Altre modalità di occupazione. Il genio del male israeliano: simula preoccupazione – Amira Hass

Come uccidere esseri umani senza far uso di esplosivi o di armi, come svuotarli dall’interno, come rubare ai lavoratori della terra ciò che hanno di più caro.

Il genio del male israeliano non è affatto banale. Con grande disponibilità di invenzioni ed innovazioni, come anche di tecniche consolidate, esso scorre come l’acqua ed irrompe da luoghi reconditi. Però, a differenza delle fiumane, non finisce mai, e colpisce qualcuno, mentre resta invisibile, irrintracciabile ed inesistente per altri. Il genio del male israeliano sta nella sua abilità di vestire i panni della compassione e della preoccupazione (fornendo a Bernard-Henri Levy e ad Elie Wiesel un’ulteriore opportunità di tessere le lodi dello stato ebraico in saggi che hanno enorme diffusione).

Prendete, per esempio, la tecnica innovativa dell’agricoltura israeliana: da due a cinque giorni all’anno di coltivazione della terra. Una shmita (periodo sabbatico) per la terra ogni anno, invece di lasciarla a riposo ogni sette anni. In tutto farebbero 360 giorni all’anno. Il nostro compassionevole e generoso esercito permette a decine di migliaia di palestinesi che vivono in Cisgiordania di lavorare la loro terra soltanto tre, quattro o cinque giorni all’anno, per proteggerli dagli attacchi degli israeliani, dei coloni, dei settlers – in breve, degli ebrei. Per il resto dell’anno, la terra è un miraggio.

Prendete, per esempio, il villaggio di Deir el-Hatab. La colonia di Elon Moreh con i relativi avamposti domina circa la metà dei suoi 12.000 dunams (circa 3.000 acri). A causa della vicinanza alla colonia, ai contadini del villaggio non è permesso di coltivare circa 6.000 dunams della loro terra, e nemmeno possono camminarvi, pascolarvi le greggi, rivoltare il terreno, arare, sarchiare, guardare gli uccelli o trasmettere alle giovani generazioni tutto il sapere accumulato dalla loro famiglia. Possono recarvisi solo due o tre giorni all’anno per raccogliere le olive che Allah ha fatto nascere con l’aiuto della pioggia, e che gli israeliani non sono riusciti a rubare.

Il genio del male sa anche essere molto paziente. Sa che la terra in cui i proprietari non entrano per 360 giorni all’anno non scompare. Essa diventa, de facto, una terra che spetta a quel padrone che ama la natura e le passeggiate e pascolare gli animali, proprio come facevano i nostri antenati.

Sta scritto su un cartello lungo la strada per uscire da Elon Moreh: “Possa essere la tua volontà, Dio nostro e dei nostri antenati, che tu ci guidi nella pace e nella pace condurre i nostri passi…e proteggerci da ogni nemico, agguato e bandito e da ogni tipo di disgrazia lungo la strada” (un brano della preghiera dei viaggiatori ebrei).

Prendete Deir el-Hatab e moltiplicatelo per…quanti? Sette villaggi? Cento? Aggiungete, quando a Deir el-Hatab è primavera, la sorgente d’acqua che le nonne delle nonne del villaggio usavano e si godevano. Adesso è diventata una piscina per immersioni rituali ed un luogo di relax per soli ebrei, lungo la strada, vietata ai palestinesi, che conduce a Elon Moreh. Moltiplicate questo per dozzine di altre sorgenti che hanno subito la stessa sorte.

Fate la somma di tutto ed otterrete un’altra tecnica innovativa dei produttori del genio del male israeliano: come uccidere esseri umani senza utilizzare né esplosivi né armi, come svuotarli dall’interno, come rubare ai lavoratori della terra ciò che hanno di più caro – non solo i loro mezzi di sussistenza ed il futuro dei loro figli, ma anche il profondo rapporto d’amore che hanno con la propria terra, che esiste senza dei versi satanici, occhi rivolti al cielo o generosi sussidi del Dipartimento Colonie dell’Organizzazione Mondiale Sionista.

Il genio del male israeliano è frammentato in un numero infinito di atomi, casi individuali che il cervello umano – ed a maggior ragione un articolo di giornale – non può abbracciare nella loro interezza, né una singola definizione può renderne l’idea. Potremmo scrivere delle terre rubate, tralasciando le case demolite. Potremmo tralasciare entrambe per scrivere del divieto delle visite di familiari in prigione, ma non ci sarà tempo sufficiente per scrivere degli attacchi militari e dell’irruzione in una casa dove ci sono bambini terrorizzati, e del clima d’“azione” nell’unità dell’esercito.

Potremmo impiegare giorni a indagare su quale soldato ha puntato il fucile, sottraendoli al tempo necessario per descrivere l’estendersi dell’assedio di Gaza mistificato dalle promesse di misure di alleggerimento. Potremmo scrivere delle misure di alleggerimento, e tralasceremmo il fatto che la Striscia di Gaza continua a funzionare come una prigione per 1,8 milioni di persone. Potremmo scrivere del campo di detenzione, e la gente ci dirà che siamo ripetitivi. Potremmo scrivere del tasso del 40% di disoccupazione a Gaza e di come accada che solo 7 su 40 laureati in scienze infermieristiche all’Università di Al-Quds trovano lavoro, e la gente dirà: “Ma che cosa c’entra questo con noi?”.

Il genio del male è anche bravissimo nel procurarsi complicità a livello linguistico. “Una Intifada sta devastando Gerusalemme”, recita un titolo di giornale. Quando potremo scrivere in un titolo in ebraico che la deliberata, premeditata e ben ponderata discriminazione contro i palestinesi perpetrata per decenni dal Ministero dell’Interno, dalla Municipalità di Gerusalemme e dall’Istituto Nazionale di Assicurazione continua a devastare e disastrare la città? E’ impossibile: troppo lungo per un titolo.

O ancora, “violazione dei diritti umani” – una definizione con la quale lo scrittore stesso compie una violazione, una definizione che porta a prendere in considerazione chi ha subito le offese (“vittime”, un’altra spregevole parola collaborativa), e non chi arreca offesa.

Per non farci salire la pressione del sangue, non abbiamo parlato del male che si manifesta nell’uccisione di bambini da parte delle truppe israeliane, della noncuranza collettiva da parte di Israele di fronte all’inevitabile rabbia che esplode ai funerali di ogni bambino crivellato di colpi, il male che si cela nella fraseologia evasiva imposta dalle cosiddette prassi obbiettive dei notiziari. Uccisioni? I soldati israeliani sparano ai bambini palestinesi perché è proprio questo il lavoro dei soldati che sono inviati a proteggere, con il proprio sacrificio, l’impresa colonialista ed i benefici che essa procura alla nazione. Ci possiamo stupire che così pochi israeliani emigrino altrove?

Una precedente versione di questo articolo faceva erroneamente riferimento alla Divisione Colonie dell’Organizzazione Mondiale Sionista come parte dell’Agenzia Ebraica.

27 ottobre 2014
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Traduzione di Cristiana Cavagna

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