Come fece Gandhi a vincere? Mark Engler e Paul Engler

La storia ricorda la Marcia del Sale di Mohandas Gandhi come uno dei grandi episodi della resistenza del secolo scorso e come una campagna che sferrò un colpo decisivo all’imperialismo britannico. Nella prima mattinata del 12 marzo 1930 Gandhi, accompagnato da un gruppo addestrato di 78 seguaci del suo ashram, iniziò una marcia di più di 200 miglia verso il mare. Tre settimane e mezzo dopo, circondato da una folla di migliaia di persone, Gandhi pose piede sulla riva dell’oceano, si avvicinò a una piana fangosa dove l’acqua, evaporando, aveva lasciato un sottile strato di sedimenti e raccolse un pugno di sale.

L’atto di Gandhi infrangeva una legge del Raj britannico che imponeva agli indiani di acquistare il sale dal governo e vietava loro di raccoglierlo da sé. La sua infrazione avviò una campagna di disobbedienza di massa che dilagò in tutto il paese, determinando sino a 100.000 arresti. In una famosa citazione pubblicata dal Guardian di Manchester, l’onorato poeta Rabindranath Tagore descrisse l’impatto trasformativo della campagna: “Quelli che vivono in Inghilterra, molto lontano dall’Oriente, hanno ora dovuto rendersi conto che l’Europa ha perso del tutto il suo precedente prestigio in Asia”. Per i dominatori assenti di Londra era “una grande sconfitta morale”.

E tuttavia, a giudicare da ciò che Gandhi ottenne al tavolo del negoziato alla conclusione della campagna, ci si può fare un’idea molto diversa del satyagraha del sale. Valutando l’accordo raggiunto nel 1931 tra Gandhi e lord Irwin, il viceré dell’India, gli analisti Peter Ackerman e Christopher Kruegler hanno sostenuto che “la campagna fu un fallimento” e “una vittoria britannica” e che sarebbe ragionevole ritenere che Gandhi abbia “dato via il bottino”. Queste conclusioni hanno un lungo precedente. Quando fu annunciato per la prima volta il patto con Irwin, i membri del Congresso Nazionale Indiano, l’organizzazione di Gandhi, ne furono amaramente delusi. Il futuro primo ministro Jawaharal Nehru, profondamente depresso, scrisse di sentire nel suo cuore “un grande vuoto, come se qualcosa di prezioso fosse scomparso, quasi al di là di ogni possibilità di recupero”.

Che la Marcia del Sale possa essere considerata contemporaneamente un progresso epocale per la causa dell’indipendenza dell’India e una campagna abborracciata che produsse scarsi risultati tangibili sembra un paradosso sconcertante. Ma ancor più strano è il fatto che tale esito non è unico nel mondo dei movimenti sociali. La storica campagna di Martin Luther King a Birmingham, Alabama, nel 1963 ebbe esiti analogamente incongrui. Da un lato determinò un accordo che mancò di molto lo scopo di desegregare la città, un accordo che deluse gli attivisti locali che volevano più che solo cambiamenti minori in pochi negozi del centro; al tempo stesso Birmingham è considerata come uno dei motori chiave del movimento per i diritti civili, avendo fatto forse più di ogni altra campagna per far arrivare alla storica Legge sui Diritti Civili del 1964.

Quest’apparente contraddizione merita di essere esaminata. Più significativamente illustra come le mobilitazioni di massa mosse da uno slancio promuovano il cambiamento in modi che sconcertano quando siano valutati in base ai presupposti e pregiudizi della politica prevalente. Dall’inizio alla fine – sia nel modo in cui strutturò le rivendicazioni della Marcia del Sale sia nel modo in cui portò a termine la sua campagna – Gandhi confuse gli attori politici più convenzionali della sua era. Tuttavia i movimenti che egli guidò scossero profondamente le strutture dell’imperialismo britannico.

Per quelli che cercano di comprendere i movimenti sociali di oggi e per quelli che desiderano amplificarli, restano rilevanti come non mai le domande su come valutare il successo di una campagna e su quando sia appropriato dichiarare vittoria. Per loro Gandhi può ancora avere qualcosa di utile e d’inatteso da dire.

L’approccio strumentale

Capire la Marcia del Sale e le sue lezioni per l’oggi richiede di fare un passo indietro per considerare alcune delle domande su come i movimenti sociali realizzano il cambiamento. Nel contesto appropriato, si può affermare che le azioni di Gandhi furono esempi brillanti dell’uso delle rivendicazioni simboliche e delle vittorie simboliche. Ma che cosa implicano questi concetti?

Tutte le azioni, campagne e rivendicazioni di protesta hanno dimensioni sia strumentali sia simboliche. Tipi diversi di organizzazione politica, tuttavia, le combinano in proporzioni diverse.

Nella politica convenzionale le rivendicazioni sono principalmente strumentali, mirate a conseguire un risultato specifico e concreto nell’ambito di un sistema. In questo modello i gruppi d’interesse premono per politiche che avvantaggiao la loro base. Le rivendicazioni sono scelte con cura in base a ciò che sarebbe possibile ottenere, dati i confini del paesaggio politico esistente. Una volta che è avviata una pressione per una rivendicazione strumentale, i promotori tentano di far leva sul potere del proprio gruppo per ottenere una concessione o un compromesso che soddisfi le loro necessità. Se riescono a soddisfare i propri membri, vincono.

Anche se operano principalmente all’esterno del regno della politica elettorale, i sindacati e le organizzazioni a base comunitaria della linea di Saul Alinsky (attivista e scrittore statunitense noto per la sua attività di organizzatore di comunità e autore del noto volume Rules for Radicals, NdT) – gruppi basati sulla costruzione di strutture istituzionali di lungo termine – affrontano le rivendicazioni in modo principalmente strumentale. Come spiega il giornalista e organizzatore Rinku Sen, Alinsky ha stabilito una norma duratura di organizzazione comunitaria che afferma che “la realizzabilità è di primaria importanza nello scegliere i temi” e che i gruppi comunitari dovrebbero concentrarsi su “cambiamenti immediati, concreti”.

Un esempio famoso nel mondo dell’organizzazione comunitaria è la richiesta di un semaforo in un incrocio identificato come pericoloso dai residenti del quartiere. Ma questa è soltanto una delle opzioni. Gruppi di tipo Alinsky possono tentare di ottenere personale migliore in uffici locali di servizi sociali, di por fine alla discriminazione di un particolare quartiere da parte di banche e compagnie assicurative, o di ottenere un nuovo percorso degli autobus per assicurare trasporti affidabili a un’area mal servita. Gruppi ambientalisti potrebbero premere per un divieto di una specifica sostanza chimica nota come tossica per la natura. Un sindacato potrebbe avviare una lotta per ottenere miglioramenti per un particolare gruppo di dipendenti in un luogo di lavoro o per affrontare un problema di pianificazione.

Conseguendo faticosamente vittorie modeste e pragmatiche su tali temi questi gruppi migliorano la vita e rafforzano le proprie strutture organizzative. La speranza è che, col tempo, piccole conquiste si sommino fino a diventare riforme sostanziali. Il cambiamento sociale è ottenuto lentamente e costantemente.

La svolta simbolica

Nel caso di mobilitazioni di massa che trainano una lotta, compresa la Marcia del Sale, le campagne funzionano in modo diverso. Gli attivisti dei movimenti di massa devono progettare azioni e scegliere rivendicazioni che si inseriscano in principi più vasti, creando una narrativa del significato morale della loro lotta. Qui la cosa più importante a proposito di una rivendicazione non è il suo potenziale impatto sulle politiche o la sua realizzabilità a un tavolo negoziale. Quanto più critiche sono le proprietà simboliche, tanto maggiore una rivendicazione è utile nel drammatizzare per il pubblico la necessità urgente di rimediare a un’ingiustizia.

Come i politici convenzionali e gli organizzatori focalizzati sulle strutture, quelli che cercano di costruire movimenti di protesta hanno anch’essi obiettivi strategici e potrebbero cercare di affrontare specifiche rivendicazioni come parte delle loro campagne. Ma il loro approccio complessivo è più indiretto. Questi attivisti non sono necessariamente concentrati su riforme che si possano ottenere facilmente nel contesto politico esistente. I movimenti che trainano una lotta, invece, mirano a modificare il clima politico nel suo complesso, cambiando le percezioni di ciò che è possibile e realistico ottenere. Lo fanno indirizzando l’opinione pubblica su un certo tema e attivando una base di sostenitori in continua espansione. Nei casi più ambiziosi, essi assumono temi che potrebbero essere considerati politicamente inimmaginabili – il suffragio delle donne, i diritti civili, la fine di una guerra, la caduta di un regime dittatoriale, il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali – e li trasformano in questioni politiche irrinunciabili.

I negoziati su specifiche proposte politiche sono importanti, ma arrivano al momento finale di un movimento, una volta che l’opinione pubblica abbia compiuto una svolta e i detentori del potere si diano da fare per cercare di reagire alle proteste suscitate dalle mobilitazioni degli attivisti. Nelle prime fasi, mentre i movimenti guadagnano vigore, la misura chiave di una rivendicazione non è la sua praticabilità strumentale, bensì la sua capacità di trovare eco nel pubblico e suscitare simpatia per una causa, su una scala molto vasta. In altre parole il simbolico prende il sopravvento sullo strumentale.

Una varietà di pensatori ha commentato il modo in cui i movimenti di massa, poiché seguono questo percorso più indiretto nel determinare il cambiamento, devono essere più attenti nel creare una narrazione in un momento in cui le campagne di resistenza stanno costantemente conquistando slancio e presentano nuove sfide a coloro che sono al potere. Nel suo libro del 2001 “Doing Democracy” [Praticare la democrazia], Bill Moyer, un addestratore veterano dei movimenti sociali, sottolinea l’importanza delle “azioni condotte con sociodrammi” che “rivelano chiaramente al pubblico come i detentori del potere violano i valori ampiamente condivisi dalla società”. Mediante manifestazioni di resistenza ben pianificate – che vanno da marce e picchetti creativi a boicottaggi e altre forme di non collaborazione fino a interventi più conflittuali come sit-in e occupazioni – i movimenti si impegnano in un processo di “politica come teatro” che, nelle parole di Moyer, “creano una crisi sociale pubblica che trasforma un problema sociale in un problema pubblico critico”.

Il tipo di proposte limitate che sono utili nei negoziati politici dietro le quinte non sono di solito il genere di rivendicazioni che ispira un ‘sociodramma’ efficace. Commentando a proposito di questo tema, il noto organizzatore della New Left [Nuova sinistra] e attivista anti-Vietnam Tom Hayden sostiene che i nuovi movimenti non sorgono sulla base di interessi limitati o di ideologie astratte, ma sono mossi da un genere specifico di temi carichi di simboli, cioè “ferite morali che impongono una risposta morale”. Nel suo libro “The Long Sixties” [I lunghi anni sessanta] Hayden cita numerosi esempi di tali ferite. Includono la desegregazione dei locali pubblici per il movimento dei diritti civili, il diritto di volantinaggio per il movimento per la libertà di espressione di Berkeley e la denuncia da parte del movimento dei lavoratori agricoli della “zappa dal manico corto”, un attrezzo divenuto emblematico dello sfruttamento dei lavoratori immigrati perché li costringeva a un insostenibile lavoro piegati nei campi.

Per certi versi questi temi rivoltano sottosopra il parametro della “realizzabilità”. “Le rivendicazioni non erano semplicemente di tipo materiale, che potevano essere risolte con leggeri aggiustamenti dello status quo”, scrive Hayden. Ponevano, invece, sfide uniche ai gruppi al potere. “Desegregare un locale pubblico avviava un processo diretto alla desegregazione di istituzioni più vaste; permettere il volantinaggio agli studenti legittimava la voce in capitolo degli studenti nelle decisioni; vietare la zappa dal manico corto significava accettare la regolamentazione del luogo di lavoro”.

Forse non sorprendentemente il contrasto tra rivendicazioni simboliche e strumentali può creare conflitti tra attivisti provenienti da tradizioni organizzative diverse.

Saul Alinsky era scettico sullle azioni che producevano soltanto “vittorie morali” e derideva le dimostrazioni simboliche che considerava mere trovate di propaganda. Ed Chambers, subentrato ad Alinsky nella Industrial Areas Foundation, ha condiviso i dubbi del suo mentore riguardo alle mobilitazioni di massa. Nel suo libro “Root for Radicals” [Radici per radicali] Chambers scrive: “I movimenti degli anni 1960 e 1970 – il movimento per i diritti civili, il movimento contro la guerra, il movimento delle donne – erano vivaci, spettacolari e attraenti”. Tuttavia nella loro dedizione a “temi romantici”, ritiene Chambers, erano troppo concentrati sull’attirare l’attenzione dei media piuttosto che nell’esigere conquiste strumentali. “I membri di questi movimenti si concentravano spesso su vittorie morali simboliche come mettere fiori nelle canne dei fucili dei membri della Guardia Nazionale, imbarazzando un politico per un momento o due, o facendo arrabbiare razzisti bianchi”, scrive. “Spesso evitavano ogni riflessione sul fatto che le vittorie morali conducessero o meno a qualche cambiamento reale”.

Ai suoi tempi Gandhi subiva critiche simili. Tuttavia l’impatto di campagne come la sua marcia verso il mare avrebbe offerto una formidabile confutazione di esse.

Difficile non ridere

Il satyagraha del sale – o campagna di resistenza nonviolenta avviata dalla marcia di Gandhi – è un esempio significativo dell’uso di confronti progressivi, militanti e disarmati per suscitare sostegno pubblico e attuare un cambiamento. E’ anche un caso in cui l’uso di rivendicazioni simboliche, almeno inizialmente, ha suscitato ridicolo e costernazione.

Quando venne incaricato di scegliere un obiettivo per la disobbedienza civile, la scelta di Gandhi fu assurda. Almeno quella fu la reazione comune alla sua fissazione sulla legge del sale come punto chiave su cui basare la sfida del Congresso Nazionale Indiano al dominio britannico. Deridendo l’enfasi posta sul sale, The Statesman scrisse: “E’ difficile non ridere, e immaginiamo che sarà questo l’umore della maggior parte degli indiani pensanti”.

Nel 1930 gli organizzatori concentrati sulla strumentalità all’interno del Congresso Nazionale Indiano erano interessati a questioni costituzionali, se l’India avrebbe acquistato maggior autonomia conquistando lo status di dominion e quali passi in direzione di tale soluzione avrebbero concesso i britannici. Le leggi sul sale erano, al massimo, una preoccupazione minore, non certo ai primi posti nella loro lista di rivendicazioni. Il biografo Geoffrey Ashe sostiene che, in tale contesto, la scelta del sale da parte di Gandhi come base per una campagna fu “la più bizzarra e più brillante sfida politica dei tempi moderni”.

Fu brillante perché la violazione della legge sul sale era carica di significato simbolico. “Prossimo all’aria e all’acqua”, sostenne Gandhi, “ il sale è forse la maggiore necessità della vita”. Era una semplice merce che tutti erano costretti ad acquistare e che il governo tassava. Fin dai tempi dell’impero del Gran Mogol il controllo dello stato sul sale era una realtà odiata. Il fatto che agli indiani non fosse permesso di raccogliere il sale dai depositi naturali o di setacciarlo dal mare era una chiara illustrazione di come una potenza straniera stesse traendo ingiusti profitti dal popolo e dalle risorse naturali del subcontinente.

Poiché la tassa colpiva tutti, il malcontento era avvertito universalmente. Il fatto che gravava più pesantemente sui poveri accresceva l’indignazione. Il prezzo del sale applicato dal governo, scrive Ashe, “includeva un’imposta, non grande ma sufficiente a costare a un lavoratore con famiglia fino a due settimane di salario l’anno”. Era una ferita morale da manuale. E il popolo rispose rapidamente all’attacco di Gandhi contro di essa.

In effetti, quelli che avevano ridicolizzato la campagna ebbero presto motivo di smettere di ridere. In ciascun villaggio attraversato dai satyagrahi essi attiravano grandi folle, fino a 30.000 persone, che si radunavano per vedere i pellegrini pregare e sentire Gandhi parlare della necessità di autogoverno. Come scrive la storica Judith Brown, Gandhi “capì intuitivamente che la resistenza civile era in molti modi un esercizio di teatro politico, dove il pubblico era importante quanto gli attori”. Dopo la processione, centinaia di indiani che lavoravano in posti amministrativi locali del governo imperiale diedero le dimissioni.

Dopo che la marcia ebbe raggiunto il mare e iniziò la disobbedienza, la campagna raggiunse una dimensione impressionante. In tutto il paese gruppi molto numerosi di dissidenti cominciarono a setacciare il sale e a scavarlo dai depositi naturali. Il Congresso Nazionale Indiano creò un proprio deposito del sale e gruppi di attivisti organizzati guidarono irruzioni nonviolente nelle saline governative, bloccando strade e ingressi con i loro corpi, nel tentativo di bloccare la produzione. Articoli di stampa sui maltrattamenti e i ricoveri in ospedale che ne seguirono furono diffusi in tutto il mondo.

Presto la disobbedienza si estese a includere rimostranze locali e a intraprendere altri atti di non collaborazione. Milioni aderirono al boicottaggio di abbigliamento e liquori britannici, un crescente numero di funzionari di paese si dimise e, in alcune province, i contadini si rifiutarono di pagare le imposte fondiarie. In forme sempre più varie la disobbedienza di massa fece presa in un vasto territorio. E nonostante gli energici tentativi di repressione delle autorità britanniche, continuò mese dopo mese.

Identificare temi che potessero “attrarre vasto sostegno e conservare la coesione del movimento”, osserva la Brown, non era “un compito semplice in un paese dove c’erano simili differenze regionali, religiose e socioeconomiche”. E tuttavia il sale fu precisamente all’altezza delle aspettative. Motilal Nehru, padre del futuro primo ministro, osservò con ammirazione: “La sola meraviglia è che non ci abbia pensato nessun altro”.

Oltre il patto

Se la scelta del sale come rivendicazione era stata controversa, lo stesso fu il modo in cui Gandhi concluse la campagna. Giudicando secondo parametri strumentali la soluzione del satyagraha del sale fu una delusione. Agli inizi del 1931 la campagna si era riverberata in tutto il paese e tuttavia stava perdendo slancio. La repressione aveva preteso il suo pedaggio, gran parte della dirigenza del Congresso era stata arrestata e i disobbedienti fiscali le cui proprietà erano state sequestrate dal governo stavano affrontando significative difficoltà finanziarie. Politici moderati e membri della comunità degli affari che sostenevano il Congresso Nazionale Indiano si appellarono a Gandhi per una soluzione. Anche molti militanti dell’organizzazione concordavano sul fatto che era il caso di dialogare.

Conseguentemente Gandhi accettò negoziati con Lord Irwin nel febbraio 1931 e il 5 marzo i due annunciarono un patto. Sulla carta, hanno sostenuto molti storici, fu una doccia fredda. I termini chiave dell’accordo non apparivano certo favorevoli al Congresso Nazionale Indiano: in cambio della sospensione della disobbedienza civile sarebbero stati rilasciati i dimostranti in carcere, le accuse a loro carico sarebbero state archiviate e, con alcune eccezioni, il governo avrebbe cancellato le ordinanze repressive di polizia che aveva imposto durante il satyagraha. Le autorità avrebbero restituito le sanzioni incassate dal governo per la resistenza fiscale e le proprietà sequestrate che non erano state ancora vendute a terzi. E agli attivisti sarebbe stato consentito di continuare un boicottaggio pacifico del vestiario britannico.

Tuttavia il patto rimandava a colloqui successivi la discussione di questioni riguardanti l’indipendenza, con i britannici che non si impegnavano ad allentare la loro presa sul potere. (Gandhi avrebbe partecipato in seguito nel 1931 a una tavola rotonda a Londra per proseguire i negoziati, ma tale incontro fece pochi progressi). Il governo si rifiutò di condurre un’inchiesta sul comportamento della polizia durante la campagna di proteste, cosa che era stata richiesta con fermezza dagli attivisti del Congresso Nazionale Indiano. Infine, cosa forse più sconcertante, la stessa Legge del Sale sarebbe rimasta in vigore, con la concessione che ai poveri delle aree costiere sarebbe stato consentito di produrre sale in quantità limitate per uso personale.

Alcuni dei politici più vicini a Gandhi si sentirono estremamente sgomenti per i termini dell’accordo e una varietà di storici ha aderito alla loro valutazione che la campagna aveva mancato di conseguire i propri obiettivi. A posteriori è certamente legittimo discutere se Gandhi concesse troppo nei negoziati. Al tempo stesso giudicare l’accordo soltanto in termini strumentali significa non coglierne l’impatto più vasto.

Rivendicare una vittoria simbolica

Se non guardando alle conquiste graduali a breve termine, come fa a misurare il proprio successo una campagna che impiega rivendicazioni o tattiche simboliche?

Nel caso di mobilitazioni di massa che trainano una lotta ci sono due essenziali metri per giudicare il successo. Poiché l’obiettivo a lungo termine del movimento consiste nell’indirizzare l’opinione pubblica su un tema, la prima misura è se una data campagna ha conquistato maggior sostegno popolare per una causa del movimento. La seconda misura è se una campagna costruisce il potenziale per il movimento per crescere ulteriormente. Se un’iniziativa consente agli attivisti di lottare un altro giorno da una posizione di maggior forza – con più adesioni, maggiori risorse, rafforzata legittimazione e un arsenale tattico ampliato – gli organizzatori possono sostenere in modo convincente di aver avuto successo, indipendentemente dal fatto che la campagna abbia conseguito progressi significativi in sedute negoziali a porte chiuse.

In tutta la sua carriera come negoziatore Gandhi ha sottolineato l’importanza di essere disponibili a compromessi su ciò che non è essenziale. Come osserva Joan Bondurant nel suo perspicace studio sui principi del satyagraha, uno dei suoi principi politici era la “riduzione delle rivendicazioni a un minimo coerente con la verità”. Il patto con Irwin, riteneva Gandhi, gli offriva tale minimo, consentendo al movimento di chiudere la campagna in modo dignitoso e di prepararsi alla lotta futura. Per Gandhi il consenso del vicerè a consentire eccezioni alla legge del sale, anche se limitate, rappresentava un trionfo cruciale, di principio. Inoltre egli aveva costretto i britannici a negoziare alla pari, un precedente vitale che si sarebbe esteso a successivi colloqui sull’indipendenza.

A modo loro molti avversari di Gandhi hanno concordato sul significato di queste concessioni, considerando il patto un passo falso di durature conseguenze per le potenze imperiali. Come scrive Ashe, la burocrazia britannica a Delhi “sempre, da allora … si è lamentata per la mossa di Irwin considerandola un errore fatale da cui il Raj non si riprese mai”. In un discorso oggi famigerato Winston Churchill, un difensore di spicco dell’Impero Britannico, dichiarò di essere “allarmato e anche nauseato nel vedere il signor Gandhi … marciare seminudo sugli scalini del palazzo del vicerè … per trattare su basi di parità con il rappresentante del Re-Imperatore”. La mossa, affermò, aveva consentito a Gandhi – un uomo che egli considerava un “fanatico” e un “fachiro” – di uscire di prigione e di “[emergere] sulla scena come vincitore trionfante”.

Mentre gli addetti ai lavori avevano idee diverse sul risultato della campagna, il vasto pubblico era molto meno ambiguo. Subhas Chandra Bose, uno dei radicali del Congresso Nazionale Indiano che era scettico riguardo al patto di Gandhi, dovette rivedere il suo giudizio quando constatò la reazione nelle campagne. Come racconta Ashe, quando Bose viaggiò con Gandhi da Bombay a Delhi “vide ovazioni quali non aveva mai visto in precedenza”. Bose riconobbe la rivalsa. “Il Mahatma aveva giudicato correttamente”, prosegue Ashe. “Secondo ogni regola della politica aveva subito uno scacco. Ma agli occhi del popolo il semplice fatto che l’Inglese fosse stato indotto a negoziare invece di impartire ordini superava ogni altro dettaglio.”

Nella sua autorevole biografia di Gandhi del 1950, letta diffusamente ancor oggi, Louis Fischer offre una visione molto spettacolare dell’eredità della Marcia del Sale: “L’India era a quel punto libera”, scrive. “Tecnicamente, legalmente, nulla era cambiato. L’India era ancora una colonia britannica.” E tuttavia dopo il satyagraha del sale “era inevitabile che la Gran Bretagna dovesse un giorno rifiutarsi di dominare l’India e che l’India un giorno si sarebbe rifiutata di essere dominata”.

Storici successivi hanno cercato di offrire resoconti più sfumati del contributo di Gandhi all’indipendenza dell’India, prendendo le distanze da una prima generazione di biografie agiografiche che indicavano acriticamente Gandhi come il “padre di una nazione”. Scrivendo nel 2009, Judith Brown cita una varietà di pressioni sociali ed economiche che contribuirono alla partenza della Gran Bretagna dall’India, in particolare le svolte geopolitiche che accompagnarono la seconda guerra mondiale. Ciò nonostante ella riconosce che stimoli come la Marcia del Sale furono cruciali, svolgendo ruoli centrali nel costruire l’organizzazione e la legittimazione popolare del Congresso Nazionale Indiano. Anche se le sole manifestazioni di protesta di massa non cacciarono gli imperialisti, esse modificarono profondamente il paesaggio politico. La resistenza civile, scrive la Brown, “fu una parte cruciale del contesto in cui i britannici dovettero prendere decisioni su quando e come lasciare l’India.”

Come avrebbe fatto Martin Luther King Jr. circa tre decenni dopo, Gandhi accettò una soluzione che aveva un valore strumentale limitato ma che consentì al movimento di proclamare una vittoria simbolica e di emergere in una posizione di forza. La vittoria di Gandhi nel 1931 non fu una vittoria finale, né lo fu quella di King nel 1963. I movimenti sociali oggi continuano a combattere lotte contro razzismo, discriminazione, sfruttamento economico e aggressione imperiale. Ma, se vogliono, possono farlo aiutati dal potente esempio di predecessori che convertirono una vittoria morale in un cambiamento duraturo.

Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/how-did-gandhi-win/

Originale: Waging Nonviolence traduzione di Giuseppe Volpe

Revisione a cura del Centro Studi Sereno Regis

9 ottobre 2014

http://znetitaly.altervista.org/art/16036

Una replica a “Come fece Gandhi a vincere? Mark Engler e Paul Engler”

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