Io faccio così – Recensione di Cinzia Picchioni

cop-tarozzi-iofacciocosiDaniel Tarozzi, Io faccio così, chiarelettere, Milano 20132, pp. 356, € 14,50

Diviso per regioni italiane, il libro si presenta come il resoconto di un viaggio che l’autore ha compiuto a bordo di un camper, alla ricerca di chi ha deciso di aderire al movimento delle Transition Towns, applicando la resilienza. Le Transition Towns sono città resilienti, cioè adattabili a una situazione, che presto si realizzerà, in cui il petrolio non sarà più così disponibile e a basso costo. La società in cui viviamo «[…] è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza [significa che] Non siamo più adattabili. Se ad esempio i camionisti entrano in sciopero e i supermercati non vengono riforniti delle merci, non sappiamo come procurarci il cibo. Non conosciamo le erbe, non riconosciamo le piante, non sappiamo aggiustare le cose. Siamo abituati a pagare tutto e non sappiamo fare più niente. […] Basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza».

Sulla consapevolezza di questa realtà, l’autore ha compiuto un viaggio alla ricerca di testimonianze di persone, gruppi e città che stanno resistendo, che stanno applicando la resilienza, che stanno viaggiando verso la transizione. E dunque via, per 7 mesi e 7 giorni ha girato per l’Italia «reale», come intitola un paragrafo, l’Italia delle persone che cambiano, che hanno deciso di cambiare, poco o tanto tempo fa. Così Daniel Tarozzi ha incontrato persone, gruppi, realtà e comunità che raccontano «[…] di chi ce la fa, di modelli realmente alternativi a quelli vigenti […] il successo di modelli di vita “eversivi”, fondati da valori diversi dal consumo». Tali modelli possono minare le basi di questo sistema e «[…] se diffusi, potrebbero spingere milioni di persone ad agire allo stesso modo, a “uscire dal disegno”, a non aspettare più un salvatore, scegliendo di mettersi in moto, qui e ora, per seguire le orme di chi si è già mosso con successo». Ecco perché leggere questo libro, che non a caso si intitola Io faccio così, per invitarci a «fare», invece che solo pensare, riuscire invece che provare, lanciarci invece che esitare. Se qualcuno ce l’ha fatta, perché non noi? Ce l’hanno fatta (e ancora continuano) associazioni dai nomi meravigliosi: Genuino Clandestino, Rimescola, Anima terrae, Giardino della Gioia, Terre Frumentarie, Made in Carcere, Cucina Meridiana, Utopie sorridenti, Galline felici, Bimbiveri.

Ce l’hanno fatta (e ancora continuano) le realtà elencate qui sotto, ma le loro esperienze sono troppo lunghe, troppo belle, troppo piene di speranza perché io potessi scriverne. Perciò ho scelto di riportare quel che si trova cercando fra le pagine del libro che presentiamo, messo giù così, quasi a casaccio. Nell’Indice del libro le esperienze sono invece suddivise per regioni, perciò chi voglia approfondire non ha che da chiedere il libro alla Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino e/o acquistare il libro in una libreria, magari quella piccola nel quartiere o quella che è anche edicola nel paese di provincia… e prima di cominciare la lettura della lista qui sotto considerate che l’autore ha incontrato tutti i nomi dell’elenco, e ha raccontato, una per una, le esperienze qui riassunte in un nome:

  • Biodivercity, geniale nome che unisce la città (city) alla biodiversità se pronunci ilnome viene fuori biodiversiti) è il progetto di orti sul balcone/terrazzo nato a Bologna;
  • Fattoria dell’autosufficienza;
  • MAG e finanza etica;
  • orti sul balcone;
  • città e cittadine in transizione;
  • associazione dei comuni virtuosi;
  • centrali a biogas;
  • associazioni contro le mafie;
  • beni comuni davvero;
  • nuovi soldi: gli SCEC oppure i Sardex al posto dell’euro per una rete che in tre anni ha coinvolto più di 1000 aziende (il Sardex permette «una sorta di baratto multilaterale istituzionalizzato»);
  • valli vegane;
  • parchi delle energie rinnovabili;
  • scuole di sviluppo sostenibile;
  • i clown dottori;
  • ri-abitanti della terra (nel senso di humus);
  • scuole libertarie;
  • reti di economia etica e solidale;
  • empori Qb (che sta per «Quanto basta»);
  • agricoltura biologica;
  • aziende di detersivi ecologici;
  • Tribù di noci sonanti;
  • bioregionalisti estremi e non;
  • le CaseMatte di L’Aquila dopo il terremoto;
  • famiglie in cui i genitori lavorano un anno per uno, a turno;
  • a Casal di Principe un’associazione per le persone autistiche (e non solo quello che ci dicono i tg);
  • parto in casa;
  • un «Gruppo risveglio dal sonno» a Scampia;
  • un Mammut contro la camorra;
  • un Albero Vagabondo per la salvaguardia dell’ambiente, in provincia di Avellino;
  • gente che vive con gli asini (che non si montano, ti accompagnano);
  • prèsidi che mettono le maestre a zappare la terra come programma didattico;
  • la nota associazione Libera, in Puglia, accanto a un Centro di medicina sociale;
  • ecovillaggi e comuni libertarie;
  • orti con verdure che non devono essere innaffiate;
  • esperienze di co-working dentro i Sassi di Matera;
  • Guerrilla Gardening;
  • comitato NoTriv e Civiltà Contadina in Basilicata;
  • un Salone dei Rifiutati per imparare ad aggiustare le cose rotte e riutilizzarle;
  • don Panizza e la sua comunità contro il pizzo;
  • Sos Rosarno e le sue arance vendute a un prezzo giusto;
  • gruppi che offrono a detenuti la possibilità di lavorare;
  • contadini siciliani del metodo del giapponese Fukuoka;
  • Mondiali antirazzisti e Mago Riciclone in quel di Palermo;
  • GAT (no, non proteggono i gatti, sono Gruppi d’Acquisto Terreni);
  • la Comune di Bagnaia dove non esiste la proprietà privata;
  • Francuccio Gesualdi e il Centro Nuovo Modello di Sviluppo;
  • Strategia Rifiuti Zero in provincia di Siena;
  • vigne potate gentilmente e «il cambiamento inizia spalando letame» in Friùli;
  • ARCA, cioè Assieme Resistiamo Contro l’Autostrada;
  • e anche Assieme per il Tagliamento;
  • Passamano, il negozio senza soldi;
  • Banche del Tempo diffusissime in Trentino;
  • bioasili in Liguria, e la comunità Torri Superiore e l’associazione meditAmare;
  • SpeziaViaDalCarbone, con gli ammalati di tumore dei dintorni di Savona;
  • botteghe di «slow fashion», per una moda di qualità;
  • Domus Amigas per l’ospitalità diffusa in Sardegna;
  • una «Donna sarda 2012» che coordina il più grande polo produttivo in bioedilizia in Italia, La Casa verde CO2.0;
  • l’Accademia di permacultura che ha organizzato un’assemblea plenaria per scambiarsi esperienze sulla tecnica di coltivazione cominciata nel 2000 e diffusasi rapidamente, sulla scia dell’assioma che «Chi fa permacultura si deve divertire»;
  • Olinda e i «mattacchioni» dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano;
  • gente che insegna a «leggere» i nuovi mezzi di comunicazione, affinché un ragazzino possa sviluppare un senso critico «[…] che lo renderà meno permeabile ai messaggi subliminali ed espliciti dei media»;
  • FAI MENO Strada per diminuire i camion sulla strada eliminando le corse a vuoto (riempiendoli con merce trasportata collettivamente);
  • Stop al consumo di territorio, in Lombardia (!);
  • Stefania Rossini che vive con 5 euro al giorno (ma la sua famiglia è composta da 5 persone, suo marito, i loro tre figli e lei!), troverete qui fra poco recensito il libro sulla sua esperienza;
  • le parole di Guido Dalla Casa, per il quale l’ecologia profonda: «[…] Vede la Terra come l’organismo cui apparteniamo […] ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico grande organismo», mentre l’ecologia superficiale «[…] richiede soltanto di diminuire il più possibile gli inquinamenti e salvare alcune aree intatte per il beneficio dell’uomo. Considera la Terra come la casa dell’uomo. In sostanza, tutto può andare come prima, con qualche accorgimento tecnico e qualche depuratore»);
  • il bioregionalismo (niente a che vedere con la Lega Nord);
  • Vedelago e il 99% di riciclaggio;
  • i notissimi Bilanci di Giustizia;
  • Venezia e la progettazione partecipata perché «Venezia era la capitale dell’artigianato. Ora è la capitale del ricordino»;
  • Venezia e il comitato No grandi navi;
  • la decrescita anche in Val d’Aosta, accanto alla bellezza;
  • l’etinomia? Ovviamente ha a che fare con un’economia etica, lo dice il nome, ed è un’associazione di imprenditori etici per la difesa dei beni comuni, in Piemonte;
  • inevitabile visitare gli oppositori al Treno ad Alta Velocità;
  • Biella e Pistoletto sono un’altra coppia inscindibile in Piemonte;
  • e naturalmente non poteva mancare Maurizio Pallante e la decrescita e anche l’università del cibo di Pollenzo e Slow Food;
  • Damanhur comprensiva di polemiche ha avuto un buon impatto sull’autore, tanto che il capitolo sul Piemonte è stato aperto con quest’esperienza.

 

 

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