Mario Salomone, Al verde! La sfida dell’economia ecologica – Recensione di Cinzia Picchioni

cop-al-verde-libro-78968Mario Salomone, Al verde! La sfida dell’economia ecologica, Carocci, Roma 2014², pp. 160,12,00

La domanda sorge spontanea. Perché un libro di economia ecologica non è stampato su carta riciclata? In attesa di risposta dall’editore, mi complimento per la bella Bibliografia, 26 pagine suddivise per capitoli (i medesimi del libro, forse l’autore intendeva metterle alla fine di ognuno), con indicazioni, siti, commenti e piccole spiegazioni del tema sviscerato dai libri consigliati.

In che epoca siamo?

Nell’Antropocene. Lo sapevate? Io no. L’ho scoperto nell’Introduzione, dalla definizione di un biologo – Stoermer – spiegata nel Glossario, altro capitolo interessante del libro, a p. 156, dove troviamo anche termini come diseconomia, greenwashing o paradigma.

Curiamo o uccidiamo?

Voi che dite? Nel 2012, nel mondo sono stati spesi12 miliardi di dollari per la lotta all’AIDS e 1.753 miliardi di dollari in armamenti.

Non solo Club di Roma…

… e Aurelio Peccei – più volte citato nel libro – avevano cercato di avvertire tutti che non si poteva “crescere sempre”. La famosa affermazione: “Chiunque affermi che una crescita esponenziale può continuare per sempre in un mondo finito o è un pazzo o è un economista” è proprio di un economista, Boulding, citato nel1973 al Congresso degli Stati Uniti sulle politiche energetiche.

Perché nessuno ascolta?

Nel capitolo Le forze che si oppongono alla presa di coscienza della crisi ecologica, a p. 87, scopriamo che: “Il caso più clamoroso è quello dell’industria dei combustibili fossili, che paga per insabbiare le misure contro il riscaldamento globale […] Tra i maggiori imputati il gigante petrolifero Exxon-Mobil […]”. Questa multinazionale, anzi, è contenta che i ghiacci si sciolgano, così potrà sfruttare i giacimenti artici. Non so voi, ma io sto provando orrore a sapere, leggere, pensare queste cose…

Cosa resterà… ? di questi anni Ottanta?

Famosa canzone di Biagio Antonacci. Ciò che so è che proprio in quegli anni si è sviluppata l’economia ecologica. E quindi qualcosa di buono resterà!?

L’economia ecologica ha delle caratteristiche, tra le quali mi è particolarmente piaciuta l’incertezza (p. 42) e la responsabilità (p. 43); per spiegare quest’ultima caratteristica si trovano le decisioni di paesi “lungimiranti”, come la Bolivia (con la “Legge dei diritti di Madre Terra”; o la Nuova Zelanda che ha riconosciuto un fiume come un cittadino; o ancora l’Ecuador in cui, grazie alla nuova Costituzione, il fiume Vilcabamba ha vinto una causa in tribunale, rappresentato da alcuni cittadini che parlavano per lui.

Il libro è davvero interessante e utile, soprattutto quando ogni tanto incontriamo uno schema come quello di p. 38, intitolato Il valore economico della natura: dove incontriamo l’estetica fra i valori forniti dalla natura, insieme – ovvio – ai medicinali e alla sua funzione di “nursery”, già ci pensate? “Gli ecosistemi favoriscono la crescita delle specie che serviranno da adulte” (se non passiamo prima noi a tagliarle, bruciarle, estinguerle…) 

Contraddizioni, ossimori e altre impossibilità

Sapete no, lo “sviluppo sostenibile”? Le due parole non possono stare insieme! Fioriscono automobili “green”, aziende che sono “da sempre sostenibili”, acqua “ecologica” perché è confezionata nella plastica riciclata… Nel libro troviamo alcuni dati per dibattere sulla faccenda, da p. 44. Dati asciutti, non “di parte”, utili alla riflessione.

Il PIL non è nuovo

Avevo dieci anni quando Robert Kennedy pronunciò questo discorso, e non mi occupavo ancora di “semplicità volontaria”. Ma sentite che attualità:

“Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, […] si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte […] Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bllezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere […] né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. […] Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione […] Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”, p. 53, nel capitolo che s’intitola La critica al PIL. 

Poi l’hanno ucciso… non era d’accordo nemmeno con la guerra in Vietnam…

Questi altri indici invece forse lo sono

O almeno lo sono per me, che sono stata molto contenta di trovare, elencati e spiegati qui, altri modi per valutare “come sta l’essere umano”: il BES (Benessere equo e sostenibile); l’ISEW (Index of Sustainable Economic Welfare); l’HDI (Human Development Index); tutto alle pp. 55 ss. col titolo Indici di benessere sostenibile.

Nanni sa tutto!

Della sconfinata ammirazione che ho per il creatore del Centro Studi Sereno Regis si sa. Immaginate come sono stata contenta di trovare, scritta, citata e spiegata, la formula che tante volte Nanni ha usato per spiegarci l’ecologia. Il famoso modello IPAT (I come Impatto sull’ambiente; P come popolazione; A come stile di vita – dall’inglese affluence; T come Tecnologia). Troviamo la formula ampiamente spiegata subito dopo il capitolo sul PIL e altri indicatori, alle pp. 65 ss.

Lo smog rinascimentale!

Il termine smog – che usiamo comunemente per definire la grigia aria che respiriamo nelle nostre città – è nato nel 1544, dall’unione delle due parole inglesi smoke (fumo) e fog (nebbia). Ma non perché c’è da 500 anni non dobbiamo fare nulla. Anzi, a p. 82 troviamo esempi di politica sostenibile urbanistica e del trasporto (Come si potrebbe fare a … ); poco più avanti viene spiegato il lavoro del Wuppertal Institute, che fin dagli anni Novanta si occupa di studiare il ciclo di vita dei prodotti; altre pagine sono dedicate all’Impronta ecologica e a quella idrica; troviamo buone speranze anche per il design: è nato negli anni Novanta del secolo scorso il DFE (Design for Environment) nel campo dell’industria elettronica e anche il DFD (Design for Disassembly), “cioè un’ideazione dei prodotti che faciliti il riciclaggio o il riuso dei componenti, da riportare dal consumatore alle fabbriche (le stesse da cui sono usciti […])”, p. 103.

Transizione e riconversione

Lester Brown ha calcolato che basterebbero 190 miliardi di dollari all’anno per una svolta radicale di civiltà. E per avvalorare questo suo dato cita l’esempio della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti smisero del tutto di costruire auto, fabbricando invece milioni di aerei, mezzi militari, navi da guerra. Allora “se si adottasse il criterio della mobilità eccezionale (come in uno stato di guerra) sarebbe possibile produrre in poco tempo,ma questa volta a scopi di pace, tutto quanto è necessario a riconvertire l’economia in un’ecoeconomia”, p. 114. Noi invece costruiamo SUV a Detroit no?

Co-co-co

No, non è una gallina; né un contratto di lavoro precario. È la formula vincente: co-housing, co-working, co-ndividere (l’auto, la bici, ora anche lo scooter). Ma anche co-produrre (autoprodurre), co-llaborare eccetera. Si può leggere di tutto questo come Pratiche sociali di sostenibilità e innovazione sociale, alle pp. 124 e ss.: “Ciò che cambia gli scenari giorno per giorno, che sollecita i decisori […] è […] la trasformazione dal basso prodotta dai comportamenti dei singoli, da lotte di base, da attività economiche che fioriscono e anche da attività non contabilizzabili perché basate sullo scambio, sul volontariato, sull’autoproduzione, sul dono”.

Dunque, andiamo!

“La capacità trasformativa delle pratiche è tanto maggiore quante più persone vi aderiscono in modo continuato (c’è infatti, un effetto persona/effetto tempo) e […] pratiche sostenibili possono diffondersi anche nelle organizzazioni”, p. 125.

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