Uno scienziato – Sabrina Minutelli

Il venerdì pomeriggio era il momento peggiore della settimana per il professor Wiff, responsabile del Centro di Ricerche Neurologiche di Olt: doveva controllare i risultati degli esperimenti condotti durante la settimana dagli altri ricercatori, i quali a quell’ora se ne erano già andati a godersi il weekend, la mente sgombra da qualunque preoccupazione: ogni volta si imbatteva nelle immancabili incoerenze e in numerosissime imprecisioni – e lui detestava la condotta di certi colleghi, la cui accuratezza sarebbe stata appena sufficiente per imbottire panini nel self fast food all’angolo. Ogni venerdì doveva teleannotare sul pannello autoproiettante i rilievi da sottoporre alla loro attenzione il lunedì successivo, dando indicazioni su come verificare i risultati e in alcuni casi su come ripetere l’esperimento.

Certo non erano mancate neppure le gratificazioni. Negli ultimi anni lui e alcuni suoi collaboratori del Centro avevano ottenuto risultati notevolissimi, tra l’altro, nella comprensione dei meccanismi di trasmissione intercellulare a media distanza, contribuendo in modo significativo alla messa a punto di un farmaco realizzato dal collegato Centro Biomedico per la Diagnosi e la Cura delle Malattie Neurologiche. La nuova terapia aveva dimostrato la propria efficacia nella maggior parte dei pazienti affetti da neurofissità degenerativa, rallentando e in alcuni casi arrestando il decorso della malattia. E c’erano stati altri studi condotti con successo: tra gli altri quello sul riconoscimento degli impulsi elettrici teletrasmessi, che aveva aperto la strada alla cura di altre gravi patologie a carico del sistema nervoso periferico.

Questi risultati avevano portato alla notorietà il Centro e il suo responsabile anche tra i non specialisti. Wiff veniva intervistato almeno una volta alla settimana dalla Rete Interplanetaria 1, ed aveva una sua rubrica di divulgazione scientifica sul periodico eterodiffuso più popolare del sistema solare di Stella Blu 7.

A lungo andare anche questi impegni, oltre ad affaticarlo, cominciarono ad annoiarlo. Eppure, nonostante la notorietà ormai lo infastidisse, non poteva nascondere a se stesso l’intimo orgoglio di aver contribuito a salvare delle vite, a restituire dignità ad esistenze annichilite dalla deformità e dalla sofferenza, a ridare speranza a madri, padri ed intere famiglie.
Anche in considerazione di questi successi, all’uscita del venerdì il professor Wiff sentiva crescere l’irritazione e il disappunto: davanti al laboratorio si davano appuntamento ogni settimana esponenti di comitati ed associazioni contro la vivisezione, come loro la chiamavano impropriamente, di solito gruppi sparuti di non più di dieci, quindici individui attorniati da un numero senz’altro maggiore di agenti delle forze dell’ordine, che urlavano al suo indirizzo epiteti come “assassino”, “aguzzino” e simili, e recitavano slogan deliranti come “questa è tortura, non scienza”.

Eppure gli esperimenti nel suo laboratorio erano condotti nel rispetto scrupoloso delle severe norme che regolavano la sperimentazione in vivo: le gabbie erano della misura prescritta, spesso anche maggiore; le misure di contenimento (cinghie e caschi immobilizzanti) erano utilizzate solo nei casi strettamente necessari e per non più di quarantotto ore consecutive; l’utilizzo di scariche elettriche era raro e comunque controllato; l’anestesia veniva praticata in tutti i casi in cui era possibile; la separazione tra la madre e il piccolo avveniva alla nascita, in modo da limitare la sofferenze per entrambi; la soppressione al termine del ciclo di esperimenti era generalmente indolore.

Nel laboratorio erano state effettuate numerose ispezioni, e nessuna di queste aveva mai riscontrato la minima irregolarità. Dunque, che cosa poteva essere rimproverato a lui e agli altri ricercatori? Certo, quegli attivisti non li accusavano di illegalità, ma di crudeltà: secondo loro era la legge che, permettendo sperimentazioni del genere, era crudele. Ma non sarebbe stato certamente più crudele lasciare senza speranza esseri innocenti straziati dalla malattia? Non sarebbe stato molto più ingiusto abbandonare alla morte individui dalle facoltà cognitive e spirituali incomparabilmente più elevate e complesse? Tale superiorità era talmente ovvia che nessuno, neppure quei ridicoli contestatori, poteva negarla. Gli esemplari utilizzati per la sperimentazione appartenevano ad una specie talmente arretrata che era stato facile prelevarne un buon numero da un pianeta che una spedizione commerciale di Ort, di passaggio attraverso il sistema solare di Stella Gialla 5, aveva scoperto quasi per caso. Oltre ad essere primitivi erano anche feroci: si massacravano a vicenda, probabilmente fin dall’inizio della loro storia, e commettevano contro i loro simili – individui e intere comunità – atrocità inimmaginabili per esseri civili. E che il loro sviluppo cerebrale fosse assai limitato non solo era evidente dall’aspetto, dal linguaggio e dal comportamento: avendo condotto qualche indagine sulla Rete di Dati Intergalattica al momento del prelievo, l’equipaggio della spedizione di Ort aveva scoperto che la specie dei prelevati era stata esclusa dal novero delle razze intelligenti dell’universo per aver sperimentato gli effetti dell’energia atomica sul suo stesso pianeta.

Il professor Wiff si accinse ad uscire dal laboratorio. Stese le ali e allungò la coda in modo da assumere un’andatura rapida ma non affrettata, e badando, mentre passava davanti al drappello dei contestatori, di tenere alte e ben allineate le teste.

[Ottobre 2014]

Sabrina Minutelli vive a Muggiò (MB), mamma felice e insegnante di lettere in una scuola media. Qualche mese fa, per i suoi quarant’anni, si è regalata la facoltà di scrivere racconti nei ritagli di tempo.

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