavoro”. E criminalizzazione dei rapporti puramente monetari, guidata dal sistema bancario islamico.

10 novembre 2014

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale: Christianity between Jewish and Islamic Banking

https://www.transcend.org/tms/2014/11/christianity-between-jewish-and-islamic-banking/

Una replica a “La cristianità fra l’attività bancaria ebraica e quella islamica – Johan Galtung”

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