Mi mancano i miei amici di Gaza – di Amira Hass

Dopo sette settimane di inferno, il mio cuore va a quei bambini a distanza di un’ora di macchina che Israele mi impedisce di veder crescere.

L’incubo è passato. Non [succede] più di svegliarsi con un senso di pesantezza tra i rumori mattinieri di Ramallah – l’ ambulante di panini al sesamo che vende la sua merce, i poliziotti in lontananza che finiscono la loro esercitazione cantando l’inno nazionale, il rumore fuori dalla finestra del motore di una betoniera di proprietà della società “Tarifi Ready Mix Concrete”.

Non svegliarsi più con la paura che durante la notte qualcuno dei miei amici o dei loro parenti e conoscenti sia stato colpito a Gaza. Non venire più a sapere che la casa di qualcuno sia stata bombardata o danneggiata, o che le persone abbiano dovuto abbandonare in fretta e furia [la loro casa] dopo una telefonata dall’esercito israeliano che li informava che l’edificio accanto stava per saltare in aria.

Non più ricerche affannose sui siti di informazione [per conoscere] i nomi dei quartieri che erano stati appena bombardati- per sapere se debba temere adesso per un paio d’ore che il peggio sia accaduto ai miei cari. E tutto questo succede in un tempo e in un luogo dove le cose terrificanti inimmaginabili accadono a ognuno continuamente.

Nessun bisogno di aspettare con impazienza [il momento] più adatto della mattinata per iniziare il mio giro quotidiano di telefonate- una specie di macabro inventario: chi è vivo, quante intere famiglie sono state bombardate nelle loro case durante la notte.

La paura aleggia nelle frasi cortesi che i Gazawi dicono nonostante i bombardamenti: “ Come stai? E la salute? Inshallah, grazie a Dio, stai bene.” Queste voci rivelano apatia.

Ora posso scrivere della pesantezza, del peso che per sette settimane mi ha accompagnata , giorno dopo giorno, momento dopo momento, senza cadere nella trappola del narcisismo.

Il mio cuore va ancora a quei bambini a distanza di un’ora di macchina che Israele mi impedisce di veder crescere. Il mio cuore va a loro senza timore di rodermi a ogni pensiero.

Il mio cuore va a Tayeb, che “è scappato via”(è stata sua madre Fatima che ha scelto quel verbo con una tipica autoironia) a casa della nonna materna nel campo profughi Al-Shati quando sono ripresi i bombardamenti. Vi erano molti bambini della sua età con cui giocare così poteva astrarsi dai forti scuotimenti dei muri e dei pavimenti a ogni esplosione delle bombe.

Il mio cuore va a Sireen, che suona l’oud e che ora può portare fuori in strada il suo strumento. Durante la guerra, l’hanno avvertita di non portarlo fuori perché i droni dello Stato ebraico l’avrebbero potuto scambiare per un razzo Qassam o qualcosa [di simile] e sparargli un missile mortale contro [colpendo] anche lei.

Il mio cuore va a Yousef, che non ha mai risposto al telefono, e a Yara molto birichina, che rispondeva sempre: “ Tutto a posto. E tu”?

Va a Carmel, che di tutte le sorelle [è quella che] ha manifestato la sua paura, e che sempre si aggrappava a suo padre da qualunque parte andasse nell’appartamento [quando] le finestre andavano in frantumi.

Va a Amal Samouni, che avevo paura di chiamare per non sentire come stesse rivivendo il terrore del 2009. ( Le truppe israeliane hanno ammazzato suo padre a casa loro, proprio davanti a lei. Più tardi, su ordine dei soldati, si è trasferita in un edificio accanto con 100 dei suoi parenti. Un drone ha colpito quell’ edificio con missili su ordine del comandante della Brigata Givati Ilan Malka, uccidendo 21 bambini, anziani , donne , uomini e adolescenti. Amal è rimasta ferita gravemente.)

 

Persone di laggiù a cui voglio bene.

 

L’incubo è passato, e il mio struggimento è tornato di nuovo quasi normale – non come la betoniera nella pancia e in testa che stritola ogni parola familiare nel dizionario. Si tratta di struggimento nel senso di affetto, amore, stima, vicinanza, ogni cosa che ho imparato e che sto imparando dagli oggetti del mio desiderio.

Mi manca la folta capigliatura brizzolata di Bassam – Bassam che mi ha insegnato come guidare [andando] contromano.( “Se il mondo è sottosopra, perché non guidare nel modo sbagliato?”)

Mi mancano le sgridate di sua madre a pranzo. (“ Cos’è questo- voi ebrei avete perso il lume della ragione?” Lei e suo marito, entrambi sui 75 anni, hanno problemi di cuore e difficoltà di deambulazione. All’inizio della guerra sono andati in pellegrinaggio alla Mecca e hanno insistito per ritornare al campo profughi quando i bombardamenti avevano raggiunto una grande intensità.)

Mi manca Fawrat, con le sue fossette, che descrive la paura praticamente, come se fosse l’impasto che mi aveva insegnato a fare anni e anni fa. Quello succedeva quando le demolizioni di case con i buldozer e non con le bombe facevano parte del nostro vocabolario.

Mi manca Abu Wissam, uno con i capelli rossi tra molti altri con quei capelli a Beit Lahia, e le sue barzellette sui loro antenati crociati.

Mi manca l’ironia dei Gazawi: “Vogliamo l’immediata ripresa delle trasmissioni della Coppa del Mondo”; “Stiamo celebrando la vittoria – cosa ne pensate?”; “Un’altra vittoria come questa e Gaza non ci sarà più”; “[il kibbutz] Bror Hayil fa il tifo per la squadra brasiliana? Noi tifiamo per l’Argentina” – [sono] le frasi di rifugiati del villaggio di Bureir, sul cui territorio è situato il kibbutz, che ha molti immigrati dal Brasile.

Mi manca Kauthar, ogni affermazione della quale è netta e ogni descrizione così chiara come se l’uditorio stesse vivendo la storia da lei raccontata.

Mi manca Nihad, il razionale, le cui spiegazioni delle prediche o dei versetti del Corano sono così chiare che perfino un ateo miscredente le capisce. E mi manca Subhiyah, le cui maniere pacate di spiegare le cose non nascondevano il suo ardore. L’adulazione e l’ipocrisia la disgustano e non smette mai di protestare contro l’ingiustizia.

Mi manca Fakher, che non smette mai di insegnare, perfino quando dice soltanto che ha appena fatto il caffè.

Mi manca Abd el – Hakim, che non ha risposto al telefono per tutte le sette settimane e al quale io devo la mia prima lezione sull’economia dell’occupazione nel 1991.

Mi manca Iyad il cui cinismo è il più tenero che abbia mai incontrato.

Mi manca Majdi, l’astuto Majdi, come lo sono tutti i Majdalaw – quelli da Majdal o Ashkelon – che sono noti per la loro furbizia, anche se nati nei campi profughi.

E mi manca Mustafa, il quale nel lontano 1993 mi disse nel momento che lasciavamo l’edificio della Amministrazione Civile a Rafah, con i funzionari israeliani che si pavoneggiavano davanti ai nativi come se fossero i padroni del mondo: “Non credere che ci stai davvero vedendo. Siamo solamente una foto.”

La sua frase è così precisa nella sua inesattezza. Dopo tutto, ciascuno di voi è un mondo dentro di sé sia uomo o donna.

La vostra umanità continua a guidarmi.

 

(traduzione di carlo tagliacozzo)

 

Haaretz, 1 settembre, 2014 |

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