Come uscire dalla NATO: la denuclearizzazione è il grimaldello! – Alfonso Navarra

Il Patto atlantico e la NATO sono due cose diverse. Questa realtà può essere richiamata, ad es. dalla decisione di De Gaulle nel 1966, che fece uscire la Francia dal comando militare NATO per poter perseguire il proprio autonomo programma di “difesa” nucleare. Il centro politico del Trattato venne quindi trasferito da Parigi a Bruxelles, mentre il quartier generale militare (SHAPE, ovvero Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si trova oggi poco più a sud, nella città di Mons.

Il Patto atlantico è un accordo politico, firmato a Washington, negli Stati Uniti, il 4 aprile 1949.

I fondatori sono 12 Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Norvegia.

Poi, mano a mano, aderiscono altri Paesi: Grecia (1952), Turchia (1952), Germania Ovest (1955), Spagna (1982).

Comincia quindi l’allargamento a Est: Polonia (1999), Rep. Ceca (1999), Ungheria (1999), Bulgaria (2004), Estonia (2004), Lettonia (2004), Lituania (2004), Romania (2004), Slovacchia (2004), Slovenia (2004), Albania (2009), Croazia (2009).

Sono candidate all’adesione secondo la procedura MAP (Membership Action Plan), istituita nel 1999: Macedonia e Montenegro. Ma è previsto che entrino nel MAP i seguenti paesi: Ucraina, Georgia, Bosnia Erzegovina.

E’ interessante rilevare che. dei 28 Stati membri della NATO22 sono anche membri dell’Unione Europea, mentre 24 di questi sono membri a vario titolo (membri effettivi, membri associati, paesi osservatori, partner associati) dell’Unione dell’Europa Occidentale (UEO) che con il Trattato di Lisbona è passata sotto il controllo UE.

La cooperazione militare prevede anche la struttura esterna del Partenariato Euro-Atlantico, o Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC), creato il 27 maggio 1997 al vertice di Parigi. Questo Forum include 23 Paesi tra i quali il principale è la Russia. Attualmente è noto che i temi caldi del Consiglio NATO-Russia sono:  lotta al terrorismo internazionale con speciale riguardo alla stabilizzazione e messa in sicurezza dell’area Afghanistan-Pakistan, progressivo disarmo nucleare con anche il problema dello scudo missilistico in Europa dell’Est e il cruciale fattore Iran, questione del contestato allargamento NATO a Georgia e Ucraina e quindi a ridosso dei confini russi del cosiddetto “Near Abroad”.

Il Trattato politico originario afferma che “le Parti confermano la loro fede nei principi e negli scopi nella Carta dell’ONU ed il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e i governi. Sono determinate a salvaguardare la libertà, il comune retaggio di civiltà dei loro popoli, fondato sui principi della democrazia, della libertà individuale e dell’imperio della legge. 

Esse tendono a promuovere la stabilità ed il benessere nell’area Nord-Atlantica. Sono risolute a unire i loro sforzi per la difesa collettiva e per la preservazione della pace e della sicurezza“.

Il suo punto chiave è l’articolo V in cui viene dichiarato che ogni attacco ad una nazione tra quelle appartenenti alla coalizione verrà considerato come un attacco alla coalizione stessa.

Il Patto atlantico trae origine dall’ideologia di una “società occidentale”, fondata sulla libertà individuale, sul “libero mercato”, sullo “Stato di diritto”,  sulla democrazia espressione della divisione dei poteri e del controllo della stampa libera, di fatto contrapposta ad un “sistema orientale” imperniato sul totalitarismo dell’URSS.

Quindi si trattava, nella retorica pubblica, di difendere una (falsa o comunque molto limitata) “libertà” dall’attacco di una (falsa) “eguaglianza”.

La necessità del Patto atlantico era il prendersi l’impegno di garantire la sicurezza del “mondo libero” dalla “minaccia comunista”: da questo impegno politico sarebbe derivato lo strumento pratico, la NATO, che avrebbe messo insieme i propri dispositivi di difesa, per reagire “come un sol uomo” ad un eventuale attacco.

La NATO è quindi l’organizzazione militare integrata, “organo” del Patto atlantico sopra richiamato. La sigla NATO sta per: North Atlantic Treaty Organization.

L’egemonia USA, come poi si spiegherà più in dettaglio, nell’organizzazione è evidente, ma la gestione di essa avviene secondo principi formalmente egualitari:

– ogni attività dell’Organizzazione avviene sulla base di decisioni prese a consenso unanime, anche ai livelli organizzativi più bassi;

– ogni paese contribuisce alle capacità militari della NATO secondo un principio di contribuzione volontaria;

– le truppe o i materiali messi a disposizione della NATO, dalle varie Nazioni, sono sotto comando permanente della nazione che li esprime, e vengono assegnati alla NATO ed impiegati da un Comandante NATO, solo in caso di necessità;

– le truppe assegnate alla NATO durante un’operazione (per esempio, ISAF), vengono impiegate dal comandante NATO secondo criteri di impiego delle truppe definiti in un “piano operativo” (OPLAN) approvato a livello di “Comando strategico” (Comando Alleato per le operazioni, Allied Command Operations, ACO). Tuttavia, le “regole di ingaggio” (rules of engagement, ROE), ossia la caratterizzazione pratica delle azioni militari, sono espressamente concordate con il Governo della Nazione di appartenenza delle truppe che, per verificarne la loro osservanza, mantiene nell’Area di Operazioni un proprio Rappresentante Nazionale di alto livello (Senior National Representative, SNR);

– i costi di funzionamento dell’Alleanza sono ripartiti tra i paesi membri in funzione dei loro PIL;

– nessuna attività (operativa, logistica e addestrativa) viene operata in ambito NATO senza che sia preceduta da un’apposita votazione, in cui ogni paese membro esprime la propria volontà;

– Tutti i paesi membri della NATO hanno, in teoria, la stessa importanza. Ognuno di essi esprime un voto nei vari momenti decisionali ed ogni Paese membro può impedire che una decisione venga presa (anche quella più importante) attraverso l’uso del veto.

La NATO, in quanto fondamentale strumento di collaborazione politica tra i Paesi membri, si articola in una duplice struttura: struttura politica e struttura militare.

Struttura politica della NATO.

L’Alleanza è governata dai suoi 28 Stati membri, ognuno dei quali ha una delegazione presso la sede centrale della NATO a Bruxelles. Il più anziano membro di ciascuna delegazione è chiamato “Rappresentante permanente”. L’organizzazione politica della NATO, come si è detto, è basata sulla regola del consenso unanime e comprende:

– il Consiglio del Nord Atlantico (North Atlantic Council, NAC), è formato dai Rappresentati permanenti ed è l’organismo con l’effettivo potere politico all’interno della NATO. Si riunisce almeno una volta a settimana e occasionalmente vengono realizzati con l’integrazione di Ministri degli esteri, Ministri della difesa o Capi di stato e di governo: questi incontri sono quelli in cui solitamente l’alleanza prende le decisioni politiche più importanti;

– l’Assemblea parlamentare (Parliamentary Assembly), è formata da legislatori dei parlamenti dei Paesi membri integrati da quelli di 13 paesi associati. È ufficialmente una struttura parallela ma staccata dalla NATO: il suo scopo è quello di riunire deputati dei paesi NATO per discutere di temi relativi alla sicurezza e alla difesa;

– il Segretario generale (Secretary General, NATO SG) proviene da uno dei Paesi membri europei, presiede il Consiglio e rappresenta la NATO a livello internazionale, ed è affiancato dal Vice Segretario generale (Deputy Secretary General, NATO DSC).

Struttura militare della NATO

L’organizzazione militare della NATO è articolata in vari comandi con sedi nei diversi paesi membri. Al vertice è costituita da:

Military Committee (NMC) con sede Bruxelles in Belgio. È formato dai rappresentati militari dei Paesi membri ed ha il compito di decidere le linee strategiche di politica militare della NATO. Provvede inoltre alla guida dei comandanti strategici, i cui rappresentanti partecipano alle sedute del Comitato, ed è responsabile per la conduzione degli affari militari dell’Alleanza. Il rappresentante militare è l’altra figura rilevante della delegazione permanente dei Paesi membri presso la NATO ed è un ufficiale con il grado di generale di corpo d’armata o corrispondente che proviene dalle forze armate di ciascun paese membro.

Dal Military Committee dipendono:

International Military Staff (IMS), responsabile dell’amministrazione degli Enti militari

Allied Command Transformation (ACT) con sede Norfolk negli Stati Uniti, responsabile della redazione delle strategie future e dell’elaborazione della dottrina operativa, logistica ed addestrativa NATO.

Allied Command Operations (ACO) con sede Mons in Belgio, responsabile delle attività di comando sulle forze NATO impiegate in operazioni, nonché in capo agli enti territoriali dislocati in Europa.

Le tre fasi della storia della NATO

Sul Corriere della sera del 16 maggio 2014, nella sua rubrica delle lettere, l’ex ambasciatore Sergio Romano, rispondendo ad un lettore che gli pone interrogativi sulla salute e sul ruolo della NATO, individua tre fasi nella sua storia: 1) il periodo della Guerra Fredda dell’Occidente contro l’URSS; 2) il periodo, aperto dalla instaurazione del regime degli Aiatollah in Iran, del controllo del “fianco Sud” con gli “interventi fuori area”; 3) il periodo in cui serve essenzialmente da presidio americano per controllare l’Europa.

Vale la pena riportare la risposta di Romano per intero:

Nel corso degli ultimi 65 anni non vi è stata una sola Nato. Sino agli inizi degli anni Ottanta l’organizzazione militare del Patto Atlantico fu una struttura della Guerra fredda, concepita per preparare gli Alleati all’eventualità di un conflitto con l’Unione Sovietica. Ma sin dalla fine degli anni Settanta la rivoluzione iraniana aveva indotto gli Stati Uniti a chiedersi se la Nato non avesse bisogno di un aggiornamento. Con la fuga dello Scià da Teheran e l’avvento in Iran di un regime teocratico, Washington aveva perduto il suo maggiore alleato nel Golfo Persico e pensava che il modo migliore per colmare il vuoto  fosse quello di preparare la Nato a intervenire «fuori area». Molti alleati avevano dubbi e perplessità, ma gli americani insistevano perché il problema venisse discusso e studiato.  La discussione fu interrotta dalla caduta del muro di Berlino, dalla unificazione tedesca e dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica. Molti americani – politici, diplomatici, capi militari – cominciarono a chiedersi se l’esistenza della organizzazione fosse ancora giustificata dal nuovo quadro politico europeo. La riflessione continuò durante la presidenza di Bill Clinton quando prevalse infine a Washington la convinzione che la Nato fosse ancora utile.  Avrebbe permesso agli americani di conservare le loro basi militari in Europa. Avrebbe accolto tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico che desideravano godere della protezione degli Stati Uniti. Avrebbe conferito un apparente carattere collegiale a tutte le operazioni volute dall’America. Al vertice di Pratica di Mare, nel 2002, fu creata una sorta di partenariato con l’Unione Sovietica; ma nella realtà gli Stati Uniti continuarono ad agire come se la Russia fosse un potenziale nemico e ne dettero la prova quando cominciarono a installare basi missilistiche in Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia. Da allora, caro Martinelli, l’organizzazione militare del Patto Atlantico è stata lo strumento di cui gli Stati Uniti si sono serviti per costringere la Serbia ad abbandonare il Kosovo, per rafforzare con il contributo degli Alleati il corpo di spedizione che ha combattuto in Afghanistan, per lanciare ammonimenti contro la Russia nel corso della crisi ucraina, per assicurare con le loro basi europee la logistica e i servizi di tutte le forze militari americane dislocate in Europa,  Africa e Asia occidentale. Potremo parlare di unità politica dell’Europa soltanto quando ci chiederemo se sia compatibile con la nostra partecipazione a questo vecchio strumento della Guerra fredda“.

L’egemonia americana sulle strutture politiche e militari della Nato

Caratteristica saliente della NATO è il suo carattere “integrato”: i comandi militari sono “integrati”, i servizi segreti sono “integrati”, l’integrazione spingendosi sino all’adozione di sistemi d’arma consorziali e/o comuni, persino in un munizionamento unico per le armi dei vari eserciti nazionali.

Va da se che l’integrazione ha un potere condizionante “in profondo” che muta la natura ordinaria dell’alleanza in qualcosa di più vincolante. Teoricamente, da un’alleanza si dovrebbe poter uscire con relativa semplicità, anche in base a mutamenti di indirizzo politico che possono verificarsi in uno dei Paesi contraenti. Le vicende storiche concrete invece mostrano che da un organismo transnazionale così integrato diventa difficilissimo uscire unilateralmente, fino al punto che si assiste ad un ribaltamento completo della logica delle cose: non è più la leadership liberamente espressa da una Nazione a scegliere di volta in volta se restare o meno nell’Alleanza, ma è questa – il sui sistema “integrato”- a consentire o meno l’avvicendarsi delle varie leadership nazionali in base alla “coerenza” e “compatibilità” politiche tra queste ed essa.

Altra caratteristica singolare della NATO è il dislocamento dei vari eserciti “integrati”. Contrariamente a quanto avviene normalmente tra nazioni alleate su un piano di parità in periodo di pace, le truppe NATO, in massima parte americane, stazionano abitualmente nei vari Paesi membri.  Ancora oggi circa 70.000 uomini delle forze armate americane sono normalmente di stanza, in apposite basi fisse, nei Paesi europei: anche questo, è ovvio, ha un potere condizionante non indifferente.

E’ dispersivo e defatigante ricordare nei dettagli i vari (e veri) meccanismi con cui, all’interno dell’Alleanza, delle sue strutture politico/militari, viene operato il condizionamento statunitense sugli alleati: molto spesso si tratta di prassi che si esercitano di fatto, pur non essendo previste e regolate da alcunché, (e la loro forza ed efficacia risiede proprio in questo).

Dovrebbe essere logico almeno ipotizzare che una “Alleanza” in cui uno dei suoi membri è un gigante rispetto ad altri membri “nani” , con il mano oltre il 95% delle testate nucleari e con il budget militare al 75%, non può non determinare un pesante condizionamento sugli altri Stati. Un condizionamento che, pur non essendo dotato di alcun meccanismo specificamente disposto a garantirlo (non c’è tale necessità), è assolutamente operante nei fatti.

Benché in teoria la NATO sia un’organizzazione paritaria tra più nazioni, con organi decisionali collegiali, al suo interno non si vota mai: le decisioni sono sempre prese all’unanimità, come a dire che sono già concordate prima che si arrivi agli organismi formalmente predisposti a prenderle. La dissociazione tra lettera del Trattato e la sua realtà effettuale è tutta in una serie di svuotamenti progressivi degli organismi previsti, nella proliferazione di altri non previsti, nello slittamento surrettizio dei poteri effettivi dagli uni agli altri, etc. Ad es., teoricamente il massimo organismo militare della NATO dovrebbe essere il Comitato Militare, da cui dipende lo Stato Maggiore integrato (quello ai cui vertici si trovano spesso degli europei). Nella realtà il Comitato Militare è stato progressivamente svuotato di significato, lo stato maggiore internazionale è un organismo pletorico, di rappresentanza, così che la massima autorità militare in Europa di fatto finisce con l’essere il SACEUR – come a dire il comandante delle Forze USA in Europa – il quale ovviamente agisce in base a piani elaborati al Pentagono, secondo gli interessi degli Stati Uniti, ed in caso di crisi risponderebbe solo agli ordini del Presidente americano.

La NATO è stata ben definita a suo tempo da Regis Debray nel suo libro: “I due Imperi contro l’Europa”, come “un meccanismo, non una macchinazione”.

La NATO è essenzialmente un efficace strumento di controllo dell’Impero USA su un’area egemonica di sua competenza, con gli alleati in quanto “soci subalterni”, che diventa pericoloso per la pace laddove laddove la politica estera americana si muove seguendo “venti di guerra”.

Infatti, e torniamo al discorso del condizionamento, – ed è questa l’opinione anche di Sergio Romano – la politica estera e militare dei Paesi NATO ha sempre seguito, quasi sempre docilmente, i mutamenti (anche radicali) della politica estera americana, conseguenza dei mutamenti alla Casa Bianca.

Il fatto che durante la Presidenza Obama prevalga una retorica da “soft power” non deve portare a rimuovere dalla coscienza che il pericolo è insito nel meccanismo bellicista dell’Alleanza e che comunque la struttura della NATO è tale da determinare una subordinazione imprescindibile degli altri partners: una subordinazione che spesso giunge a mettere a repentaglio gli stessi interessi economici degli alleati, come testimoniano le recenti vicende della crisi Ucraina.

Un elemento importantissimo del controllo americano è quello esercitato attraverso la verifica da parte di una commissione (al solito, “integrata”) della “qualità strategica” dei prodotti con licenza USA (anche solo con componenti)  venduti a Paesi esterni all’Alleanza.

In tal modo gli USA si sono riusciti ad attribuire una specie di veto sull’esportazione europea di prodotti ad alta tecnologia che costituisce un handicap per l’economia della UE.

LE FORZE USA IN EUROPA

Qui riporto pezzi di un articolo di Andrea Mottola (23 giugno 2014) che si può rinvenire sul Portale della “RIVISTA ITALIANA DIFESA”:

Al momento, il personale militare statunitense in Europa è costituito da circa 67.000 unità, situate fondamentalmente in Germania (40.000), Italia (11.000) e Regno Unito (9.500). Di queste, circa 30.000 appartengono all’Esercito. Il grosso della forza di combattimento dello US ARMY è raggruppato in 2 unità poste sotto il comando della 7ª Armata di Grafenwohr: il 2° Reggimento Cavalleria di stanza a Vilseck in Germania, composto da circa 4.500 soldati divisi in 3 battaglioni, e la 173ª Brigata Paracadutisti di Vicenza, costituita da 3.300 soldati divisi in 6 battaglioni. Peraltro, circa 150 paracadutisti di questa brigata sono stati recentemente schierati a Swidwin, nella Polonia nord-occidentale, per un addestramento congiunto con i soldati polacchi, in vista della possibilità di stabilire una presenza regolare di truppe terrestri in Polonia, secondo quanto paventato dalla European Reassurance Initiative. A queste 2 brigate permanentemente schierate in Europa, si è recentemente aggiunto un battaglione della 1st Brigade – 1st Cavalry Division di Fort Hood, da poco assegnato alla NATO Response Force, nell’ambito dell’esercitazione Combined Resolve II, presso le basi tedesche di Grafenwohr e Hohenfels. Questa unità utilizza l’ultima versione del carro armato ABRAMS M1A2 SEP V2 e su veicoli corazzati M2A3/M3A3 Bradley. La 12ª Combat Aviation Brigade di Ansbach, dotata di elicotteri d’attacco AH-64 APACHE, oltre a diversi UH-60 BLACKHAWK e CH-47 CHINHOOK, fornisce le capacità di attacco, ricognizione e supporto aereo logistico allo US ARMY in Europa, mentre la 66a Intelligence Brigade di Wiesbaden si occupa della raccolta di informazioni tramite droni RQ-5 e velivoli RC-12.

Per quanto riguarda l’aviazione, gli Stati Uniti possono contare sulla componente aerea garantita dal USAFE (US Air Force in Europe), posta sotto il controllo del 3rd Air Force presso la base di Ramstein. Dal quartier generale tedesco dipendono le 7 basi principali delle forze aeree statunitensi in Europa: Lakenheath, Mildenhall e Alconbury in Gran Bretagna, Ramstein e Spangdahlem in Germania, Aviano in Italia e Incirlik in Turchia. Presso il 48° Fighter Wing di Lakenheath sono presenti uno squadrone di intercettori F-15C EAGLE e 2 di cacciabombardieri F-15E STRIKE EAGLE, in tutto circa 30 aerei. A questi vanno aggiunti altrettanti velivoli provenienti dai 2 squadroni di F-16 del 31° Fighter Wing di stanza ad Aviano e dal 52° stormo di Spangdahlem. Nella base di Mildenhall sono, invece, presenti uno squadrone di aerocisterne KC-135, uno per le operazioni ISR composto da un paio di RC-135 RIVET JOINT e il 352° Special Operations Group, dotato di 4 MC-130. Inoltre, ad Incirlik è presente un numero imprecisato di UAV MQ-9 REAPER, così come nella base RAF cipriota di Akrotiri, dove spesso sono stati schierati anche alcuni aerei spia U-2 (ad esempio, fine agosto 2013, quando l’operazione militare in Siria sembrava imminente). A tutti questi velivoli vanno aggiunti quelli recentemente inviati per le varie esercitazioni annuali in teatro europeo. Il 10 giugno, infatti, gli Stati Uniti hanno inviato 2 bombardieri B-2 SPIRIT del 509° squadrone di Whiteman, rischierandoli presso la base inglese di Fairford, in uno dei rarissimi dislocamenti all’estero di questi apparecchi. Gli SPIRIT vanno ad aggiungersi ai 3 B-52H presenti presso la stessa base da inizio giugno, di cui 2 appartenenti al 2° squadrone di Barksdale e un altro proveniente dal 5° squadrone di Minot. Dalla metà di aprile, inoltre, sono stati inviati in Romania 6 F-16 del 31° squadrone di Aviano, che hanno partecipato ad un’esercitazione congiunta con i MIG-21 rumeni. Dalla metà di marzo presso la base polacca di Lask, invece, sono presenti 12 F-16 del 52° squadrone di Spangdahlem , oltre a 3 C-130 e circa 300 tecnici dell’USAF. Nella base di Siauliai/Zokniai in Lituania, ad inizio marzo, sono stati rischierati 6 F-15C del 48° squadrone di Lakenheath, in supporto agli altri 4 velivoli già presenti da gennaio per la Baltic Air Policing, insieme a 2 aerocisterne KC-135 e a 4 E-3 AWACS (appartenenti rispettivamente a USA, NATO, UK e Francia) schierati in Romania e Polonia. A questi velivoli, infine, si aggiungono un numero imprecisato di UAV RQ-7 SHADOW e di alcuni F-16 della Minnesota Air National Guard, che potrebbero restare in Europa dopo la conclusione dell’esercitazione Sabre Strike.

Passando, infine, alla marina, la presenza della US NAVY in Europa si basa sulla 6a flotta, dipendente dal comando di Napoli e le cui basi principali, oltre alla stessa base napoletana, sono Gaeta, La Maddalena e Sigonella, sede di uno squadrone di aerei da pattugliamento marittimo P-3C, oltre alla base spagnola di Rota. La componente minima della flotta prevede 3/4 cacciatorpediniere DDGM e 1/2 navi d’assalto anfibio. A partire dal marzo scorso, c’è stata una forte presenza di navi che, a rotazione, hanno fatto la spola tra Mar Nero e Mediterraneo orientale. Tra marzo e aprile, nel Mar Nero hanno incrociato le cacciatorpediniere classe BURKE USS DONALD COOK e USS TRUXTON e la fregata classe PERRY USS TAYLOR. Al momento è presente la cacciatorpediniere lanciamissili USS VELLA GULF, classe TICONDEROGA. Attualmente non ci sono gruppi di attacco di portaerei nel Mediterraneo, e non ne sono previsti nel breve periodo, tenuto conto che su 10 portaerei 5 sono in porto e 3 in navigazione nel Pacifico centro-orientale, mentre la ROOSEVELT ha appena lasciato Norfolk.  Al momento, l’unità più vicina è la USS BUSH, da poco riposizionata nel Golfo Persico per la nuova crisi irachena. Presente, invece, la nave d’assalto anfibio USS BATAAN, che trasporta un contingente di Marines appartenenti alla 22a Unità Expeditionary, oltre a circa 30 apparecchi tra i quali 5 cacciabombardieri AV-8B HARRIER PLUS II e 7 convertiplani MV-22 OSPREY. Oltre ai Marines presenti sulla BATAAN, il comando Europeo del Corpo dei Marines (MARFOREUR) può contare su altri 1.500 soldati, sparsi tra il quartier generale tedesco di Boblingen, e i vari distaccamenti di piccole unità presenti sulle navi della 6a flotta o schierati per l’addestramento e il supporto di soldati alleati (si pensi ai 175 Marines recentemente inviati in Romania).

E’ chiaro che un deterioramento degli scenari ucraini, ma anche siriani e iracheni, potrebbe portare ad una riconfigurazione più accentuata delle forze armate americane in Europa, sia in termini numerici, che di capacità. Quella che, ad oggi, è una temporanea presenza di bombardieri strategici come B-52 e, soprattutto, B-2, potrebbe trasformarsi in uno schieramento continuo di tali apparecchi nello scenario europeo, così come potrebbe rendersi necessaria la presenza continua di un gruppo d’attacco di portaerei nel Mediterraneo”.

Condivisione nucleare della NATO

Un elemento cardine della organizzazione militare integrata è l'”ombrello comune” della deterrenza nucleare, definita ufficialmente – è il concetto strategico del 1999 come “suprema garanzia di sicurezza“. La condivisione nucleare (in inglese: nuclear sharing) è un concetto politico  che coinvolge i paesi membri, nella pianificazione per l’uso di armi nucleari da parte della NATO, ed in particolare prevede, per le forze armate di questi paesi, che siano coinvolte nella fornitura di queste armi in caso di necessità del loro utilizzo.

Per i paesi partecipanti, la condivisione nucleare consiste nel prendere decisioni comuni in materia di politica sulle armi nucleari, nel mantenere le attrezzature tecniche necessarie per l’uso delle armi nucleari (tra cui aerei da guerra, sottomarini e così via) e conservare le armi nucleari sul loro territorio.

Delle tre potenze nucleari della NATO (Francia, Regno Unito e Stati Uniti), solo gli Stati Uniti hanno fornito armi nucleari per la condivisione.

Ad oggi, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia fanno parte del progetto di condivisione nucleare avendo ordigni nucleari statunitensi nel proprio territorio.

In tempo di pace, le armi nucleari immagazzinate nei paesi non-nucleari sono sorvegliate da soldati statunitensi; i codici necessari per farle esplodere sono sotto il controllo degli Stati Uniti. In caso di guerra, le armi devono essere montate su aerei militari dei paesi partecipanti. Le armi sono sotto la custodia e il controllo della USAF Munitions Support Squadrons collocata sulle principali basi operative della NATO che lavorano insieme con le forze della nazione ospitante.

I piloti e altro personale dei paesi “non-nucleari” della NATO svolgono esercitazioni sulla gestione e l’uso delle bombe nucleari statunitensi; e aerei da guerra non-statunitensi sono stati adattati per portare le bombe nucleari degli Stati Uniti: ciò ha senza dubbio comportato il trasferimento di alcune informazioni tecniche sulle armi nucleari e questo dovrebbe bastare per sostenere che la condivisione nucleare della NATO viola gli articoli I e II del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

Questi articoli infatti vietano il trasferimento e l’accettazione, rispettivamente, del controllo diretto o indiretto sulle armi nucleari. La sostanza è che tutti i preparativi per fare una guerra nucleare sono già stati fatti dai Paesi NATO apparentemente non in possesso di armi nucleari, ma coinvolti nella loro gestione.

Nell’accordo di condivisione nucleare rientrano le bombe nucleari tattiche degli USA modello B-61 ora in via di ammodernamento (modello B-61-12) per essere rese trasportabili dagli acquisendi F-35 (che dovrebbero sostituire gli F-16 o i Tornado).

Le armi, in numero imprecisato (forse max 240 testate) sono depositate all’interno di una volta detta Hardened Aircraft Shelters (HAS) o Protective Aircraft Shelter (PAS), utilizzando l’USAF WS3 Weapon Storage and Security System.

La seguente tabella mostra le 5 cinque nazioni coinvolte nell’ospitare le atomiche tattiche con le relative basi:

Nazione     Base aerea         Armi stimate     Vettori Bombe

Belgio           Kleine Brogel        10~20                       F-16 B61

Germania    Büchel                     10~20                      Tornado B61

Paesi Bassi Volkel                       10~20                       F-16 B61

Italia            Aviano                     50                             F-16 B61

Italia            Ghedi Torre            20~40                     Tornado B61

Turchia        Incirlik                    50~90                      vari aerei B61

Su come “retoricamente” si colloca la questione nucleare all’interno dell’impianto NATO, forse possiamo trovare un chiarimento proprio nelle parole, sostanzialmente attuali, del già Sottosegretario alla Difesa Giuseppe Drago.

Non perché il personaggio sia in sé autorevole ed affidabile, ma perché, per ragioni istituzionali, si è trovato a dover fornire risposte ufficiali a domande ufficiali.

Si era nel 2005, sotto il governo Berlusconi III, e Drago rispondeva ad una interrogazione dell’on. Silvana Pisa a proposito delle armi nucleari “tattiche” degli USA dispiegate in Europa, teoricamente soggette nel loro impiego al principio politico della “doppia chiave”.

Il valore della deterrenza nucleare è stato solennemente confermato da tutti i paesi membri dell’Alleanza atlantica nell’aprile del 1999, a Washington, durante il vertice dei Capi di Stato e di Governo, in occasione dell’approvazione del nuovo concetto strategico. 

(Si sta parlando dello storico vertice del 50ennale della NATO – ndr).

L’Alleanza atlantica, dunque, rimane, per l’Italia, un cardine essenziale della nostra sicurezza e, insieme all’appartenenza all’Unione europea, il pilastro della nostra politica internazionale, volta al rafforzamento della pace, della stabilità e della sicurezza nell’area euro-atlantica ed attorno a questa. 

Il richiamato nuovo concetto strategico dell’Alleanza stabilisce che lo scopo fondamentale delle forze nucleari degli alleati è politico: preserva la pace e previene ogni forma di coercizione o di guerra. A tal fine, è chiaramente necessario, per l’Alleanza, continuare a mantenere un adeguato bilanciamento di forze nucleari e convenzionali basate in Europa, sia pure al minimo livello di sufficienza possibile. 

Tenuto conto dei potenziali rischi che i paesi dell’Alleanza, e quindi anche il nostro paese, devono fronteggiare, le forze convenzionali non sono ancora stimate sufficienti ad assicurare da sole una deterrenza esaustiva. Soltanto le forze nucleari, infatti, hanno la capacità di rendere incalcolabile ed inaccettabile per chiunque il rischio di un’eventuale aggressione o coercizione contro l’Alleanza, determinando una totale incertezza nella mente del potenziale avversario e convincendolo che un’aggressione contro la NATO, vale a dire contro uno qualsiasi dei paesi aderenti alla Nato, non è un’opzione percorribile. Si tratta, appunto, del concetto strategico che fu ribadito da tutti i Capi di Stato e di Governo a Washington nel 1999. 

La deterrenza nucleare, quindi, ed il dispiegamento di forze nucleari in Europa costituiscono, tra l’altro, un elemento indispensabile di quel vincolo che lega tutti gli alleati tra di loro, ed in particolare gli Stati Uniti, alla sicurezza del nostro continente

Le forze nucleari dell’Alleanza rappresentano, quindi, la garanzia suprema della sicurezza degli alleati ed assicurano l’indispensabile solidarietà e coesione all’interno dell’Alleanza stessa, ma, allo stesso tempo, richiedono anche la condivisione e la suddivisione collettiva della responsabilità nucleare

In tal senso, la presenza di armi nucleari in Europa, sul territorio di paesi alleati non detentori di ordigni nucleari, costituisce un aspetto essenziale del nuovo concetto strategico della NATO che assicura la copertura, ma anche il coinvolgimento dell’intera Alleanza, nel cosiddetto «ombrello nucleare» della NATO stessa. 

In questo contesto, l’Alleanza atlantica ha costantemente riesaminato, nel tempo, la propria politica nucleare, nonché il dispositivo di tali forze nell’ambito dei paesi alleati. Più in particolare, l’Alleanza, che fermamente sostiene gli sforzi per la riduzione delle armi atomiche in modo graduale e responsabile, e che vede nel deterrente nucleare solo l’ultima, remotissima risorsa, ha via via ridotto il livello di affidamento sulle forze nucleari, mentre ha completamente rinunciato alle armi biologiche e chimiche. Dagli anni Settanta ad oggi, infatti, l’Alleanza atlantica ha drasticamente ridotto il suo arsenale nucleare, in qualità ed in quantità, di oltre l’80 per cento. 

Le uniche armi nucleari dell’Alleanza basate a terra in Europa sono, in quantitativi molto limitati, conservati in un numero ridotto di siti, in condizioni di massima sicurezza”…

Continua il Sottosegretario Drago sempre nella richiamata risposta:

È ovviamente compito dei Governi nazionali garantire la sicurezza e l’incolumità dei propri cittadini. Tali principi hanno guidato da sempre, e guidano tuttora, i paesi europei nel determinare i criteri di monitoraggio delle condizioni di sicurezza. Conseguentemente, al di là della sicurezza intrinseca di questa tipologia di armamenti, i Governi dell’Alleanza atlantica hanno costituito un gruppo collegiale internazionale di esperti di alto livello, che sta trattando e sta seguendo esclusivamente i problemi della sicurezza nucleare degli armamenti NATO e che, chiaramente, ne risponde direttamente ai vertici militari e politici dell’Alleanza. 

Inoltre, il processo di pianificazione e consultazione nucleare ed i sistemi dedicati di comando e controllo di tali armamenti assicurano il pieno coinvolgimento di tutti i paesi alleati nel processo decisionale riguardante le armi nucleari. Le decisioni politiche sulla gestione di questi armamenti spettano, infatti, al Consiglio atlantico nella sua collegialità, il quale, in questi casi, chiaramente decide solo ed esclusivamente sulla base del principio dell’unanimità. 

L’Alleanza, nel mantenere un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può, però, agire a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza, che è assolutamente indispensabile mantenere in questa materia per quanto concerne i siti, la loro dislocazione in Europa ed i quantitativi di armamento in essi contenuti. 

Una riservatezza che non può essere violata unilateralmente da un singolo paese dell’Alleanza, perché la deterrenza nucleare è un bene ed un onere collettivo che lega collegialmente tutti i paesi alleati. 

La tipologia e la qualità delle informazioni rilasciabili sugli armamenti nucleari è, quindi, una decisione politica collettiva ed unanime degli alleati, cui nessun paese può sottrarsi, pena la violazione del patto di alleanza liberamente sottoscritto e del vincolo di riservatezza che da esso ne discende in alcune materie”.

Il concetto strategico della NATO, ripetiamolo ancora, prevede – è ufficiale e non certamente perché lo dica Drago!  – la deterrenza nucleare come “suprema garanzia di sicurezza”.

Tale deterrenza andrebbe gestita in modo “condiviso” – qui scatta il principio politico della “doppia chiave” – tra gli Alleati.

Sui dispositivi nucleari concretamente operanti (dislocazione e numero delle testate) vige, come è facilmente arguibile, un obbligo di riservatezza.

Quello che il politico Drago non esplicita – ma del resto non farebbe diversamente qualsiasi capo di Stato Maggiore in carica – è che sono dispiegate armi nucleari “tattiche” degli USA non solo in funzione politica, ma in applicazione tecnica del principio generale della “guerra nucleare limitata”, nel nostro caso particolare riferita al “teatro europeo”.

Resta, per esempio, ancora in vigore la dottrina NATO del “first use” dell’arma nucleare in istruzioni di impiego che prevedono una escalation di mosse e contromosse, dalla difesa avanzata sul campo di battaglia al contrattacco in profondità, prima di precipitare nel confronto globale coincidente con l’Olocausto definitivo ed ultimo.

Non è questo intervento comunque la sede per approfondire questi aspetti strategico-militari, che ho affrontato specificamente nei miei libri ed in vari articoli, ad es. recentemente sulla rivista Difesa-ambiente che dirigo.

Se ci si focalizza sull’Europa e sulle sue strategie più specifiche, si può individuare una strategia dell’UE contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa adottata dal Consiglio europeo di Bruxelles il 12 dicembre 2003.

L’atto è reperibile alla URL: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/l33234_it.htm

A livello di PESC abbiamo solo affermazioni di principio dei vari rappresentanti che si sono succeduti sul disarmo riferiti al percorso TNP ed ovviamente il silenzio sul ruolo nucleare della NATO (chi tocca i fili muore?).

Non esistono, nei pronunciamenti di Mr PESC, a quanto mi risulta, riferimenti al nuovo “percorso umanitario verso il disarmo nucleare”, aperto dalla Conferenza internazionale di Oslo (marzo 2013) e che farà tappa, speriamo decisiva, a Vienna (dicembre 2014). Auspichiamo che il nuovo incaricato, l’italiana Mogherini, colmi la lacuna per lo meno a livello di mera citazione.

Si parla cioè nei documenti ufficiali di “impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa”, non ci sono affatto accenni alla necessità di affermare ed implementare il bando giuridico delle armi nucleari, che è il cuore del nuovo “percorso umanitario”.

Il Parlamento Europeo si è occupato varie volte di disarmo nucleare secondo la retorica ufficiale del TNP: si richiama l’obiettivo dell’eliminazione completa delle armi nucleari e, in sostanza, ci si limita a sollecitare che i paesi che detengono armi nucleari, dichiarate o non dichiarate, si impegnino attivamente su tale questione.

La svolta da attuare nella politica europea può riassumersi in un unico concetto: sostituire la sfida della non proliferazione con la sfida dell’abolizione: a questo può contribuire una eventuale risoluzione del PE proposta dal GUE su impulso degli TSIPRAS italiani.

In questo senso non va abbandonato il percorso TNP, ma va esperita con convinzione la via alternativa dell’Iniziativa umanitaria

Tale svolta si confronta, ripeto, con due problemi:

1- come convincere le Potenze nucleari, segnatamente Francia e Gran Bretagna

2- come convincere le potenze della condivisione nucleare NATO, cioè Italia, Belgio, Olanda, Germania, ma anche Polonia e Romania, coinvolte nel sistema anti-missile.

Gli argomenti fondamentali sono:

1- poiché è fuori di dubbio che l’impiego delle armi nucleari avrebbe conseguenze catastrofiche, il principio che si deve perseguire il disarmo nucleare totale è universalmente accettato: c’è però chi sottolinea che va attuato in modo “graduale”, “bilanciato”, “responsabile” (e talvolta si fa scudo di ciò per marciare in direzione opposta);

2- è sempre opportuno ricordare che il concetto delle “catastrofiche conseguenze umanitarie dell’uso dell’arma nucleare” è accettato persino dai cinque paesi (N5) cui il TNP concede di possedere l’arma nucleare;

3- può risultare utile anche richiamare un passo della mozione presentata in Italia dal Gruppo interparlamentare per la Pace (vedi conferenza stampa del 29 luglio 2014 alla URL: http://parlamentariperlapace.it/news/per-politica-disarmo-nucleare-verso-vienna-2014/), quando ricorda l’impegno della stessa NATO a “creare le condizioni che rendano possibile la realizzazione di un mondo libero da armi nucleari”. Ne deriva – sostiene la mozione – che “l’essere membro della NATO non preclude di sostenere i progressi fatti rispetto al disarmo nucleare, incluso il sostegno ad un Trattato che proibisca le armi nucleari; lo dimostra anche il recente documento pubblicato dall’ International Law and Policy Institute (ILPI) che sottolinea come ciascun Stato membro della NATO ha comunque la responsabilità di far in modo che le armi in possesso dell’Alleanza siano

compatibili con il diritto umanitario internazionale e che non infliggano “ulteriori pene o sofferenze inutili”;

4 – l’Iniziativa umanitaria afferma e fissa innanzitutto il principio che occorre bandire giuridicamente l’arma atomica, allo stesso modo che si è fatto con l’arma chimica, esprimendo con forza (e maggiore coerenza) quanto già stabilito dal parere della Corte Internazionale di giustizia (nel 1996): una volta sancito il principio, si potrà passare alle conseguenze applicative, che potranno, appunto, essere gestite “in modo graduale, bilanciato, responsabile”…!

Per completezza di informazione, ricordo infine che i Paesi N5 (Francia, USA, Gran Bretagna, Cina e Russia) non hanno finora partecipato ai lavori del “percorso umanitario”: non si sono presentati né a Oslo (marzo 2013) né a Nayarit, in Messico (febbraio 2014).

L’Austria, l’ho già riferito, ospiterà il terzo appuntamento nel dicembre 2014. Lo stesso susseguirsi delle iniziative dimostra che la questione umanitaria è sentita seriamente dai 125 Stati non nucleari che stanno coltivando l’idea della messa al bando del nucleare.

La Conferenza di Riesame del TNP, il vertice quinquennale della non proliferazione, si terrà a New York nel maggio 2015. Il tema delle “catastrofiche conseguenze umanitarie dell’uso dell’arma nucleare” troverà sicuramente spazio in essa e dovrà affermarsi come la via per raggiungere l’obiettivo, a parole universalmente condiviso, di un mondo privo di armi nucleari.

Quanto sopra documentato e richiamato esprime la convinzione che la denuclearizzazione sia il grimaldello più efficace, per le potenzialità di consenso popolare (se solo la gente avesse un minimo di informazione sulla questione, che viene gestita dai media mainstream come un vero e proprio tabu!) per scardinare tutta l’impalcatura della NATO.

Questa via dovrebbe essere affiancata da tutte le lotte popolari contro le basi militari, in particolare conto le basi e le installazioni straniere: la loro chiusura comporterebbe uscire, di fatto, “alla maniera francese” dalla NATO quale organizzazione militare integrata (Sarkozy, va detto, ha però riannunciato il rientro).

La lotta per il disarmo nucleare ha una grande carica culturale ed è una priorità strategica, quella contro le servitù militari mobilita le popolazioni in una immediata resistenza contro la violenza più diretta e avvertibile imposta sui territori: è nella convergenza di questi due percorsi, che già fu realizzata dal lancio di due leggi di iniziativa popolare nel 2007 (quella per un futuro senza atomiche e quella sui trattati e sulle basi militari), che possiamo sperare di organizzare una mobilitazione capace di pensionare un blocco militare “fossile” (in tutti  sensi).

Una organizzazione del militarismo transnazionale giudicata oggi, proprio a partire dalle vicende ucraine, “incompatibile con l’unità politica dell’Europa” dallo stesso ambasciatore Sergio Romano (vedi ancora il citato articolo del Corriere della Sera del 16 maggio 2014).

Naturalmente le lotte disarmiste e per la smilitarizzazione dei territori sarebbero da collegare alle lotte “pacifiste” per ritirare le truppe da ogni sedicente missione militare di pace vigente (in realtà guerre neocoloniali dell’Occidente) non lasciando alcuno spazio per l’imbarco nelle vecchie, ma anche nelle nuove avventure belliche, orientate allo sforzo di controllare le risorse energetiche fossili in Medio Oriente.

La questione energetica, qui introdotta, non può essere sviluppata in modo adeguato, ma è ovviamente centrale anche nel determinare la crisi Ucraina, in cui la NATO a trazione americana è immersa fino al collo.

Questa crisi, che sta degenerando in una guerra civile tra “filo-europei” e “filo-russi”, ambedue, per la verità, infarciti di fascisti e parafascisti (della solita serie: il più pulito ci ha la rogna!), è stata alimentata e gestita dagli Stati Uniti anche per indebolire economicamente e politicamente l’Europa: si vuole, da parte della Superpotenza leader, con le sanzioni, fare saltare un possibile  “asse” tra la Germania e la Russia e, grazie al nuovo “Muro” edificato tra Est ed Ovest dell’Europa, precipitare ambedue i lati in depressione economica.

La dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia (il 25% del gas, il 43% per l’Italia) dovrebbe essere sostituita con quella verso l’America, che sta producendo petrolio e dal gas grazie alla rivoluzione tecnologica  del fracking, dall’impatto ambientale – ahimè  – disastroso.

Ricordiamo le difficoltà che sono state frapposte alla nomina di Federica Mogherini a Mr PESC: dietro ci sta in gran parte la vicenda South Stream cioè la cooperazione tra Eni e Gazprom nella creazione di un nuovo gasdotto che non passa attraverso il territorio ucraino.

Putin con il suo regime nazionalistico e la sua demokratura non può essere certamente considerato un campione della libertà e dell’antifascismo: ma trattarlo alla stregua di un nuovo Hitler pare francamente eccessivo.

L’Ucraina, che deve preservare la sua unità, sia pure con modalità federalistiche,  potrebbe e dovrebbe costituire un ponte fra Europa e Russia e non già, come sta avvenendo, un terreno di contesa geopolitica con la finale spaccatura del Paese e la costruzione, come nei desiderata degli attuali irresponsabili governanti ucraini, sobillati da chi di dovere, di un nuova spaccatura fra Est ed Ovest.

L’Italia, che con il referendum del 2011 ha rifiutato il “rischio atomico” e indicato la necessità di una alternativa energetica, deve riuscire a sganciarsi dal carro atlantico e proporre una nuova politica di pace europea con un fondamento strutturale: deve essere basata sulla conversione ecologica dell’economia, di cui il modello energetico rinnovabile costituisce certamente il motore.

Altrimenti ci troveremo impantanati in nuove situazioni di tensione internazionale e nuove guerre, sul piano inclinato che porta verso una nuova guerra mondiale che va evitata ad ogni costo, perché finirebbe stavolta inevitabilmente –  ci ricorda Stéphane Hessel in “ESIGETE!”, con l’Olocausto atomico.

scheda e riflessioni di Alfonso Navarra – www.osmdpn.it – Milano 8 ottobre 2014

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