Perché è importante essere umani, per la gente di Gaza e del mondo – Stephanie Van Hook

UBUNTIFADA: il concetto xhosa di ubuntu combinato con la parola araba intifada — graffito sul Muro di “separazione” a Betlemme — può tradursi approssimativamente: elevazione della dignità umana mediante la nonviolenza.

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La Dr. Mona El-Farra, medico e socia della Middle East Children’s Alliance recentemente è apparsa nei titoli di Democracy Now! con il suo appello a terminare l’assalto militare a Gaza con un’affermazione potente: “Siamo esseri umani”. Ovviamente ha assolutamente ragione. A Gaza vivono esseri umani, e sembrerebbe ovvio come non mai: se non esseri umani, chi o che cosa? E perché prestiamo attenzione? Ovviamente, quello che dice effettivamente è qualcosa di ben più profondo, lo dice alla gente di Gaza; sembra che abbiamo in qualche modo dimenticato che lì ci sono esseri umani — il che solleva altre domande. Per esempio: come si possa dimenticare l’umanità di un altro e che cosa questo ci dica su chi siamo davvero?

Per landare a fondo in questo tipo di domande, dobbiamo prima esplorare la dinamica di base dell’intensificarsi di un conflitto. Il conflitto, in sé, non è un tema — lo è l’immagine che abbiamo degli esseri umani con cui entriamo in conflitto. Michael Nagler, presidente del Metta Center for Nonviolence, sostiene nel suo libro del 2014 The Nonviolence Handbook: A Guide for Practical Action, (l’edizione italiana, Manuale pratico della nonviolenza, verrà pubblicato a ottobre dalle Eizioni Gruppo Abele, ndt)che il conflitto s’intensifica — cioè, si sposta sempre più verso la violenza — secondo il grado di disumanizzazione nella situazione. La violenza, in altre parole, non avviene senza disumanizzazione.

Il pensiero di Nagler sulla violenza è stato in parte influenzato dal sociologo Philip Zimbardo, ch condusse un famoso esperimento di disumanizzazione controllata a Stanford nel 1971. Che accadde? Egli e i suoi studenti crearono uno scenario carcerario dove alcuni studenti assunsero il ruolo di guardie e gli altri quello di prigionieri. Zimbardo disse alle guardie di far sì che i prigionieri si sentissero isolati e “impotenti”. In sei giorni, ebbe un saggio ripensamento revocando l’esperimento perché la situazione s’era fatta psicologicamente troppo reale, perfino prossima alla tortura per qualcuno dei coinvolti. Un momento erano normali studenti di Stanford pronti a cooperare reciprocamente per un progetto. Il momento dopo, erano attanagliati in una dinamica vittima-aggressore dove il comune senso d’umanità veniva messo da parte, rendendo possibile la violenza.

Per vedere esseri umani — umanizzare — ci vogliono le condizioni adatte. Quando pensiamo a esseri umani al mondo, che cosa vediamo? Un “universo amichevole”, come lo chiamava Albert Einstein? Che capiva l’estrema praticità della questione, sostenendo che se vediamo un universo non amichevole, ci vediamo dentro esseri non amichevoli. In un mondo disumanizzato di scarsità e competizione utilizzeremo tutti gli strumenti e ritrovati che abbiamo per proteggerci vicendevolmente. È arduo in un mondo di separatezza “ricordare la propria umanità e dimenticarsi del resto”, come disse Einstein. Perché mai?

Guardiamoci attorno — la pubblicità, i programmi televisivi e i notiziari — e troveremo che c’è un immagine dominante degli esseri umani, non così amichevole: violenta, avida, rancorosa e felice solo quando le cose van bene per sé. Esseri alquanto superficiali, con il viso estatico quando risparmiano sull’assicurazione dell’auto e la voce monotona quando riferiscono di guerra; ossessionati con la violenza, e vogliosi di altra ancora. Vediamo e udiamo queste immagini, si dice fra 2,000 e 5,000 volte al giorno nelle aree urbane in tutto il mondo. Alla fine, le interiorizziamo. Arriviamo a pensare che quelli sono come siamo anche noi. Vedendolo così sovente, smettiamo di distinguere mentalmente fra noi e quanto ci viene proiettato.

La disumanizzazione, di nuovo, è lo sfondo che rende possibile la violenza — sia direttamente, come una bomba, sia strutturalmente, come lo sfruttamento. Con l’impressione costante in mente di quell’immagine negativa dell’essere umano, pur non perpetuando violenza diretta, non possiamo negare di vivere sotto le istituzioni che infliggono violenza ad altri per noi, si tratti di multinazionali, di militari o di polizia. Queste strutture violente non spariscono perché sembrano adempiere a funzioni necessarie, come proteggerci gli uni dagli altri. In questa cornice, non c’è gran bisogno di trattare di alternative — come il peacekeeping disarmato o la giustizia restaurativa— perché semplicemente non ci raccontano la storia in cui crediamo su chi siamo e che cosa ci mette al sicuro.

Una bassa immagine umana è pericolosa proprio perché manipola il nostro senso di benessere e sicurezza. Ed è anche davvero molto vantaggiosa per alcuni. Chiedete a chiunque venda armi, costruisca prigioni, o convinca le donne a mettersi un trucco che copra le “imperfezioni”. Ci hanno resi disperati: faremo o compreremo qualunque cosa prometta di renderci la nostra umanità, fintanto che conviene. Siamo pigri, inoltre, si sa, o così ci dicono.

Prendendo spunto da Einstein, allora, la lotta più urgente di oggi è riprendere possesso dell’ immagine umana e ridarle dignità. Ascoltiamo che cosa ha detto solo una settimana fa Meir Margalit, ex-membro eletto del consiglio comunale di Gerusalemme per il partito Meretz e fondatrice del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case: “Stiamo dimostrando non solo per Gaza, ma per tentare di salvare la condizione umana”. E la violenza, purtroppo, proprio non riesce a farlo. Se potesse, non saremmo dove ci troviamo ora, a credere che mentre una guerra si dispiega, è proprio così che agiscono gli esseri umani. Spiacenti, non c’è nulla che si possa fare salvo prendersi una sedia e stare a guardare, se vi va. La nonviolenza, d’altro canto, è una storia diversa. Se la disumanizzazione è lo sfondo per la violenza, condizione necessaria per la nonviolenza è una più elevata immagine umana.

Tale storia comincia quando riconosciamo di soffrire quando altri soffrono. La psicologa Rachel MacNair ha espanso la diagnosi del ben noto Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) includendovi quello che ha denominato Perpetration-Induced Traumatic Stress (PITS) [Stress traumatico indotto dalla commissione di atti]. Che distingue perché, asserisce, si ritiene generalmente che il PTSD comprenda le vittime della violenza e i partecipi a quanto si potrebbe considerare un “atto crudele” o un’ “atrocità,” benché tenda a non analizzare quella che lei chiama “l’uccisione ordinaria del combattimento tradizionale”.  In altre parole, mostra che la violenza non si può del tutto normalizzare — viene registrata come trauma da qualche parte nella nostra psiche, e non solo nei casi più estremi. Lo si chiami come si vuole, PITS o PTSD, il fatto che proviamo un’ansia profonda e ci traumatizziamo quando infliggiamo sofferenza ad altri è effettivamente un’osservazione che apre alla speranza. Mostra che la nostra interconnessione con e sensibilità per gli uni gli altri, è nobilitante. Mostra che seppur umano e dignità talvolta paiono un ossimoro oggi, sono effettivamente sinonimi. Ed è ora che li riconosciamo come tali. Pur essendo, dico io, intrinseca alla nostra condizione umana, la nonviolenza è un nuovo meme (elemento propagabile per mimesi, ndt). Gandhi se ne accorse quando nel 1908 coniò la parola satyagraha. Aveva un valore pratico, in quanto nuovo termine sarebbe servito a distinguere la forma di resistenza in cui stava impegnandosi da concezioni di passività. Satyagraha era qualcosa di nuovo, più profondamente trasformativo e legato a una fede implicita nella natura umana. La parola sanscrita fu costituita da due parti: satya, che significa verità, quel che è, o ancor più semplicemente, realtà; e a-graha, afferrarsi, attenersi. Nella nonviolenza, ci abbarbichiamo alla nostra dignità condivisa di esseri umani. Afferriamo, non un’illusione, ma la realtà stessa.

Che cos’è la realtà? La saggezza indigena sovente l’ha riconosciuta. Il concetto xhosa ubuntu popolarizzato da Desmond Tutu durante la Commissione per la Verità e la Riconciliazioneneglianni 1990 in SudAfrica si traduce grossolanamente “attraverso altri esseri umani divengo umano”. Questo ristabilisce un senso più pieno di quanto significhi essere umano. Non è una questione di nostre caratteristiche fisiche, bensì assumere una persona elevandone la natura da “tutto ciò che riesci a capire che è la violenza” a “io so solo affermare la mia umanità mediante altre persone”, il che non è possibile con la violenza. È più che una sollevazione politica, o una intifada, è un appello a elevare la dignità umana con la nonviolenza. Citando un graffito che ho visto lo scorso giugno sul cosiddetto muro di sicurezza a Betlemme, è un’ “ubuntifada.”

Può darsi che si debba attingere forza dalla nostra immaginazione resistendo alla disumanizzazione, tenendo gli occhi sul problema senza sminuire la persona. Ma a quale maggior scopo può servire l’immaginazione che aiutarci a farlo? Carol Flinders afferma che è uno degli strumenti più potenti della nostra natura quando scrive “L’immaginazione sembra essere una componente vitale di un’autentica resistenza nonviolenta, permettendoci di attenerci a una visione positiva di noi stessi a prescindere da quel che il mondo dice che siamo”.

Il mondo ci dice che non abbiamo potere, che badiamo solo a noi stessi e che possiamo procurarci dignità solo con la violenza; in effetti, non siamo esseri umani. Non credeteci. Siamo esseri umani e ciò ci rende potenti, perché solo esseri umani che agiscono insieme sono capaci di trasformare la violenza che ci degrada tutti.

Stephanie Van Hook è direttrice del Metta Center for Nonviolence di Petaluma, CA. USA

02.08.14

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale:“Why being human matters, for the people of Gaza and the world” http://www.wagingnonviolence.org/feature/human-matters-people-gaza-world )

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