L’ambiente: molto olistico, molto dialettico – Johan Galtung

Gli alberi non salveranno il pianeta” è il titolo di un articolo nell’INYT (21-22 sett. 2014) di Nadine Unger, professoressa di chimica atmosferica alla Yale University. La sua tesi: la saggezza convenzionale – che piantare alberi serva alla cattura del carbonio – è sbagliata; è tutto molto più complesso.

La fotosintesi è solo un fattore. Un altro fattore del riscaldamento globale è quanta dell’energia solare sia assorbita dalla superficie terrestre e quanta sia riflessa. Gli alberi, essendo scuri, assorbono; Il bilancio netto può essere un raffreddamento ai tropici e un riscaldamento altrove.

Ma c’è altro. Gli alberi emettono VOCs, “composti organici volatili”, per la propria protezione. Mischiandosi agli inquinanti delle auto e dell’industria “si crea una miscela ancora più nociva di composti chimici trasportati dall’atmosfera”, che produce metano e ozono. La ricerca a Yale sembra indicare che ciò influenzi il clima globale su “una scala simile al colore della superficie e alla capacità di assorbimento del carbonio”.

Alberi e suolo respirano pure essi ossigeno e rilasciano CO2. La foresta amazzonica produce ossigeno durante il giorno e [lo] riassorbe di notte; un sistema chiuso. Per di più, gli alberi infine muoiono o bruciano e “il carbonio ritorna all’atmosfera”.

La solita storia. Cercare un fattore causa di un male – come la CO2 causa del riscaldamento globale – e agire per togliere di mezzo quella causa; l’attuale dogma della maggioranza. Ma la ricerca indica molti altri fattori coinvolti che possono essere tutti ambigui. Yin-yang, in altre parole, forze e contro-forze, e olismo, visioni più ampie. Una visione taoista.

Spostiamoci dunque a Est, da un professore in pensione di risorse naturali all’università di Nagoya in Giappone, Kunihiko Takeda. E dal professore in geofisica Shigenori Murayama all’Istituto di Tecnologia di Tokyo che ha visioni molto simili (Google per entrambi). Le estati saranno più calde, gli inverni più freddi. E il bilancio netto?

Alcuni punti chiave di Takeda [i]:

  1. I meteorologi tendono a predire un riscaldamento globale, i geofisici un raffreddamento globale; forse i meteorologi hanno dominato il discorso.
  2. Le registrazioni delle temperature risalgono al 1880, per un lungo periodo effettuate solo in paesi avanzati e aree urbane; ciò può aver sviato le conclusioni.
  3. Le aree urbane assorbono più calore solare per il cemento e i rifiuti, e anche dall’industria automobilistica; il livello di urbanizzazione è un fattore chiave.
  4. Il cambiamento climatico in termini di riscaldamento è stato di 0.3°C negli ultimi 100 anni, in media, attribuibile ampiamente all’urbanizzazione; non alla sola CO2.
  5. Il riscaldamento della terra e dell’oceano si propagherà all’atmosfera; il riscaldamento dell’ atmosfera ha scarso effetto sull’oceano.
  6. Il divario urbano-rurale è in aumento – Nagoya, Naha (Okinawa), Singapore fino a 38°, 34°, 32°C; il Giappone, circondato dal mare, in media no.
  7. Il riciclaggio dei rifiuti è quasi del tutto irrilevante, al massimo ne viene riciclato il 2%; le borse ecologiche in poliestere usate per la spesa consumano più risorse.
  8. L’ipotesi del 1988 di riscaldamento globale per la CO2 è stata smentita nel 2009: i ghiacci al polo Sud sono in aumento, quelli al polo Nord non diminuiscono [!] [ii].
  9. La CO2 è essenziale alla vita; la carenza di CO2 può comportarne la fine, anche di quella umana; ridurre le emissioni può accelerare la fine della vita.
  10. Il riscaldamento va bene per gli esseri umani che si adattano facilmente ai climi caldi, nonché per la produzione di riso e di cibo in generale.
  11. Il raffreddamento globale è il problema perché è più difficile sopravvivere: minor produzione alimentare, minore adattabilità umana.
  12. Il livello delle acque può salire di 6 metri in 3.000 anni; meglio concentrarsi sui problemi concreti come l’allagamento odierno delle isole molto basse.
  13. Essere consapevoli degli interessi acquisiti dietro il Club di Roma e altri nello spostare il discorso dalla società nazionale-globale all’ambiente.
  14. Essere consapevoli che l’Occidente vuole risorse energetiche per l’economia e l’apparato militare e cerca di controllare le emissioni di CO2 di Cina e India.
  15. Essere consapevoli che c’è molto denaro nell’approccio mainstream e nell’IPCC-Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico; e anche che gli scienziati possono andare là dove c’è denaro.
  16. Essere consapevoli che alcuni dati possono addirittura essere falsi, finti o almeno discutibili –Climagate.
  17. Essere consci degli interessi acquisiti dell’eco-business e dei movimenti ecologici nell’ ipotesi sulla CO2 e in quelle sul riciclaggio.

Il sottoscritto non è in grado di prendere posizione pro o contro l’ipotesi sulla CO2, o che cosa sia meglio per la vita, se il riscaldamento o il raffreddamento rispetto al livello attuale. La posizione assunta qui è per opinioni più complesse e in particolare più dialettiche: può esserci altro in merito, l’azione genera reazione. Per le opinioni favorevoli alla posizione mainstream vedere http://www.realclimate.org, per quelle scettiche http://www.sepp.org.

Forse Takeda sottostima i pericoli del riscaldamento. Ma un punto che colpisce nella sua analisi è il ruolo attribuito all’urbanizzazione. O alla cementificazione, la copertura del suolo col cemento, sistemandocisi sopra in enormi mega-conglomerati con i rifiuti come stile di vita.

La deurbanizzazione sarebbe una conseguenza dei punti di Takeda. Qualcosa del genere può forse avvenire in qualche luogo con lo spostamento in comunità più piccole, più simili a villaggi, con un decentramento amministrativo reso possibile da Internet. Lasciando di più alla saggezza della natura che alle carenze umane, e particolarmente a quelle del mercato.

Nel 1972 quando venne pubbicato i “Limiti alla crescita”, diventato un testo di riferimento, sottolineai l’assenza di una prospettiva di classe nei singoli paesi e fra di loro [iii].   Nulla di nuovo circa lo sfruttamento intensivo delle risorse e l’inquinamento. L’Occidente stava sfruttando disinvoltamente le risorse delle colonie da chissà quanto, e gli ambienti della classe lavoratrice erano inquinati da lungo tempo. La novità stava nel fatto che fossero colpite le classi medie e alte di paesi di medio e alto rango. Come le guerre che non colpissero solo donne, bambini e paesi periferici, ma anche direttamente il centro del Centro, l’Occidente.

Conclusione: ri-cercare, ri-pensare, ri-agire; non un solo fattore, la CO2, e un solo problema, il riscaldamento. C’è molto di più nel mondo. Procedere con esempi validi, comprovati, non con un “consenso multilaterale” che riflette le strutture di potere e gli interessi costituiti più che una realtà complessa.

NOTE:

[i]. Sono debitore verso Fumiko Nishimura per averlo reso disponibile dal giapponese.

[ii]. Il sottoscritto è tuttora scettico per l’assenza di simulazioni di laboratorio a conferma, come la simulazione dell’aurora boreaie.

[iii]. “I limiti alla crescita” e la politica di classe, JPR, X (1973), 1/2, pp. 101-114. Anche in: Essays in Peace Research V, pp. 325-342.

 

29 settembre 2014

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale:The Environment: Very Holistic, Very Dialectic

https://www.transcend.org/tms/2014/09/the-environment-very-holistic-very-dialectic/

Una replica a “L’ambiente: molto olistico, molto dialettico – Johan Galtung”

  1. Il prof. Takeda è noto tra molti ambientalisti giapponesi come un demagogo bravissimo a deviare l'attenzione del pubblico inesperto.
    Per farne solo un esempio: Takeda sosteneva l'uso delle posate "usa getta" come atto ecologico perché per i bastoncini si possono utilizzare i legnami di scarto provenienti dalla pulizia del bosco, senza farci caso che quasi totalità dei bastoncini usa e getta vengono prodotti all'estero – perché sono più economici – distruggendo i boschi e lasciando i boschi giapponesi in disordine. (Anche la borsa di plastica, secondo lui, è una fava per due piccioni perché si può riusare come sacco per i rifiuti!)
    Mi dispiace che anche Galtung si lascia confondere le idee da uno studioso simile.

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