Grandi Opere. Le infrastrutture dell’Assurdo – Recensione di Cinzia Picchioni

cop_grandi_opere1241425542Marco Cedolin, Grandi Opere. Le infrastrutture dell’Assurdo, Arianna, Casalecchio 2008, pp. 256, 12,90

Scritto 2 anni dopo l’altro (T.A.V. in Val di Susa, recensito in queste stesse “pagine”), questo libro di Cedolin tratta delle “grandi opere” in senso più ampio, spingendosi fino a Dubai (!), con la cronaca delle follie costruite (e che si costruiranno) in quella apparentemente lontana città (con i soldi derivanti dal petrolio, perciò anche noi ne siamo responsabili).

Insieme a Dubai, non sapevo nulla neanche del canale sotto la Manica, né del Monte Yucca (conoscevo solo la pianta, e forse era meglio!), la cui terribile vicenda – la costruzione di un tunnel per le scorie radioattive – ci vede ancora una volta coinvolti (come cantava il genio di De Andrè ne La canzone del maggio:

“[…] se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. E se vi siete detti non sta succedendo niente, le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente […] provate pure a credevi assolti siete lo stesso coinvolti. […] se avete preso per buone le “verità” della televisione anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti. […] per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

Tornando al libro, vi si parla del Mose (p. 33), di altre scorie (p. 47, in un capitolo intitolato I cimiteri delle scorie nucleari, peccato che le scorie non siano affatto morte!), dell’Islanda, delle sue dighe e dell’Alcoa (p. 21: mi sembra di capire alcune cose che stanno accadendo oggi – 6 anni dopo questo libro – in Sardegna…); anche di altre dighe si parla nel libro, e anche in questo caso siamo citati, con le nostre responsabilità:

“Le riserve mondiali di acqua per abitante […] fra il 1950 e il 2000 si sono praticamente dimezzate […] un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi non dispongono di servizi sanitari. L’innalzamento del livello di inquinamento di fiumi, torrenti e falde acquifere ha determinato […] l’aumento del 57% del consumo di acqua in bottiglia”, p. 13, capitolo Le grandi dighe.

Tutte Ancora da Venire

Questo è un altro dei possibili svolgimenti dell’ormai famoso acronimo, e a pp. 70 ss. l’autore racconta la nascita del sistema T.A.V. e di tutto ciò che nel 2006, anno di pubblicazione del libro, doveva ancora avvenire, col suo carico di ripercussioni sull’intera Italia. E racconta di molte altre “infrastrutture dell’Assurdo” (perfetto sottotitolo per Grandi opere): grandi opere per incenerire i rifiuti, grandi oleodotti per trasportare gas e petrolio, grandi stazioni spaziali (persino lo spazio stiamo colonizzando!), grandi navi (veloci) per le crociere, grandi colate di asfalto per viaggi più comodi lungo le strade in giro per la bella Italia. Se ci pensiamo bene, dall’altra parte del progetto per una grande opera ci siamo sempre noi! Noi che produciamo sempre più rifiuti (e allora ci vuole un incenritore più grande), noi che vogliamo spostarci sempre di più e sempre più velocemente (e allora oleodotti per il petrolio e asfalto (sempre petrolio!) per le strade, noi che vogliamo fare le crociere, noi che vogliamo ritenere di non avere limiti e poter abitare nello spazio…

Soluzione falsa

Lo sviluppo sostenibile è come l’inferno lastricato di buone intenzioni. Serge Latouche

L’autore insiste – come già aveva fatto nell’altro libro sul Treno ad Alta Velocità – sull’uso delle parole, criticando senza appello le nuove suggestioni che condizionano il pensiero generale. Attenzione all’industria pulita, la guerra pulita, i biocarburanti, le infrastrutture ecologiche, l’economia solidale e – evviva – l’asfalto che ripulisce l’aria. L’avete sentito no? In diverse città stanno sperimentando un tipo di asfalto che abbatterebbe gli agenti inquinanti. Ecco fatto! Così tutti gli automobilisti si sentiranno autorizzati a non cambiare una virgola del loro modo di vivere, di guidare, di spostarsi. Attenzione anche a soluzioni tipo produrre abbigliamento in pile con le bottiglie di plastica, e perfino a trovare il modo – costoso e tecnologico – per raccogliere la plastica che compone l’immensa (tristemente famosa, ci vanno perfino i turisti a visitarla) isola di rifiuti nell’Oceano (anzi negli Oceani, perché ce ne sono altre disseminate qui e là). Questi tipi di soluzioni sono pericolose perché ci lasciano tranquilli. L’importante è che la soluzione non ci coinvolga. L’importante è che non ci richieda di modificare il nostro stile di vita. Cerchiamo soluzioni comode. È comodo – invece di evitare di produrre rifiuti alla fonte – costruire un inceneritore più grande. Ecco come succede: leggete anche l’interessante capitolo sulla psicologia delle grandi opere che – vedrete – non è solo di chi le costruisce, ma è di tutti noi: “Compriamo televisori e monitor per PC sempre più grandi, frigoriferi sempre più grandi, automobili sempre più grandi, cucine e divani sempre più grandi, box doccia sempre più spaziosi, armadi sempre più capienti per contenere sempre maggiori quantità di vestiti di bassa qualità e, di conseguenza, aspiriamo ad acquistare case e box auto sempre più grandi, che ci permettano di stipare una quantità sempre maggiore di cose sempre più grandi”, p. 197.

Soluzione vera: la decrescita

Già nell’altro libro (T.A.V. in Val di Susa, disponibile – come questo – presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis) l’autore concludeva con una riflessione sulla necessità di “decrescere”, con consigli del tutto simili a quelli della semplicità volontaria di gandhiana memoria, e tutto l’ultimo capitolo tratta del perché, del significato, di che cosa sia e di come si applichi la decrescita. Non mancano riferimenti all’obsolescenza programmata e alla necessità di pensare bene prima di acquistare qualsiasi cosa perché:

“Quando acquistiamo un forno a microonde, un phon, un lettore dvd, una macchina fotografica, un cellulare, una radiosveglia, un rasoio elettrico, un navigatore satellitare, un mini impianto hi-fi, un lettore MP3, una stampante, un robot da cucina, una scopa elettrica, una macchina per il caffè, entriamo in possesso di un bene di consumo che saremo costretti a sostituire non appena – generalmente molto presto – si guasterà, essendo i costi di una eventuale riparazione superiori alla spesa necessaria per la sostituzione. La situazione non è molto differente anche quando prendiamo in considerazione beni di gran lunga iù ingombranti, come televisori, frigoriferi, lavatrici, computer, lavastoviglie, mobili e componenti di arredo; tutti prodotti che vengono progettati con il chiaro intento di renderne difficoltosa la riparazione”, p. 195.

Risultato: tutto diviene in breve tempo un rifiuto. E poi non possiamo lamentarci perché costruiscono una discarica o un inceneritore sotto casa nostra, non vi pare?

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