Sei misure non belliche per battere l’ISIS – Phyllis Bennis

Indebolire l’ISIS richiede l’erosione del sostegno su cui poggia da parte di capi tribali, figure militari, e comuni cittadini sunniti irakeni. Ecco come farlo senza bombe.

Il presidente Obama ha ragione: non c’è soluzione militare al problema dell’ISIS. Le azioni militari non predisporranno l’ambito per soluzioni politiche; anzi, impediranno che tali soluzioni si realizzino.

La conclusione è che non c’è azione immediata che faccia sparire l’ISIS, seppure le incursioni aeree USA riescano a centrare bersagli giusti da qualche parte togliendo di mezzo un’autoblindo o una camionata di combattenti con lanciarazzi o che altro.

Non si può distruggere un’ideologia — o anche un’organizzazione — bombardandola (guardate gli sforzi per farlo con Al Qaeda: molti suoi membri uccisi in Afghanistan, ma l’organizzazione si è radicata in vari altri paesi).

E armare la cosiddetta opposizione “moderata” in Siria non vuol dire sostenere quelli buoni. Vuol dire mandare armi al Libero Esercito Siriano che, secondo il New York Times, “ha proseguito a decapitare sei combattenti ISIS…postando poi le fotografie su Facebook”.

Un’azione militare potrebbe recare qualche soddisfazione immediata, ma sappiamo tutti che la vendetta è una cattiva base per la politica estera, specialmente quando ha tali conseguenze pericolose.

Per quanto orripilante fosse la decapitazione dei due giornalisti USA, la vendetta non è mai una buona base per la politica estera. Dovremmo tenere a mente che Matthew Olson, il capo uscente del Centro Nazionale di Controterrorismo, ha detto la settimana scorsa che “non c’è informazione credibile che [l’ISIS] stia programmando un attacco agli Stati Uniti”, e non c’è “alcuna indicazione al momento di una cellula di combattenti stranieri all’opera negli Stati Uniti — punto”.

Invece, dobbiamo riconoscere che le soluzioni militari davvero non funzionano. Abbiamo dimenticato i fallimenti delle guerre USA in Medio Oriente durante questi lunghi anni?

Abbiamo bisogno di mantenerci focalizzati sulle soluzioni a medio e lungo termine, qualcosa non tanto facile da farsi in un anno di elezioni.

Dobbiamo riconoscere che gli attacchi militari sono sbagliati non solo in una miriade di modi (illegali per il diritto internazionale, immorali a causa delle vittime civili, distolgono da una diplomazia vitalmente necessaria) ma anche che tali attacchi rendono impossibili vere soluzioni. Perché?

Dobbiamo cominciare col capire intanto perché l’ISIS sia così potente.

Primo, l’ISIS ha buone armi (per lo più USA e saudite che hanno inondato la regione per oltre 15 anni). Quindi dobbiamo cominciare a pensare al bisogno di un embargo per le armi su ogni versante.

Secondo, l’ISIS ha una valida dirigenza militare, in parte fornita da generali sunniti scacciati dal loro posto nell’apparato militare all’atto dell’invasione USA, e che adesso provvedono addestramento, strategia, e dirigenza militare alle milizie alleate dell’ISIS e all’ISIS stesso. Costoro sono molto laici; bevono e fumano, ed è improbabile che si mantengano nell’ambiente ISIS se credono di avere una chance di riprendersi i posti di lavoro persi, il prestigio e la dignità. Il che potrebbe succedere col tempo, ma solo se un governo davvero nuovo s’insedia in Iraq. Non basterà semplicemente scegliere un nuovo primo ministro annunciando un nuovo governo composto da troppe delle solite facce settarie.

Terzo, l’ISIS è sostenuto dai capi tribali sunniti — gli stessi che il presidente Obama dice di voler “persuadere” a rompere con l’ISIS. Ma sono persone che hanno sofferto atrocemente — dapprima durante l’invasione USA, e poi soto il governo settario sciita sostenuto dagli USA di Nouri al-Maliki. Sono stati demonizzati, aggrediti, e spossessati dal governo di Baghdad, e molti di loro considerano quindi l’ISIS per ora la sola forza con cui potersi alleare per sfidare questo governo. E molti di loro controllano grosse e potenti milizie che stanno combattendo a fianco dell’ISIS contro il governo di Baghdad.

Quarto, l’ISIS è sostenuta dai comuni cittadini sunniti irakeni, che (anch’essi ampiamente laici) possono sì odiare ciò che rappresenta l’ISIS, il suo estremismo e la sua violenza, ma hanno sofferto terribilmente per gli arresti, le torture, le esecuzioni extra-giudiziarie, e quant’altro del governo Maliki. Di conseguenza sono anch’essi disposti ad allearsi con l’ISIS contro Baghdad, almeno per ora.

Sicché, indebolire l’ISIS richiede l’erosione del sostegno su cui poggia da parte di capi tribali, figure militari, e comuni sunniti irakeni. La questione chiave è: come riusciamo a farlo?

Provvedimento 1: Smettere gli attacchi aerei. Perché quello che negli USA consideriamo come: “evviva, abbiamo beccato i cattivi” è visto da molti in Iraq, specialmente proprio quei sunniti che il presidente Obama vuole persuadere a rompere con l’ISIS, come un’azione aerea USA per i curdi e gli sciiti contro i sunniti. Dunque gli attacchi aerei impediscono di raggiungere l’importante obiettivo di terminare il diffuso sostegno all’ISIS, servendo invece effettivamente a rafforzare l’organizzazione estremista.

Provvedimento 2: Rendere effettivo l’impegno di “Non metter piede sul terreno”. In annunci durante anche solo le ultime settimane, la Casa Bianca ha ammesso l’invio di quasi 1.300 “paia di piedi” su terreno irakeno. E chissà quante altre paia ce ne sono già non ammessi ufficialmente – operatori furtivi della CIA e dei JSOC (forze operative speciali)? Abbiamo bisogno di un appello a “Fermare la scivolata verso ulteriori presenze sul terreno!” Gli USA devono anche smettere d’inondare la regione di armi che producono come unica conseguenza altra violenza contro i civili, e smetterla con la politica di ignorare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale commesse dai propri alleati. Abbiamo bisogno che venga applicata la Legge Leahy, che proibisce l’assistenza a reparti militari stranieri di cui si sappia che violano i diritti umani, qui in patria.

Provvedimento 3: Organizzare una vera associazione diplomatica di partenariato per trattare con l’ISIS. Benché gli USA stiano effettuando attacchi aerei e schierando nuove truppe in Iraq, sono tutti d’accordo che non esistono soluzioni militari. Quindi deve avere il primo piano la diplomazia. Che vuol dire un impegno serio con l’Iran, fra gli altri attori. Tehran ha più influenza a Baghdad che Washington. Se vogliamo seriamente incoraggiare il governo irakeno ad accettare un approccio più genuinamente inclusivo, la migliore chance ce l’ha una pressione congiunta dagli USA e dall’Iran. Seppure l’Iran stesso sia sciita in modo predominante, i capi del paese sono molto preoccupati per l’instabilità del loro vicino provocata da anni di settarismo sciita a Baghdad. I colloqui USA-Iran sul nucleare sembrano procedere molto bene; è il momento di ampliarli includendovi una discussione su un vero “grosso accordo” fra USA e Iran, che comprenda tutte le crisi regionali.

Provvedimento 4: Iniziare una nuova ricerca per più ampie soluzioni diplomatiche all’ONU. Che vuol dire darsi da fare per costruire una vera coalizione mirante all’utilizzo di pressioni diplomatiche e finanziarie a livello internazionale, non attacchi aerei, sia in Iraq sia in Siria. Tutti i governi della regione hanno i propri crucci. La Turchia, per esempio, sa che unirsi all’assalto militare a guida USA all’Iraq potrebbe minacciare la vita dei suoi 49 diplomatici con relative famiglie adesso detenuti dall’ISIS. C’è bisogno di una vera coalizione non per attacchi militari bensì per una intensa azione diplomatica. Che significa far pressione sull’alleato USA Arabia Saudita affinché smetta di armare e finanziare l’ISIS e altri combattenti estremisti; far pressione sull’alleato USA Turchia affinché smetta di permettere all’ISIS e altri combattenti di passare in Siria dal confine turco; far pressione sugli alleati USA Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, e altri affinché smettano di finanziare e armare tutti e chiunque dica, in Siria, di essere contro Assad. Non abbiamo bisogno di un’altra “Coalizione per Uccidere” (vedere il perché al provvedimento #1). Perché non lavorare per renderla una “Coalizione per la Ricostruzione”?

Provvedimento 5: Spingere l’ONU, nonostante le dimissioni di Lakhdar Brahimi, a ricominciare effettivi negoziati per porre termine alla guerra civile in Siria. Questo vuol dire che al tavolo delle trattative devono essere presenti tutti coloro che sono coinvolti: il regime siriano; la società civile in Siria, compresi gli attivisti nonviolenti, le donne, i giovani, i profughi, ecc.; i ribelli armati; l’opposizione esterna; e gli attori regionali e globali che sostengono tutti i vari versanti, compresi USA, Russia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Giordania, e oltre. Ciò potrebbe fornire un momento di lavoro con la Russia sulla politica per la Siria, approfittando in tal modo del positivo sforzo congiunto per la distruzione delle armi chimiche della Siria e riuscire forse mitigare le tensioni per l’Ucraina. In agenda a lungo-termine dovrebbe esserci un embargo sulle armi da tutti i lati.

Provvedimento 6: Aumentare in modo massiccio i contributi umanitari USA alle agenzie ONU per i milioni di rifugiati e sfollati della Siria e dell’Iraq. Gli USA hanno promesso fondi significativi, ma sinora non è stato reso disponibile effettivamente granché alle agenzie, e dovrebbe essere promesso e donato molto di più.

Riferimenti bibliografici

Gli attacchi aerei in Iraq di Obama potrebbero effettivamente aiutare lo Stato Islamico, non indebolirlo” nel Washington Post http://www.washingtonpost.com/posteverything/wp/2014/08/08/how-obamas-iraq-airstrikes-could-help-the-islamic-state/

Non tornare in Iraq – Cinque provvedimenti che gli USA possono prendere senza tornare in guerra”  in Foreign Policy in Focus. http://www.ips-dc.org/dont-go-back-iraq/

Se non c’è soluzione militare, perché le azioni militari?” in The Hill. http://thehill.com/blogs/congress-blog/foreign-policy/216435-if-theres-no-us-military-solution-why-the-military-actions

Cinque cose che gli USA possono fare per porre termine alla crisi siariana” in The Nation. http://www.thenation.com/article/179872/5-concrete-steps-us-can-take-end-syria-crisis

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Phyllis Bennis dirige il New Internationalism Projectall’Institute for Policy Studies.

15 settembre 2014 – (The Progressive)

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale:Six Steps Short of War to Beat ISIS

https://www.transcend.org/tms/2014/09/six-steps-short-of-war-to-beat-isis/

3 Risposte a “Sei misure non belliche per battere l’ISIS – Phyllis Bennis”

  1. il pacifismo a prescindere , e stupido . il male nel mondo , ce . il problema , in questo caso , lo raprezentano quelli che si rifiutano di vederlo , per una cosa di principio . siette pericolosi , come nel 40 , altri come voi , hanno chiuso gli ochi , ed e successo quello che e successo .la pace e per delle perssone evolutte , nel mondo ci sonno molto poche . il linguaggio che lo capisce bene l' isis , e una violenza piu grande della loro .decissa . qualsiasi ritardo , o tentenamento , ci costerebe un prezzo inimaginabile , non e possibile assumersi questo rischio , per un principio .

  2. l' onu e una organizazione inutile . Guardate gli masacri in Bosnia .io , personalmente , la vedo come in quella batutta , nel american sniper , sonno tre tipi di perssone , il gregge , che non sa che il male essiste , gli predatori , ed gli cani pastori , che hanno l'agressivita del predatore , ma la usano al beneficcio del gregge , questa e una razza molto rarra . SO che siete delle persone che oddiano qualsiasi violenza , e sogno che arrivera un giorno dove sarra possibile viverre cosi . . . ma questi qua hanno perso il bonus di chiamarsi esseri umani , e neanche animalli non possono essere chiamati , perche insulteremo le povere bestioline. . . , mi auguro di sbagliare ,ma per me , e l'ora della guerra totale , completa , piu si aspetta piu sarra dificile fermarli , non gli SOTOVALUTATE . e movetevi di piu , pure voi. un abbraccio sincero .

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