Praticare la nonviolenza come strumento di lotta e difesa del territorio – Elena Camino

La Valsusa e il rifiuto della violenza. Campo MIR-MN – 10-17 agosto 2014

La sede del Campo

Il campo si è svolto all’imbocco della Valsusa, a circa 700 m slm. presso la cascina Pogolotti della frazione Mortera nel comune di S.Ambrogio, sull’antica via dei Principi che porta alla Sacra di S. Michele (monastero bimillenario e attuale monumento simbolo della Regione Piemonte).

Qui ci hanno accolti Margherita e Carlo, che abitano questa cascina isolata nel bosco come luogo idoneo alla loro scelta di vita basata sulla sobrietà, frugalità e libertà.

Hanno recentemente dato vita all`Ape Llegrina, una azienda agricola agroecologica, che si propone di completare i cicli della fertilità al proprio interno. Essi “presidiano” una parte della montagna molto suggestiva ma anche difficile da abitare e coltivare.

Le attività principali sono l`apicoltura, la coltivazione di ortaggi, la produzione di uova, la manutenzione del Cammino BioDiverso (attraverso l`associazione Principi Pellegrini: diVangAzioni , www.divangazioni.org ) e la gestione dei boschi circostanti.

Il tema proposto: la nonviolenza nei conflitti

Ai campisti, arrivati in parte dai dintorni e in parte anche da lontano, grazie a vie di conoscenza acquisite attraverso la rete dei Campi MIR-MN, si sono aggiunti durante gli incontri pomeridiani alcuni abitanti della Valsusa, che da anni vivono una situazione conflittuale a causa della prevista costruzione di una seconda linea ferroviaria (TAV). Negli ultimi tempi diversi elementi hanno contribuito ad inasprire ulteriormente il conflitto.

Tra gli obiettivi del Campo vi era quello di guardare alla nonviolenza come modello di analisi e come strumento di gestione dei conflitti, e di cercare tutti insieme delle risposte a tante domande che si fanno sempre più pressanti: Qual è il potere dei cittadini dissenzienti? Come superare il senso di impotenza? Come valutare l’impatto delle Grandi Opere nel contesto globale di un pianeta ‘svuotato’ di risorse?

Nanni Salio – Violenza e nonviolenza a diversi livelli

Nanni Salio, nei due incontri di lunedì e martedì, ha illustrato alcuni concetti di base della nonviolenza, sottolineando come si distinguano poi, dal punto di vista pratico:

a) l’approccio individuale e quello collettivo

b) la dimensione religiosa-spirituale, e quella politica.

Ciascuno, a seconda delle proprie propensioni e del contesto in cui si trova a operare, può trovare il modo di fare un cammino ‘nonviolento’ esprimendosi preferenzialmente nell’una o nell’altra dimensione. Pietro Pinna, che nel 1949 con il suo rifiuto di prestare il servizio militare diede inizio alle lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, scelse un approccio politico individuale; i numerosi movimenti – dal MIR a Pax Christi, ai Beati Costruttori di Pace – rappresentano forme collettive di nonviolenza politica. All’interno di tutte le grandi religioni si trovano elementi di nonviolenza, che pur trascurati e calpestati costituiscono una dimensione fondamentale di ogni civiltà e cultura.

Nanni ha poi ricordato la figura di Gandhi, al quale si ispirarono altri maestri della nonviolenza: Martin Luther King negli USA, Nelson Mandela in Sudafrica, Aldo Capitini e Lanza del Vasto in Italia.

La nonviolenza è caratterizzata da due aspetti principali che si integrano tra loro: ahimsa e satyagraha. Il primo è la “legge dell’amore”, il principio del non uccidere, del non commettere violenza, della innocenza, del non aggiungere altra sofferenza a quella già esistente e insita nella condizione umana. Il secondo (coniato da Gandhi) si può tradurre con “forza della verità”, oppure forza che deriva dalla ricerca incessante della verità, o ancora “dire la verità ai potenti”. E’ l’espressione della nonviolenza attiva, intesa come lotta contro tutte le ingiustizie senza arrecare altre ingiustizie. Mentre l’ahimsa esprime un rifiuto, un non commettere violenza, il satyagraha si richiama al principio del non omettere, non lasciare che altri facciano violenza e ingiustizia.

Per sviluppare atteggiamenti e comportamenti nonviolenti è importate riconoscere la violenza nelle sue forme (diretta, strutturale, culturale) e riuscire ad affrontare i conflitti in modo nonviolento. In questa prospettiva la nonviolenza è la capacità di trasformazione costruttiva e creativa dei conflitti dal micro al macro al fine di ridurre il più possibile ogni forma di violenza. Essa consiste quindi nella abilità di trasformare la naturale aggressività umana in forza creativa e non distruttiva.

Nanni ha introdotto alcuni concetti a suo tempo proposti da Johan Galtung (La trasformazione nonviolenta dei conflitti, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2000) il quale offre un modello interpretativo del conflitto noto come “triangolo del conflitto”.    A ciascun vertice del triangolo corrisponde un aspetto caratteristico che contribuisce a definire il conflitto: A sta per atteggiamenti; B (behaviour in inglese) per comportamento; C per contraddizione. Un conflitto pienamente sviluppato comprende tutti e tre questi aspetti, di cui solo il comportamento è manifesto, mentre gli altri due sono latenti. Ogni conflitto è un processo dinamico, e può evolvere in modo violento o nonviolento a seconda di come viene gestito dalle parti in causa.

Per agire in modo nonviolento occorre apprendere tecniche specifiche per ciascuna delle tre fasi: tecniche di prevenzione, intervento, riconciliazione. Prevenire significa educarci e alfabetizzarci alla gestione e trasformazione nonviolenta del conflitto attraverso il dialogo, l’ascolto attivo, la comunicazione nonviolenta, la condivisione, l’empatia, la consapevolezza.

Nanni ha poi fatto riferimento alle condizioni di asimmetria che caratterizzano molti conflitti. Nei conflitti asimmetrici (come sono spesso i macro-conflitti) le parti esterne svolgono il ruolo fondamentale di intervento, per riequilibrare i rapporti di potere che sono a svantaggio della parte oppressa. Oltre a riequilibrare i rapporti di potere, intervenendo a favore degli oppressi, esse hanno il compito di ristabilire i canali di comunicazione interrotti; riumanizzare le parti in causa, oppressi e oppressori, accettando su di sé la violenza della repressione in maniera tale da rendere visibile la sofferenza degli oppressi e del gruppo che interviene a loro favore e suscitare atteggiamenti empatici che modifichino atteggiamenti, pregiudizi e comportamenti; ridurre il consenso diretto e indiretto che le parti esterne indifferenti danno al sistema di potere degli oppressori; favorire l’emergere di soluzioni sovraordinate che consentano a tutti di uscire vincitori e a nessuno di essere perdente.

Tra i principali presupposti che stanno alla base di un processo di trasformazione nonviolenta dei conflitti, Nanni ne ha ricordato alcuni:

  • Il conflitto può essere sia fonte di violenza, sia di crescita costruttiva; decisivo è il modo con cui lo si affronta.

  • Nessun singolo attore sociale detiene tutta la responsabilità, ma esiste una interdipendenza delle parti.

  • La responsabilità della trasformazione costruttiva del conflitto sta nelle scelte dei singoli attori, nel potere personale e nella responsabilità di ciascuno.

  • L’azione intrapresa può avere conseguenze negative impreviste, indesiderate e non volute. Pertanto dev’essere quanto più reversibile possibile.

  • La forza deriva, oltre che dal potere personale interiore, dall’unione per un fine comune realizzato mediante la cooperazione.

  • Nessuno possiede tutta la verità, ciascuno la ricerca nel dialogo.

  • La vita è sacra, pertanto ne deriva il rifiuto della violenza e la scelta dell’ahimsa.

Angela Dogliotti – La comunicazione nei conflitti: dalle relazioni interpersonali alle dinamiche macrosociali.

Angela ha ripreso la riflessione accennata da Nanni, sull’importanza delle competenze relazionali nonviolente nelle dinamiche interpersonali, e le ha approfondite a livello teorico e operativo.

I presupposti dai quali parte la sua riflessione sono i seguenti:

  1. in quanto processo interattivo, il conflitto richiede di essere analizzato in una prospettiva sistemica e secondo un’ottica della complessità, che tengano conto delle variabili situazionali e contestuali, dei fattori e delle dinamiche relazionali che entrano in gioco e ne influenzano l’andamento. Poiché il modo in cui agisce ciascuna delle parti influenza il modo di reagire delle altre, la responsabilità dell’andamento del conflitto è sempre, in una certa misura, condivisa: nessun singolo attore detiene tutta la responsabilità di quanto accade;

  2. ogni conflitto contiene in sé il rischio della violenza, ma anche la possibilità di essere un’occasione di crescita, una risorsa per il cambiamento. Come tutte le crisi, infatti, esso può evolvere in senso positivo, portando a una ristrutturazione della situazione e a un riequilibrio, oppure può degenerare in una spirale di violenza distruttiva;

  3. nell’evoluzione di una dinamica conflittuale esistono alcuni fattori cruciali e significativi, che possono contribuire a incrementare o a contenere la violenza del conflitto: la comunicazione è uno dei più importanti tra questi.

Angela presenta poi il modello M-m di Patfoort, che illustra il processo di escalation che caratterizza i conflitti che spesso evolvono in modo violento. In questo processo l’attenzione spesso si sposta dal motivo del contendere alla relazione, che diventa elemento centrale del conflitto. Nella prospettiva nonviolenta, insieme al rifiuto di esercitare violenza contro l’altro vi è anche un cambiamento di paradigma nella concezione e nella gestione del conflitto: dall’ottica del conflitto come gioco a somma zero (io vinco, tu perdi), all’ottica del conflitto come sfida da vincere insieme, gioco a somma positiva; dalla logica della violenza alla trasformazione nonviolenta del conflitto.

La nonviolenza propone dunque un percorso alternativo che comporta il rifiuto sia di esercitare violenza contro l’altro, sia di subire passivamente la sua violenza (a meno che questo sia, come talvolta avviene in una lotta nonviolenta, un mezzo consapevolmente scelto per mettere l’altro di fronte agli effetti della propria violenza e “convertirlo” alla nonviolenza), e percorre una terza via centrata sullo sviluppo di una forza diversa dalla violenza per affrontare i conflitti.

Questa forza scaturisce da un insieme di capacità e di attitudini che vanno individuate e sviluppate.

Esse sono:

  • saper prendere le distanze

  • acquisire adeguate competenze comunicative (decentramento – empatia -ascolto -comunicazione nonviolenta)

  • assumere una prospettiva relazionale

  • saper cooperare

  • essere creativi

Angela entra poi nel merito dei singoli punti sopra elencati, illustrando le competenze che è opportuno acquisire per gestire i processi comunicativi in modo nonviolento. In particolare l’ascolto empatico, profondo e l’ascolto attivo sono competenze essenziali in una comunicazione nonviolenta, insieme alla capacità di separare l’osservazione dalla valutazione, di identificare ed esprimere i propri sentimenti (evitando di attribuire all’altro la responsabilità di ciò che si sente), di esprimere i propri bisogni, di formulare delle richieste (e non delle pretese).

La relazione nonviolenta si colloca in una prospettiva relazionale che è consapevole dell’interdipendenza tra le parti, e tende ad attivare percorsi cooperativi, mettendo in luce i bisogni condivisi da tutte le parti, e aumentando le possibilità di trovare soluzioni “sostenibili” e soddisfacenti per tutti.

Infine, Angela fa presente l’importanza della creatività, la competenza che consente, uscendo dagli schemi consueti, di mettere in pratica strategie che tengano conto sia degli scopi delle parti, sia delle relazioni, e di trovare soluzioni nuove, che “trascendono” il conflitto, ponendosi nella prospettiva nonviolenta che scaturisce da un processo conflittuale costruttivo.

 

Elena Camino – Conflitti socio-ambientali nel mondo

Elena fa notare i macro-cambiamenti avvenuti nei modi di ‘fare la guerra’: dalla violenza diretta e localizzata compiuta a Hiroshima e Nagasaki siamo passati a forme sempre più estese di violenza indiretta (strutturale e culturale), che hanno assunto dimensioni globali e che sono alla base dei conflitti che sempre più frequentemente si manifestano in varie parti del mondo. Il prelievo incontrollato dei beni comuni, e la dismissione altrettanto incontrollata di sostanze inquinanti (in aria, acqua e suolo) oltre a provocare conflitti violenti per il controllo delle risorse stanno provocando milioni di vittime dirette (malattie, povertà, fame) e indirette (migrazioni, deportazioni).

Una delle difficoltà che incontrano gruppi e comunità nell’affrontare situazioni di macro-conflitto asimmetrico è da attribuire, direttamente e indirettamente, allo sviluppo della tecno-scienza. Da un lato per la potenza che la tecno-scienza – per lo più asservita ai poteri forti di un sistema militare-industriale – mette al servizio delle imprese multinazionali e dei governi, dall’altra per il controllo che consente di esercitare tramite i media. Non si tratta solo di una azione di censura, ma anche di una manipolazione dell’immaginario collettivo, attraverso la costruzione di una visione del mondo basata sulle metafore della separazione, dell’individualismo e della competizione. Questa visione permea anche la ricerca tecno-scientifica, che si propone il controllo e il dominio della natura e ipotizza che l’uomo possa prescindere dai vincoli biofisici del pianeta. Sviluppare una capacità critica nei confronti dei linguaggi e delle loro metafore può fornire utili elementi per contrastare la prepotenza mediatica e proporre nuovi immaginari.

Elena da anni è in contatto con una ONG indiana di ispirazione gandhiana, l’ASSEFA (Association For Sarva Seva Farms), e segue in particolare lo sviluppo dei conflitti socio-ambientali in questo grande Paese. In India (come in altri Paesi) si stanno moltiplicando le voci che – dal basso – dalle comunità radicate alla terra, si oppongono alla visione dominante, che pensa di ‘usare’ il pianeta come macchina e come merce, e (ri)propongono l’idea di Terra come Grande Madre, dalla quale dipendiamo e alla quale dobbiamo rispetto e reverenza. I limiti biofisici del pianeta, e l’evidente impossibilità dei sistemi naturali di soddisfare esigenze sempre crescenti, sono alla base di conflitti socio-ambientali in tutto il mondo. Lungo l’intera filiera globale della produzione, dall’estrazione alla trasformazione, alla distribuzione, allo smaltimento, gli impatti del saccheggio e del degrado ambientale sono distribuiti in modo ineguale tra le popolazioni. L’India rappresenta un caso emblematico di ‘cannibalizzazione’ del proprio territorio, che ha portato a degrado ambientale e a migliaia di conflitti.

La consapevolezza di una visione del mondo ‘alternativa’ condivisa da tantissime comunità e popolazioni, e della scelta di affrontare i conflitti in modo nonviolento, apre a nuove opportunità di fare ‘rete’ e di intraprendere azioni collettive su vasta scala. Per esempio, il piano d’azione di EJOLT (un interessante Centro di Ricerche finanziato dall’UE: www.ejolt.org) prevede la produzione di databases, l’istituzione di reti, lo sviluppo di casi studio, possibili azioni legali, disseminazione di buone pratiche, materiali di formazione, convegni sui conflitti ambientali. L’Atlante dei conflitti ambientali, messo a punto all’interno di questo Progetto, descrive situazioni di conflitto presenti in tutte le aree geografiche, basate sulle indicazioni degli attivisti, e fornisce una piattaforma per gli scambi di informazioni su problematiche affini; offre conoscenze aggiornate sugli indicatori di metabolismo sociale e sui flussi di E & M relative alle intere filiere (dall’estrazione allo smaltimento); mette in luce problematiche sanitarie spesso sconosciute ai consumatori; fornisce metodologie per interpretare in modo critico i linguaggi relativi alla ‘valutazione’ degli impatti; offre le basi per intraprendere azioni legali.

Altri sforzi si stanno compiendo da parte di varie istituzioni per coordinare le iniziative locali e dare maggiore forza collettiva a livello giuridico: per esempio sul tema assai controverso delle compensazioni. Quanto sono attendibili le previsioni di spesa? Come internalizzare tutti i costi? E’ possibile dare un valore monetario ai beni naturali? Quanto ‘costa’ una sorgente? Quanto ‘vale’ la biodiversità? [AA.VV. Compensation matters. Securing community interests in large-scale investments. Bonn International Center for Conversion (BICC). Berlin, March 2014 (Dialogue 13)].

Dall’America Latina e dall’India giungono interessanti suggerimenti per contrastare l’attività predatoria di imprese e governi. Gustavo Esteva (che vive in Messico ma viaggia molto: è stato anche gradito ospite in Valsusa) è un testimone significativo di importanti movimenti a difesa del territorio e dei diritti dei popoli indigeni. Egli sottolinea che molti governi e classi politiche sono diventati imprenditori della spoliazione, della violenza, della corruzione e dell’impunità; ma ora sono in panico per due cause: a) la consapevolezza di aver perso legittimità, b) l’ impossibilità di rispondere alle necessità della gente. La loro risposta – egli dice – è la violenza insensata della repressione e l’aumento della spoliazione. Esteva individua due forme di risposta:

a) GUARDANDO VERSO L’ALTO: esercitando il sacro diritto di chiedere e di manifestare, raccogliere firme, fare proposte, promuovere riforme …sperando che quelli ‘in alto’ ascoltino. Oppure…

b) GUARDANDO VERSO IL BASSO: partire dalla coscienza organizzata di gruppi e collettivi e costruire un’altra politica, attraverso la pratica di azioni effettivamente trasformatrici.

In India sono già iniziati i preparativi per la prossima marcia, Jai Jagat (Vittoria del mondo), prevista per il 2020: sarà una manifestazione globale, con partecipanti provenienti da molti paesi del mondo a difesa della giustizia e per una equa distribuzione delle risorse. Molte iniziative si svolgeranno in varie aree geografiche, ma la principale sarà in India: si prevede che un milione di persone arriverà a Delhi il 2 ottobre 2020. Nel frattempo un gruppo di 30-50 persone si recherà a piedi da Delhi a Ginevra, per manifestare a favore della pace e della giustizia, percorrendo un cammino di 6353 Km. Lungo il percorso potranno accompagnarli dei rappresentanti delle popolazioni locali che condividano l’approccio nonviolento dell’iniziativa.

Venendo più vicini a noi, a Torino, nell’ambito di un progetto di Servizio Civile coordinato dal Centro Studi Sereno Regis (http://serenoregis.org/), dal Gruppo ASSEFA Torino (www.assefatorino.org) e dal Centro Interuniversitario IRIS (www.iris-sostenibilita.net/) Elena illustra una ricerca in corso che prevede la documentazione audiovisiva di movimenti nonviolenti di protesta in India contro quattro tipologie di ‘grandi opere’: dighe, centrali nucleari, miniere, impianti industriali. Ecco alcune motivazioni e obiettivi del lavoro:

  • ascoltare e far conoscere le voci di chi normalmente non ha potere

  • portare una testimonianza dell’esistenza e del significato dei movimenti nonviolenti di protesta presenti in India

  • chiarire alcune delle cause che sono alla base di questi conflitti

  • creare consapevolezza delle interdipendenze tra ‘noi’ e ‘loro’ rispetto alle problematiche ambientali

  • valorizzare le realtà e i movimenti che – anche al di là dei conflitti – operano secondo una prospettiva nonviolenta nei mezzi e nei fini.

 

 

Una replica a “Praticare la nonviolenza come strumento di lotta e difesa del territorio – Elena Camino”

  1. belle cose, se ne parlava negli anni '70 quando c'era ancora la guerra fredda, i Beatles, la 500 (non quella di Marchionne).
    Ma ora siamo nel terzo millennio e fa sorridere parlare ancora delle tecniche (uniche) di Gandhi e MLK.
    Se il movimento non riuscirà a contestualizzarsi uscirà dalla storia sempre più velocemente
    Mimmo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *