Hong Kong e oltre – Johan Galtung

Pechino dovrebbe ascoltare il suo eccellente mantra: “Un paese, due sistemi”. Una parte di quell’altro sistema è la democrazia. L’Inghilterra non l’ha mai praticata durante 150 anni di conquista e colonialismo – temendo anche che Hong Kong potesse scegliere la propria indipendenza dal Regno Unito proprio con il voto – ma uno standard così basso non è una scusa. E la democrazia oggi cavalca un’agenda in espansione, molto più che periodiche elezioni multi-partitiche eque e libere che la Cina non pratica, per proprie ragioni.

La Cina sperimenta una democrazia locale e Hong Kong è locale. La democrazia oggi si muove a favore dell’elezione diretta del primo dirigente di governo; nel caso di Hong Kong, del governatore, nel 2017. Ciò vuol dire avere una scelta fra candidati con visioni differenti, non un governatore nominato, che sia da Pechino o dal consiglio governativo di Hong Kong.

Così, l’Indonesia è stata richiamata all’ordine dalla propria gente e dai media (“l’Indonesia fa passi indietro nel progresso democratico”, INYT, 27/28-09-14) per aver eliminato le elezioni dirette dei massimi dirigenti provinciali e locali. Anche se farli eleggere, nominare o accettare dall’assemblea di pari livello, come nella democrazia parlamentare, è molto frequente, pare che ci si muova comunque verso elezioni. Come nella democrazia presidenziale.

E in quanto al partito comunista cinese a favore di uno che “ama Hong Kong e ama la Cina”? La formula suona bene e coincide con la realtà in quasi tutti i paesi. Ma il problema è chi decide se il candidato corrisponde a quello o qualunque altro criterio, e la risposta dal movimento “Occupy Central with Peace and Love” [Occupare il Centro con pace e amore], con sit-in iniziati il 28 settembre, è molto chiara: la gente di Hong Kong. La gente di tutto il mondo vuol essere governata da propri affini, da uno dei suoi, neppure da qualcuno che potrebbe oggettivamente essere più competente e migliore per Hong Kong, ma che non sia uno dei loro.

Comunque, Pechino può condividere la paura di Londra: potrebbero ottenere l’indipendenza col voto, una città-stato come Singapore?

Probabilmente no. Senza sminuire affatto la loro devozione alla democrazia, qui si tratta soprattutto di un movimento studentesco. Come gli studenti di Tiananmen nel 1989 – che non furono massacrati ma scacciati, quel che accadde ai lavoratori è un’altra storia – possono avere un’agenda aggiuntiva. Dalla rivoluzione del 1980 di Deng Xiaopeng, il potere degli intellettuali – l’ex-classe dominante – è calato a favore di mercanti, coltivatori e operai. Il capitale, il denaro, è più su di rango che la conoscenza. Parlando con alcuni capi degli studenti di Tiananmen, i loro crucci sembravano essere sia la democrazia sia il proprio potere. Anche gli studenti di Hong Kong possono volere e questo e quella.

Al momento non è chiaro quanto dureranno i sit-in, come si gestisce il dissidio interno, che genere di dialogo ci sarà, come finirà tutto quanto. Bloccare strade-chiave a cittadini preoccupati di raggiungere il posto di lavoro, fare acquisti, alle ambulanze e alla polizia per le emergenze non è stata una buona strategia di nonviolenza.

A parte quello, immaginiamo che emergano vari candidati, che professino tutti il proprio affetto per Hong Kong, chi con più, chi con meno affetto per la Cina. Immaginiamo che gli studenti ne preferiscano “meno”. Ma la Federazione studentesca di Hong Kong è solo una piccola, attiva minoranza che si fa sentire, anche contando gli studenti di scuola superiore. La maggioranza forse preferisce “più [affetto]”, avendo l’impressione che la Legge Basilare (nota come Hong Kong Basic Law, vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Hong_Kong_Basic_Law , ndt) abbia funzionato e stia funzionando.

Immaginiamo qualunque altro paese che abbia al suo interno un altro “sistema”, sino al punto di avere la propria valuta, il dollaro di Hong Kong? Sapendo anche bene che competere con Shanghai, Guangzhou [=Canton], e a una certa distanza Singapore, non è facile, quell’essere parte di “Un solo paese” può essere un vantaggio? Hong Kong è dopo tutto una storia di successo economico.

Dovrebbero votare per la proprie indipendenza, e poi che cosa? La Cina può fare quel che quasi tutti i paesi farebbero: dire NO. È contro la nostra costituzione, il paese è uno e indivisibile. È qui la linea di demarcazione, non su come si nominano i candidati a primo dirigente di governo per Hong Kong; che farebbe parte del “sistema” democrazia di Hong Kong.

Comunque, immaginiamo che vogliano proprio l’indipendenza come città-stato?

Tralasciando che USA-UK esulterebbero e probabilmente c’entrano comunque nella faccenda, ebbene? Difficilmente la fine del mondo per la Cina. Taiwan è indipendente, e i rapporti sono ragionevoli. Hong Kong virgola Cina è di fatto indipendente eccetto che per la questione del governatore, la bandiera, e una guarnigione.

Una politica migliore sarebbe cedere sulla nomina, e invitare Taiwan a diventare Taiwan virgola Cina, anche senza bandiera e guarnigione. Seguita da Tibet virgola Cina; Uighur virgola Cina, Mongolia Interna virgola Cina. Con la Cina han, sei Cine.

La Cina ha già vissuto questo prima: il sistema tributario, dalla dinastia Zhou (1050-250 a.C.) ai Qing (1644-1911). In un documento presentato alla recente conferenza dell’ International Peace Research Association (Associazione Internazionale di Ricerche per la Pace, IPRA), Asena Demirer, professore all’università Yeditepe d’Istanbul, considera il sistema tributario della Cina un imperialismo benevolo (un altro caso è l’impero ottomano, ma non quelli occidentali). Fino a ben il 1908, poco prima della fine dei Qing, il Nepal pagava tributo a Pechino. Pagare tributo nel senso di rendere visita, non come qualcosa di pagato ma come segno di prossimità e rispetto, riconoscendo in Pechino un centro. Per Demirer l’impero cinese era culturalista piuttosto che strutturalista; in effetti quel che l’Inghilterra pratica adesso, sull’onda della lingua e di Shakespeare, per il Commonwealth e oltre, e non senza successo.

A Pechino va una lode non piccola per mantenersi imperturbata. Non c’è stato nulla come la brutalità della polizia militarizzata USA contro il movimento Occupy; ci sono stati perfino contatti con politici di vertice di Hong Kong. La Cina non è sprofondata al livello di “Come Israele zittisce il dissenso” (Mairav Zonszein, israeliano-statunitense, INYT 27/28-09-2014): cantando Morte agli arabi, Morte ai sinistrorsi; picchiando i dimostranti senza protezione della polizia, minacciando assassinii, difendendo lo status quo con ogni mezzo, “fascismo strisciante”.

Che anche USA e Israele abbiano da imparare qualcosa in fatto di democrazia?

6 ottobre 2014

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: Hong Kong and Beyond

https://www.transcend.org/tms/2014/10/hong-kong-and-beyond/

Una replica a “Hong Kong e oltre – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *