Thich Nhat Hanh, Paura – Recensione di Cinzia Picchioni

cop-paura-libro-di-thich-nhat-hanh_1062Thich Nhat Hanh, Paura, bis, Cesena 2013², pp. 216, € 9,80

Fondamentali (come spesso, sono verso il fondo) le pp. 205 e ss., dove troviamo I cinque addestramenti alla consapevolezza: rispetto per la vita; vera felicità; vero amore; parola amorevole e ascolto profondo; nutrimento e guarigione.

Una campana, cinque rimembranze

Al Plum Village, l’ashram dove vive il monaco vietnamita autore di questo piccolo, prezioso libro (che non a caso è già alla sua terza ristampa), usano il suono di una campana per riportarsi al momento presente; la suonano ogni volta che occorre ricordarsi anche le Cinquerimembranze”: che invecchiamo; che ci ammaliamo; che moriamo; che cambiamo e quindi ci separeremo da chi amiamo; che ereditiamo i risultati degli atti compiuti. Già, perché se non ci ricordiamo costantemente – o almeno ogni tanto, quando suona la campana – queste semplici verità, saremo assaliti dalla paura. Eccoci arrivati al titolo del libro presentato questa settimana, che ha anche un sottotitolo: “Supera la tempesta con la saggezza”; la tempesta che prima o poi arriverà, sotto varie forme, ma arriverà, è sicuro. Lo abbiamo appena letto nelle Cinque rimembranze.

Se tutti siamo soggetti alla tempesta, conviene prepararsi, ed è l’unica cosa che possiamo fare, tutto sommato. Questo è ciò che viene detto per ogni riga del libro. I mezzi sono molti – e il libro è ricco di suggerimenti e addirittura di “esercizi” (meglio sarebbe chiamarli “pratiche”) per trovare e mantenere la consapevolezza. L’assioma mi pare piuttosto semplice: se restiamo consapevoli – ad esempio – di dover morire, potremmo riuscire a non averne più paura, e se non abbiamo più paura sarà difficile fare del male agli altri. La tesi di Thich Nhat Hahn è che ogni azione violenta è dettata dalla paura. È così, pensiamoci. È sempre così.

Allora, mentre cerchiamo di sviluppare, imparare, praticare la nonviolenza – consiglia il monaco – è indispensabile sviluppare, imparare, praticare la consapevolezza. Altrimenti, anche se ci diciamo nonviolenti, quando saremo “nella tempesta” avremo paura e non sapremo far altro che re-agire con violenza.

Tre azioni

C’è un’altra cosa – anzi tre – che possiamo fare quando qualcuno ci “offende”, in qualsiasi modo: riconoscere che ciò che pensiamo sia accaduto possa non essere esatto; dire a chi ci ha offeso che stiamo soffrendo, ma che potremmo aver avuto una percezione sbagliata e vorremmo una spiegazione; ascoltare la risposta molto attentamente: potremmo scoprire che ci eravamo sbagliati e che anche l’altra persona si era sbagliata. Di tutte queste tre “cose”, la terza – ci avverte il monaco – è la più difficile. Questo avvertimento è contenuto in un paragrafo che si intitola I semi del terrorismo:

“I “terroristi” sono ovunque. Non si tratta solo delle persone che fanno esplodere gli autobus e i mercati. Quando siamo arrabbiati, quando ci comportiamo in modo fortemente rabbioso e violento, non siamo così diversi dai terroristi che demonizziamo, perché come loro abbiamo un coltello di rabbia nel cuore. Quando non siamo consapevoli delle parole che usiamo, diciamo cose che possono ferire gli altri e causare molta sofferenza. È un tipo d’intimidazione, una sorta di terrorismo”, pp. 126-7.

Molti esercizi

Ho scritto che il libro contiene “pratiche” per imparare la consapevolezza. Imparando la consapevolezza aumenterà la nostra capacità di valutazione, e se sapremo valutare sapremo anche reagire in modo corretto e nonviolento, perché non avremo paura.

Di solito – anzi sempre – si ha paura di ciò che non si conosce, quindi occorre conoscere. Conoscere le nostre emozioni, riconoscere la nostra paura (anzi, le nostre paure), accoglierla e non sfuggirla, accorgersi che anche tutti gli altri hanno paure, ed ecco fatto! Gli esercizi proposti hanno titoli come Riconoscere e abbracciare il dolore, Sollievo dalla paura, Trasformare le radici della paura nella mente, e i due che mi sono piaciuti di più (per quello che può valere il mio giudizio) Contemplare l’impermanenza e Meditazione di Metta, chi è questa Metta? Non è una persona, è uno stato, una condizione; significa “gentilezza amorevole” e la sua meditazione inizia con un’aspirazione: “Possa io essere libero dalla paura”, per espandersi poi a tutti, a tutte, a tutto; e quando auguriamo anche all’Altro di essere libero dalla paura, dobbiamo cominciare da qualcuno che ci piace, per poi estendere l’augurio a qualcuno che ci è indifferente, poi a qualcuno che amiamo e infine a qualcuno il cui solo pensiero ci fa soffrire. Cosa??? Augurare di stare bene a qualcuno che ci fa soffrire? Di non avere paura (proprio come lo auguro a me)? La prima reazione è “No, non ce la posso fare”, ma con le parole e gli addestramenti contenuti in questo libro si può provare, senza paura di fallire, senza paura di ciò che troveremo dentro di noi quando penseremo a chi ci ha fatto del male, senza paura che agendo in modo pacifico gli altri “se ne approfittino”, senza paura di pensare che sono sciocchezze, che “Sì sì… finché non ti capita qualcosa di veramente brutto…”. Ricordate qual era una delle provocazioni più in voga verso gli obiettori di coscienza? “Ok la nonviolenza, ma se qualcuno cerca di fare del male a tua madre (o sorella, o moglie, o figlia), tu che cosa fai?”. Questo libro aiuta a riflettere anche su questo, in cerca di una risposta coerente.

Il libro è adatto anche per insegnanti di discipline spirituali, ma anche di religione nelle scuole, anche a chi si occupa di bullismo, anche ai genitori (soprattutto di figli adolescenti), anche a chi è malato (o sta accanto a un malato o un morente). E alla morte (la grande paura, da cui nessuno è esente, la paura che è la causa di ogni male), l’autore dedica un intero capitolo – Il dono della non-paura – e un preciso rituale per “accompagnare” chi si trovi alla fine della vita (cioè tutti noi, in realtà, poiché tutti stiamo morendo e tutti moriremo. Non posso fare a meno di alleggerire questa affermazione con l’inevitabile citazione cinefila: Massimo Troisi in Non ci resta che piangere (appunto!) quando, all’esortazione del predicatore di turno “Ricordati che devi morire”, ripetuta insistentemente, alla fine risponde “Eh, mo’ me lo segno”. Può essere una buona idea “segnarselo”, ed è un po’ quello che ci consiglia Thich Nhat Hahn, nel suo rituale “per” la morte, esortandoci a sviluppare la consapevolezza durante la vita:

Questi occhi non sono me. 

Non sono prigioniero di questi occhi. 

Questo corpo non è me. 

Non sono prigioniero di questo corpo. 

Sono vita senza confini. 

Il declino di questo corpo non significa la mia fine.

Non sono confinato in questo corpo, p. 87.

Così forse, quando arriverà la tempesta sapremo cosa fare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *